Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11297 del 10/05/2010

Cassazione civile sez. I, 10/05/2010, (ud. 04/02/2010, dep. 10/05/2010), n.11297

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITRONE Ugo – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

Dott. CULTRERA Maria Rosaria – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 35125/2006 proposto da:

COMUNITA’ MONTANA VALLE CANNOBINA (c.f. (OMISSIS)), in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA P.L. DA PALESTRINA 63, presso l’avvocato CONTALDI MARIO,

rappresentata e difesa dall’avvocato GALLENCA Giuseppe, giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

ZUMAGLINI & GALLINA S.P.A.;

– intimata –

sul ricorso 3109/2007 proposto da:

ZUMAGLINI & GALLINA S.P.A. (c.f. (OMISSIS)), in proprio e quale

mandataria delle Imprese f.lli Poscio S.p.a., Frua cav. Mario Impresa

Edile S.p.a., Impresa Lavorini geom. Giuseppe, in persona del legale

rappresentante pro tempore, domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CANCELLERIA CIVILE DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata

e difesa dall’avvocato VIDETTA FRANCESCO PAOLO, giusta procura in

calce al controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

COMUNITA’ MONTANA VALLE CANNOBINA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 779/2006 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 15/05/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/02/2010 dal Consigliere Dott. SALVATORE SALVAGO;

udito, per la ricorrente, l’Avvocato GIUSEPPE GALLENCA che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso principale; rigetto dell’incidentale;

udito, per la controricorrente e ricorrente incidentale, l’Avvocato

FRANCESCO PAOLO VIDETTA che ha chiesto il rigetto del ricorso

principale; l’accoglimento dell’incidentale;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PIVETTI Marco, che ha concluso per l’inammissibilità ex art. 366 bis

c.p.c., del ricorso principale e di quello incidentale ex art. 334

c.p.c., comma 2.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Tribunale di Verbania, con sentenza del 16 novembre 2001,condannava la Comunità montana Valle Cannobina che con contratto del (OMISSIS) aveva affidato al Raggruppamento di imprese rappresentato dalla s.p.a. Zumaglini & Gallina l’appalto per la realizzazione del primo lotto di lavori relativo all’acquedotto della (OMISSIS), a corrispondere alla società appaltatrice gli interessi di cui al D.P.R. n. 1063 del 1962, artt. 35 e 36, per il ritardato pagamento dei lavori effettuati; dichiarava di non dover provvedere sulla richiesta di applicazione della penale da parte della stazione appaltante, poichè la stessa era stata già addebitata alla controparte in sede di contabilità e di collaudo finale.

In parziale accoglimento delle impugnazioni delle parti, la Corte di appello di Torino, dapprima con sentenza non definitiva del 23 luglio 2004,e quindi con decisione definitiva del 15 maggio 2006; a) ha dichiarato che gli interessi legali sui compensi revisionali sono dovuti dalla data del 28 giugno 1991, in cui la Comunità montana aveva riconosciuto la revisione prezzi; b) ha confermato che gli interessi spettanti all’appaltatore avevano natura moratoria e discendevano dalle disposizioni del D.P.R. n. 1063 del 1962, artt. 35 e 36; ed ha disposto che i pagamenti parziali della stazione appaltante dovevano seguire il regime di cui all’art. 1194 cod. civ., dovendo venire imputati dapprima agli interessi maturati e successivamente alla sorte ancora non corrisposta, c) ha escluso la compensazione della somma richiesta dalla Comunità a titolo di penale accertata in sede di collaudo nell’importo di L. 198.000.000, con quelle ancora dovute all’impresa, sia perchè il Tribunale aveva accertato che di essa era stato già tenuto conto in tale sede dal collaudatore, sia perchè le risultanze del collaudo avevano costituito oggetto di una riserva dell’appaltatore, non ancora definita.

Per la cassazione della sentenza la Comunità montana ha proposto ricorso per tre motivi; cui resiste la Z. con controricorso contenente ricorso incidentale per due motivi, illustrati da memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

I ricorsi vanno,anzitutto riuniti ai sensi dell’art. 335 cod. proc. civ., perchè proposti contro la medesima sentenza. Con il primo motivo di quello principale, la Comunità montana,deducendo violazione di legge e difetto di motivazione,censura la sentenza impugnata per aver ritenuto che i propri pagamenti erano stati intempestivi senza considerare che l’anticipazione era stata corrisposta in data 7 gennaio 1987, entro i 6 mesi resi l dalla deliberazione 18 luglio 1986 con cui era stato autorizzato per intero l’appalto con tutti i conseguenti lavori previsti a seguito del finanziamento concesso dalla Regione Piemonte.

