Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11299 del 29/04/2021

Cassazione civile sez. I, 29/04/2021, (ud. 18/11/2020, dep. 29/04/2021), n.11299

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MELONI Marina – Presidente –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – rel. Consigliere –

Dott. BALSAMO Milena – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7952/2019 proposto da:

C.A., rappresentato e difeso dall’Avvocato Paolo

Alessandrini;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), ope legis domiciliato in Roma, Via

Dei Portoghesi 12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato, che lo

rappresenta e difende;

– resistente –

avverso la sentenza n. 1617/2018 della Corte d’appello di Genova,

depositata il 03/08/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18/11/2020 dal Consigliere Dott. Annamaria Casadonte.

 

Fatto

RILEVATO

che:

– C.A., cittadino del (OMISSIS), ricorre per cassazione avverso la pronuncia della Corte d’appello di Ancona che ha respinto il gravame avverso l’ordinanza del tribunale di diniego della protezione internazionale e di quella umanitaria;

– a sostegno delle domande di protezione il ricorrente aveva allegato di essere analfabeta, di essere rimasto orfano di entrambi i genitori da piccolo e di essere stato cresciuto da uno zio che non lo aveva fatto studiare impiegandolo, invece, nel lavoro dei campi e sfruttandolo senza pagarlo adeguatamente; egli aggiungeva che a causa di un litigio con lo zio veniva cacciato e dichiarava di aver lasciato il suo Paese di origine non sapendo dove andare e non avendo più un lavoro;

– la corte territoriale riteneva credibile il racconto del richiedente asilo, ma escludeva la ravvisabilità dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato così come quelli per la protezione sussidiaria sia nella forma individualizzata del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), che in quella collegata alla situazione socio-politica del Paese di provenienza, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b);

– la corte escludeva, altresì, la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria;

– la cassazione della sentenza della corte distrettuale è chiesta sulla base di tre motivi;

– l’intimato Ministero si è costituito ai soli fini della eventuale discussione orale della causa ai sensi dell’art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– con il primo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e art. 27, comma 1, in merito all’onere probatorio incombente sul richiedente asilo e agli ampi poteri-doveri di collaborazione facenti capo agli organi amministrativi e giudiziari chiamati a vagliare le richieste del richiedente asilo;

– lamenta, in particolare, il ricorrente che la corte d’appello avrebbe dovuto procedere all’audizione ed argomentare la propria decisione sulla base del convincimento maturato all’esito della medesima audizione e non formulare la valutazione “de relato” sulla base di quanto dichiarato dal ricorrente avanti la Commissione territoriale;

– la censura è inammissibile perchè il ricorrente non ha dedotto di avere formulato avanti alla corte territoriale fra i motivi di impugnazione, la richiesta di audizione, al fine di meglio chiarire gli estremi delle domande formulate, nè che la corte d’appello l’ha illegittimamente respinta;

– al contrario risulta dalla sentenza, emessa all’esito del procedimento regolato dalla disciplina previdente all’introduzione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, ed introdotto dal D.L. n. 13 del 2017, conv. con modificazioni con L. n. 46 del 2017, lo svolgimento dell’udienza e la mancata comparizione del richiedente;

– non risulta quindi rilevante ai fini della denunciata violazione la mancata audizione del ricorrente;

– con specifico riguardo all’onere probatorio, osserva il Collegio come la corte territoriale abbia ritenuto credibile il racconto del ricorrente, ravvisando tuttavia che non si configurassero gli estremi per le misure di protezione richieste;

– con il secondo motivo si censura, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, 5, 7 e 14 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27, per avere escluso la protezione sussidiaria ed erroneamente affermato che la vicenda riferita dal ricorrente configura una vicenda privata, irrilevante ai fini del riconoscimento del danno grave in capo al ricorrente;

– tale prospettazione, ad avviso del ricorrente, non tiene conto della denunciata sostanziale riduzione in schiavitù da parte dello zio paterno che maltrattava il nipote sottoponendolo in tal modo a trattamenti disumani e degradanti;

– la censura appare inammissibile perchè a fronte di una vicenda che riguarda effettivamente una situazione di maltrattamenti in famiglia, in cui il lamentato grave danno deriva da soggetti non statuali, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5, il ricorrente non ha provato di avere allegato, a sostegno della domanda di protezione internazionale, la richiesta di tutela agli enti statali o territoriali appositamente preposti deducendo la mancata effettività della tutela riconosciuta dalle autorità dello Stato di provenienza contro i casi di maltrattamento in famiglia (cfr. per l’affermazione del principio interpretativo cfr. Cass. 8930/2020);

– con il terzo motivo si censura, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la sentenza impugnata per l’errata applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3,D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27, in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 e al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1, in materia di permesso per motivi umanitari, lamentando la mancata valorizzazione dell’integrazione sociale dello straniero in comparazione con il concreto rischio di compromissione dei diritti umani cui sarebbe esposto in caso di rientro in Gambia;

– la censura appare inammissibile perchè non attinge la ratio decidendi incentrata sulla constatazione della mancata specifica allegazione di situazioni soggettive idonee a giustificare la concessione della protezione umanitaria;

– nè appare ammissibile ex art. 360 bis c.p.c. (cfr. Cass. Sez. Un. Civ. n. 7155/2017) la censura in ordine alla ritenuta insufficienza del mero inserimento lavorativo ai fini del riconoscimento dei presupposti per il rilascio del permesso per motivi umanitari, potendo per costante orientamento giurisprudenziale l’integrazione sociale e lavorativa configurare la specifica vulnerabilità rilevante ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, solo all’esito della valutazione comparativa tra la condizione raggiunta nel Paese di accoglienza e quella di compromissione della garanzia dei diritti fondamentali cui è esposto il richiedente asilo in caso di rimpatrio forzato (cfr. Cass. 4455/2018; id. 17072/2018)

– l’inammissibilità di tutti i motivi, giustifica l’inammissibilità del ricorso;

– nulla va disposto sulle spese atteso il mancato svolgimento di effettiva attività difensiva da parte del resistente Ministero;

– ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 18 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 29 aprile 2021

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