Il motivo è anzitutto ammissibile perchè la sentenza non definitiva contro cui la doglianza è diretta è stata depositata il 23 luglio 2004, in epoca precedente all’entrata in vigore dell’art. 366 bis cod. proc. civ. (2 marzo 1966), che ha richiesto che ciascun motivo deve essere illustrato a pena di inammissibilità da un quesito di diritto. Non contraddice questa conclusione Cass. 10432/2009 poichè la stessa fa riferimento all’ipotesi qui non ricorrente di ricorso incidentale a sentenza non definitiva che faccia seguito al ricorso principale contro sentenza definitiva pubblicata in epoca successiva al 2 marzo 2006.

La censura, con cui si denuncia espressamente violazione delle disposizioni della L. n. 741 del 1981, art. 3, relative alla decorrenza dell’obbligo della stazione appaltante di corrispondere l’anticipazione (pag. 9 ric.), è fondata.

Il Tribunale di Verbania aveva condannato la Comunità montana al pagamento in favore della società appaltatrice degli interessi di mora di cui al D.P.R. n. 1063 del 1962, artt. 35 e 36 nella particolare misura concessa dalle menzionate norme sia con riguardo ai corrispettivi dovuti per specifiche partite di lavori eseguiti, che per il versamento dell’anticipazione spettante all’impresa ai sensi della L. n. 741 del 1981, art. 3, che infine per le somme corrisposte a titolo di revisione prezzi.

La comunità con il 5 motivo di appello (pag. 12 sent.) aveva contestato di avere versato l’anticipazione in ritardo rispetto al termine stabilito dal menzionato art. 3 (sei mesi dal momento dell’offerta),assumendo che nel caso i lavori per il peculiare contratto stipulato con la controparte il 9 agosto 1985 dovevano essere affidati all’appaltatore in due riprese: la prima immediata, fino all’importo netto di L. 4.500.000.000, pari al loro 40%; e la seconda meramente eventuale perchè subordinata ad un finanziamento che la Regione Piemonte avrebbe dovuto concedere, dal quale dipendeva la loro prosecuzione per l’intero ammontare dell’appalto; che il raggruppamento di imprese aveva espressamente accettato nel contratto siffatta condizione, impegnandosi anzi a non intentare alcuna azione ove il finanziamento non fosse stato concesso ed i lavori si fossero conclusi con l’esecuzione del primo lotto; e che, siccome l’autorizzazione della Regione Piemonte era sopravvenuta in data 18 luglio 1986, la seconda anticipazione (pari a L. 341.387.470), pacificamente corrisposta in data 7 gennaio 1987, non poteva considerarsi tardiva perchè interna al termine semestrale di cui all’art. 3.

Con siffatta censura quindi, la stazione appaltante non contestava affatto l’applicazione di detta norma all’appalto in oggetto,nè che essa preceda la decorrenza del termine iniziale per il pagamento “dalla data dell’offerta”,ma sosteneva che nel caso concreto quest’ultima per espressa previsione contrattuale coincidesse con la data in cui la Regione Piemonte aveva autorizzato la seconda partita dei lavori per l’intero importo in origine stabilito. Sicchè il compito devoluto alla Corte di appello era anzitutto quello di esaminare i punti 4 ed 8 del contratto di appalto onde verificare se ed in quali termini gli stessi contenevano le pattuizioni dedotte dalla Comunità montana, e se le stesse fossero state accettate dall’appaltatore. Ed, in caso positivo, di stabilire quale data dovesse considerarsi quella dell’offerta dalla quale la L. L. n. 741 del 1981, art. 3, fa decorrere il termine di 6 mesi per il versamento dell’ anticipazione.

Questa Corte infatti ha affermato che detta previsione può essere interpretata secondo il suo tenore letterale per cui l’anticipazione è accreditata all’impresa indipendentemente dalla sua richiesta, entro sei mesi dalla data dell’offerta, soltanto nell’ipotesi di normali modelli di gara (asta pubblica e licitazione privata) nelle quali l’amministrazione predefinisce compiutamente lo schema negoziale, indicando (oltrechè le caratteristiche del contratto, il tipo di procedura seguito per l’aggiudicazione, i requisiti di ammissione) i termini e le modalità da seguire per la presentazione delle offerte.

Ove,invece, a queste ultime segua,come nella fattispecie una fase contrattuale caratterizzata da trattative che si concludono con la stipulazione del contratto ove vengano stabiliti gli obblighi specifici a carico di ciascuna delle parti, la formulazione letterale della disposizione esige una sua interpretazione logico – sistematica, che tiene conto da un lato della funzione dell’istituto volto ad assicurare all’appaltatore congrue disponibilità nella delicata fase di avvio dei lavori, ed a rispondere anche all’esigenza di pubblico interesse di corretta e tempestiva realizzazione dell’opera; e dall’altro della sua complessiva regolamentazione contenuta nello stesso art. 3, in base alla quale: a) se l’esecuzione del contratto non ha inizio nel termine stabilito, le amministrazioni sono tenute a revocare immediatamente, dandone comunicazione con lettera raccomandata con avviso di ritorno, l’anticipazione ed a richiedere al tempo stesso al fideiussore la restituzione della medesima (art. 3, comma 1); b) qualora l’esecuzione di un contratto in corso di svolgimento non persegua secondo gli obblighi contrattuali, l’Amministrazione può, nella sua discrezionalità (che la L. n. 155 del 1989 ha trasformato in obbligo), decidere di revocare l’anticipazione, applicando in tal caso la procedura di revoca stabilita per il mancato inizio della esecuzione del contratto (Cass. 20324/2004; 17673/2004; 7345/1995).

Pertanto allorquando all’aggiudicazione dell’appalto segua un fase di negoziazione che si concluda con un contratto ciò che rileva per stabilire la data indicata dal menzionato art. 3 (fermo restando l’obbligo della sua corresponsione) non è più quella in cui l’appaltatore abbia accettato l’offerta dell’amministrazione a prescindere dal suo contenuto, bensì la data risultante dalle pattuizioni intercorse tra le parti nella quale si conviene che i lavori devono essere affidati all’impresa; e l’anticipazione può assumere quindi la funzione che le è tipica di deroga al principio della postnumerazione del corrispettivo di cui all’art. 1655 cod. civ. ed all’espresso divieto di corrisponderle, di cui al R.D. n. 2440 del 1923, art. 12, onde garantire la finalità di cui si è detto avanti: altrimenti divenendo priva di significato, come si sarebbe verificato ove i lavori dopo l’esecuzione della prima parte non avessero avuto più seguito per la mancata autorizzazione della Regione Piemonte (Cass. 1061/2004).

Al lume di queste considerazioni risulta palese l’illogicità della risposta fornita al motivo di impugnazione dalla sentenza impugnata, che ha, per un verso considerato termine iniziale del semestre indicato dalla L. n. 741, art. 3, la data dell’offerta quale individuata dai conteggi compiuti dal c.t.u. cui ha rinviato; che si risolve, di per sè, in una violazione dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 3, posto che il giudice deve attenersi al limite intrinseco alla consulenza tecnica, consistente nella sua funzionalità alla risoluzione di questioni di fatto presupponenti cognizioni di ordine tecnico e non giuridico. Sicchè, non può risolvere la controversia in base ad un richiamo alle conclusioni al riguardo del consulente stesso, ma può condividerle soltanto ove formuli una propria autonoma motivazione basata sulla valutazione degli elementi di prova legittimamente acquisiti al processo e dia sufficiente ragione del proprio convincimento.

Ma la decisione impugnata è altresì errata laddove ha equiparato la disciplina dell’anticipazione a quella degli acconti di cui al D.P.R. n. 1063 del 1962, artt. 35 e 36, senza tener conto: a) che l’anticipazione, non può essere assimilata al pagamento di acconti in corso di esecuzione, che costituisce un’obbligazione corrispettiva ed è, quindi, un momento essenziale dell’appalto di opere pubbliche;

b) che le prescrizioni di cui all’art. 35 del capitolato generale approvato con D.P.R. 16 luglio 1962, n. 1063, regolano compiutamente l’ipotesi di ritardo nel pagamento di ciascuna rata di acconto, contemplando separatamente l’ipotesi del ritardo nella emissione del certificato di pagamento della rata di acconto e quella del ritardo nella emissione del titolo di spesa a favore dell’appaltatore; e soltanto per queste ipotesi attribuiscono all’appaltatore il diritto agli speciali interessi moratori stabiliti, fissandone peraltro anche la decorrenza; c) che detta norma non può che essere interpretata restrittivamente per cui detti interessi moratori sono dovuti nelle sole ipotesi espressamente contemplate dalla norma; e non possono estendersi anche alla anticipazione, per la cui ritardata corresponsione gli interessi devono essere determinati secondo i criteri stabiliti dal codice civile (Cass. 3768/2006, 10641/2004, 547/1997).

Con il secondo motivo, la Comunità montana, deducendo violazione dell’art. 1283 cod. civ., censura la sentenza impugnata per avere dichiarato che tutti gli interessi dovuti al Raggruppamento di imprese andavano calcolati nella misura di cui D.P.R. n. 1063 del 1962, artt. 35 e 36, senza considerare che siffatta regola non può valere per gli interessi anantocistici, per i quali invece la menzionata norma codicistica dispone che gli stessi siano sempre dovuti nella misura legale e ne stabilisce le condizioni per l’attribuzione. Ricorda la copiosa giurisprudenza di questa Corte che ne esclude la corresponsione allo speciale tasso favorevole per l’appaltatore introdotto dalla normativa del capitolato.

Questa doglianza è inammissibile.

Nè la sentenza non definitiva,nè quella definitiva hanno attribuito all’impresa appaltatrice gli interessi anatocistici, in quanto la prima ha esaminato soltanto le problematiche poste dalle parti in relazione al diritto dell’appaltatore di percepire gli interessi di mora,alla data della loro decorrenza, nonchè alla prescrizione anche parziale del relativo debito invocata dalla Comunità montana; mentre la sentenza definitiva ha risolto la questione inerente ai pagamenti parziali eseguiti dalla stazione appaltante in base al criterio posto dall’art. 1194 cod. civ. che ne impone l’imputazione dapprima agli interessi già maturati e successivamente al capitale rimasto. Ed anzi al riguardo la Corte di appello ha specificato per un verso che gli interessi di mora concessi dalle menzionate disposizioni del capitolato non potevano essere cumulata con la svalutazione monetaria richiesta dall’impresa che ha quindi escluso (pag. 11 segg.). E, per altro verso, che la somma di Euro 100.676,83 ancora dovuta a titolo di interessi di mora dalla Comunità,in base ai conteggi eseguiti dalla consulenza tecnica, si spiegava non già per il fatto che era stato applicato un tasso annuo del 60%, ma proprio perchè l’originario capitale di L. 677.379.945,era stato estinto solo in parte dai pagamenti via via effettuati dalla stazione appaltante, essendo stati gli stessi correttamente imputati dal consulente dapprima agli interessi di mora già maturati e successivamente (e per le somme residue) al capitale suddetto.

Per cui il motivo di ricorso della Comunità è del tutto inconferente e non puntuale rispetto all’effettiva “ratio decidendi” che è rimasta incensurata; e che non era censurabile una volta che la ricorrente ha contestato il tardivo pagamento delle somme corrisposte al Raggruppamento di imprese soltanto con riguardo alla seconda anticipazione, e non anche in relazione ai lavori eseguiti, oggetto dei S.A.L. emessi dalla Direzione dei lavori.

Resta in tal modo assorbito il motivo di ricorso incidentale del Raggruppamento di imprese relativo alla mancata corresponsione della rivalutazione monetaria subordinato alla condizione, non verificatasi, dell’accoglimento del motivo di ricorso principale appena esaminato.

Con l’ultimo motivo, la Comunità montana,deducendo violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., e difetto assoluto o illogicità della motivazione, censura la sentenza impugnata per aver reiterato l’errore del primo giudice in ordine alla propria richiesta di applicazione della penale per la ritardata consegna dei lavori da parte dell’appaltatore; sulla quale il Tribunale aveva erroneamente scelto di non decidere per il fatto che la stessa sarebbe stata già addebitata nella relazione di collaudo, ed i giudici di appello avevano confermato la decisione aggiungendo la circostanza che l’impresa aveva formulato riserva contro le risultanze del collaudo, e senza avvedersi che la stessa era stata già decisa in termini sfavorevoli all’appaltatore.

Questo motivo, per la parte che qui interessa corredato dal quesito di diritto ex art. 366 bis cod. proc. civ. (pag. 22), in quanto diretto contro la sentenza definitiva, è fondato.

Nessuna delle parti nè alcuna delle sentenze impugnate hanno mai dubitato che la Comunità montana nel giudizio di primo grado abbia chiesto con apposita riconvenzionale la condanna della controparte per la ritardata consegna dei lavori in data 30 novembre 1992, nè che la penale era stata pattuita in ragione di L. 500.000 al giorno, e ancora fosse dovuta nell’ammontare complessivo di L. 198.000.000.

Il Raggruppamento di imprese aveva tuttavia eccepito nel giudizio di primo grado che di essa era stato già tenuto conto nella relazione di collaudo ove il saldo ancora dovuto dalla stazione appaltante era stato determinato previa avvenuta compensazione di tale posta passiva per l’impresa (pag. 24 controric.). E siffatta eccezione che la penale non poteva quindi essere addebitata una seconda volta è stata recepita dalla sentenza di primo grado,la quale ha dichiarato “che tale somma è stata già addebitata all’impresa nello stato finale”:

perciò ritenendo che non vi era più ragione di decidere sulla richiesta della Comunità già soddisfatta.

Proprio quest’ultimo presupposto è stato contestato dalla stazione appaltante la quale con apposito motivo di gravame aveva rilevato che il collaudatore, come emergeva dal relativo atto aveva in effetti dato atto del credito della Comunità per la penale suddetta e che lo stesso doveva essere compensato con le poste da questa ancora dovute all’appaltatore; ma che la compensazione non era stata effettivamente eseguita per il già avvenuto pagamento integrale di queste ultime all’impresa. Con la conseguenza che per questa ragione era stato richiesto al giudice di dare atto della compensazione tra le due partite di debito e di credito fin dall’epoca della relazione di collaudo (artt. 1242 e 1243 cod. civ.) e di condannare il Raggruppamento di imprese alla restituzione della somma di L. 198.000.000 di fatto non decurtata dalle somme alla stessa corrisposte.

Pertanto il thema decidendum devoluto al giudice di appello non era quello di stabilire se nella relazione di collaudo erano stati ravvisati gli estremi della compensazione tra le due poste e se il collaudatore l’aveva effettuata, costituendo detta circostanza un dato del tutto pacifico tra le parti; ma di accertare se la somma effettivamente corrisposta all’epoca all’appaltatore era già ridotta per l’avvenuta compensazione (accertata nella relazione di collaudo) con l’importo della penale. Ovvero prescindeva da essa, e comprendeva le sole poste attive ancora spettanti all’appaltatore per i lavori eseguiti senza perciò detrarre da esse l’ammontare della penale come sopra determinato.

E la decisione della Corte di appello “che non vi è più nulla da disporre rispetto a quanto già motivato dal Tribunale” che in realtà non aveva esaminato la questione,non soltanto risulta illogica soprattutto se si considera che la stessa sentenza aveva specificamente dato atto della doglianza avanzata dalla Comunità montana nei confronti della statuizione di primo grado; ma si è tradotta in una palese violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., ravvisabile allorquando il giudice di appello non esamini il motivo di gravame e/o non emetta alcun provvedimento su di esso.

Nè la risposta alla censura dell’ente ricorrente può esaurirsi nell’argomentazione aggiunta che l’appaltatore aveva avanzato riserva (trascritta integralmente) contro le risultanze del collaudo anche con riguardo all’applicazione della penale; posto che la riserva è soggetta alla disciplina del R.D. n. 350 del 1895, artt. 63 e 64, e che la Comunità montana ha riferito che il Collaudatore l’aveva esaminata e risolta in termini sfavorevoli all’impresa. Per cui non era sufficiente dare atro dell’avvenuta proposizione della riserva, avendo la sentenza impugnata anche l’obbligo di stabilire se su di essa la stazione appaltante aveva provveduto e con quale statuizione;

ed in caso in cui la stessa fosse stata respinta, come confermava anche l’assunto dell’impresa che il Collaudatore aveva operato già la compensazione, occorreva accertare se detta risoluzione fosse stata tempestivamente impugnata in questo o in altro giudizio,anche perchè la stessa contro-ricorrente ha riferito di essersi limitata nel procedimento di primo grado ad eccepire la già avvenuta compensazione del proprio debito per la penale nella relazione di collaudo: senza perciò mettere in discussione nè la decisione amministrativa, nè tanto meno la sussistenza dell’obbligazione per tale titolo a proprio carico. Pertanto anche a questa disamina dovrà provvedere il giudice di rinvio.

Con il secondo motivo del ricorso incidentale il Raggruppamento di imprese,deducendo violazione dell’art. 1664 cod. civ.; della L. n. 700 del 1974, nonchè degli artt. 35 e 36, censura la sentenza impugnata per aver attribuito la revisione dei prezzi dalla data del riconoscimento della stazione appaltante (Delib. 28 giugno 1991), e perciò escluso l’attribuzione degli interessi di mora per il periodo precedente: senza considerare che detto riconoscimento aveva rimosso l’ostacolo all’esercizio del diritto soggettivo dell’appaltatore a conseguirla perciò riespandendolo; e che dunque dovevano trovare integrale applicazione le disposizioni del capitolato generale con le relative decorrenze per l’attribuzione degli interessi in questione.

Il motivo è inconsistente Contrariamente,infatti, a quanto mostra di ritenere il Raggruppamento ricorrente, l’istituto della revisione dei prezzi contrattuali onde adeguarli ai mutati costi dei fattori produttivi, per gli aggravi economici che impone alla stazione appaltante, è disciplinato in ogni sua fase dalla legge e correlato ad un potere attribuito alla p.a. nell’interesse pubblico, che perciò opera al di fuori del contratto (nonchè delle spese in esso previste) con effetti su di esso; ed è strutturato come un procedimento concessorio rimesso alla discrezionalità dell’amministrazione appaltante.

D’altra parte, la L. 22 febbraio 1973 n. 37, ha soppresso il regime convenzionale derogativo della disciplina legale (introdotto dal D.Lgs.C.P.S. n. 1501 del 1947) in forza della espressa disposizione dell’art. 2, secondo la quale “Per tutti i lavori affidati o appaltati dalle amministrazioni o aziende dello Stato…la facoltà di procedere alla revisione dei prezzi è ammessa, secondo le norme che la regolano, con esclusione di qualsiasi patto contrario o in deroga”; e disvelato l’intendimento del legislatore di accentuare la configurazione di questo rapporto secondo il modello autoritativo potere – interesse legittimo, facendo sopravvivere delle tre ipotesi configurabili nella precedente regolamentazione, soltanto la disciplina legale, la quale attribuisce all’amministrazione committente la “facoltà” di concedere la revisione, peraltro in corso di rapporto a seguito di scelte caratterizzate da ampie valutazioni discrezionali dell’interesse pubblico nel caso concreto, in termini favorevoli all’appaltatore.

La nuova norma, più non permettendo alle parti di convenire in contratto un regolamento derogativo della disciplina legale, esclude altresì che il riconoscimento della revisione possa avvenire in via preventiva in sede di stipulazione del contratto e lo consente soltanto mediante un atto successivo,unilaterale dell’amministrazione o bilaterale, che può, dunque, sopravvenire soltanto durante lo svolgimento dell’appalto ovvero al termine di esso; con la conseguenza che, sussistendo detta discrezionalità non solo nell’an, ma anche sul “quando” del riconoscimento, esclusivamente da tale momento l’appaltatore diviene titolare di un diritto soggettivo a percepirla e sempre da tale data è configurabile la responsabilità dell’amministrazione debitrice per l’inadempimento, anche con riguardo agli interessi ed eventuale maggior danno per il ritardo con cui ne è avvenuto il pagamento.

Pertanto le decisione impugnata che si è attenuta a siffatti principi, peraltro ripetutamente enunciati dalla giurisprudenza di questa Corte,resa anche a sezioni unite, va sotto questo profilo confermata (cfr. da ultima Cass. Sez. Un. 4463/2009).

La stessa, e quella non definitiva vanno invece cassate in relazione ai motivi del ricorso principale accolti, con rinvio alla stessa Corte di appello di Torino, che in diversa composizione riesaminerà i corrispondenti motivi di appello della Comunità montana attenendosi ai principi esposti e provvedere alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità

P.Q.M.

La Corte, riunisce i ricorsi, accoglie il primo ed il terzo motivo del principale, rigetta il secondo, nonchè il ricorso incidentale, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità alla Corte di appello di Torino in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 4 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 10 maggio 2010

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA