Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11282 del 10/05/2010

Cassazione civile sez. II, 10/05/2010, (ud. 17/02/2010, dep. 10/05/2010), n.11282

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHETTINO Olindo – Presidente –

Dott. ODDO Massimo – rel. Consigliere –

Dott. PICCIALLI Luigi – Consigliere –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Istituto Autonomo Case Popolari di Messina – in persona del

commissario ad acta arch. L.C.C. – rappresentato e difeso

in ideazione di cessione virtu’ di Delib. commissariale n. 543/500

del 23 dicembre 2004 giusta procura speciale a margine del ricorso

dall’avv. Briguglio Letterio, presso il quale e’ elettivamente

domiciliato in Messina, alla via Maddalena, n. 4;

– ricorrente –

contro

Comune di Basico’ – in persona del sindaco sig. G.A. –

rappresentato e difeso in virtu’ di Delib. g.m. n. 22 del 27 gennaio

2005 e procura speciale a margine del controricorso dall’avv. Bucca

Domenico, presso il quale e’ elettivamente domiciliato in Roma, alla

via Magna Grecia, n. 13 c/o studio avv. Sebastiano Ilascio;

– controricorrente –

avverso la sentenza del Giudice di pace di Barcellona Pozzo di Gotto

n. 143 del 24 settembre 2004 – notificata il 23 novembre 2004;

Udito la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 17

febbraio 2010 dal Consigliere dott. ODDO Massimo;

dito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.

Golia Aurelio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Giudice di pace di Barcellona Pozzo di Gotto con sentenza del 19 ottobre 2004 rigetto’ l’opposizione proposta dall’Istituto Autonomo Case Popolari (I.A.C.P.) di Messina il 22 novembre 2000 avverso l’ordinanza, con la quale il Comune di Basico aveva ingiunto all’istituto il pagamento della sanzione amministrativa di L. 28.500.000 perche’, in violazione del D.L. 21 marzo 1978, n. 59, art 12, comma 1 conv. dalla L. n. 191 del 1978, aveva omesso di comunicare all’autorita’ di p.s. la cessione di un fabbricato di n. 19 alloggi popolari di sua proprieta’ – fatto accertato il (OMISSIS).

L’I.A.C.P. e’ ricorso per la cassazione della sentenza con tre motivi, illustrati da successiva memoria, ed il Comune ha resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente va dichiarata l’inammissibilita’ della questione di legittimazione del ricorrente all’ordinanza – ingiunzione in quanto proposta per la prima volta nella memoria di cui all’art. 378 c.p.c., destinata esclusivamente ad illustrare ed a chiarire i motivi della impugnazione, ovvero alla confutazione delle tesi avversarie (cfr.:

cass. civ., sez. T, sent. 29 dicembre 2005, n. 28855).

Con il primo motivo, il ricorso denuncia la nullita’ della sentenza impugnata, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, per violazione del D.L. 21 marzo 1978, n. 58, art. 12 conv. dalla L. 18 maggio 1978, n. 191, avendo affermato l’obbligo dell’I.A.C.P. di comunicare all’autorita’ di p.s. la locazione degli immobili di sua proprieta’, nonostante che il D.P.R. 24 luglio 1977, n. 616, art. 95 e L. 5 agosto 1978, n. 457, art. 55 abbiano attribuito le funzioni amministrative in materia di assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica ai comuni (e L.R. Sicilia 26 agosto 1992, n. 7, art. 13, comma 1 ai sindaci), che provvedono sulla base della graduatoria formata dalla commissione prevista dal D.P.R. 30 dicembre 1972, n. 1035, e gli l’I.A.C.P. nella disposizione degli immobili non abbiano alcuna discrezionalita’, essendo vincolati a stipulare i contratti di locazione con coloro ai quali i comuni (od i sindaci) abbiano assegnato gli alloggi. Aggiunge che la ratio dell’obbligo di comunicazione non ricorre nel caso di cessioni operate nell’ambito di un rapporto pubblicistico in favore di soggetti, di cui sia stato gia’ verificato nell’ambito del procedimento di assegnazione, e, nella specie, dallo stesso sindaco, che nel comune rappresentava anche l’autorita’ di p.s., il possesso dei requisiti richiesti dalla legge per il godimento degli immobili, e che, in ogni caso, le caratteristiche della fattispecie escludevano che potesse essere negata l’esimente della buona fede dell’Istituto.

Il motivo e’ infondato.

L’obbligo di comunicazione all’autorita’ locale di p.s. di tutte e cessioni della proprieta’ o del godimento o, a qualunque altro titolo, dell’uso esclusivo di un fabbricato o di parte di esso per un tempo superiore ad un mese venne introdotto dal D.L. 21 marzo 1978, n. 59, art. 12 conv. in L. n. 191 del 1978, quale misura di lotta contro il terrorismo e la norma, in relazione alla sua finalita’ di contrasto della clandestinita’ mediante un tempestivo controllo sui soggetti che acquisiscono la disponibilita’ di immobili e sull’impiego che di questi viene fatto, non opera alcuna distinzione quanto alla natura privata o pubblica dei soggetti che effettuano la cessione od alla causa od al procedimento che abbiano dato luogo alla cessione.

La natura dell’I.A.C.P. proprietario degli immobili e la devoluzione ai comuni (od al sindaco) del procedimento amministrativo di individuazione dei soggetti che hanno diritto a loro godimento nessun rilievo assumono, quindi, ai fini della sussistenza dell’obbligo di comunicazione della cessione ed all’individuazione del soggetto ad essa obbligato, per i quali occorre fare riferimento soltanto alla fase di attuazione del provvedimento di assegnazione degli alloggi che e’ riservata agli Istituti e che, al pari del rapporto che ne deriva, consiste nella locazione degli immobili agli assegnatari (cfr.: cass. civ., sez. 1^, sent. 21 giugno 2006, n. 1429; Cass. civ., sez. 1^, sent. 29 marzo 2006, n. 71 19; cass. civ., sez. 1^, sent. 18 giugno 1997, n. 5455). Ne’ alcun rilievo sulla necessita’ della comunicazione puo’ assumere l’eventuale coincidenza nel medesimo organo delle qualita’ di organo dell’assegnazione e di autorita’ di p.s., posto che l’assegnazione e’ atto ricognitivo del diritto e non dispositivo del godimento dell’alloggio assegnato e che la verifica dei requisiti per l’assegnazione ed il controllo di prevenzione del terrorismo hanno contenuto e perseguono fini tra loro non assimilabili.

Egualmente, come correttamente osservato dalla sentenza impugnata, il mero convincimento dell’Istituto di non essere tenuto alla comunicazione in quanto le locazioni erano atti dovuti non poteva configurare l’esimente della buona fede, giacche’ la scusabilita’ dell’errore di diritto richiede il concorso nella induzione in esso di elementi positivi idonei ad ingenerare nell’agente la convinzione della liceita’ della propria condotta (cfr.: cass. civ., sez. 1^, sent. 6 dicembre 1996, n. 10893).

Con il secondo motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 8, del D.L. 21 marzo 1978, n. 58, art. 12 conv. dalla L. 18 maggio 1978, n. 191, e dell’art. 112 c.p.c., avendo escluso l’applicabilita’ della continuazione tra le violazioni e del sopravvenuto L. n. 689 del 1981, art. 8 bis benche’ avesse ritenuto la violazione di natura permanente, e non avendo rilevato l’unicita’ della violazione pur essendo stato contestualmente locato l’intero fabbricato. Il motivo e’ infondato.

La L. n. 689 del 1981, at. 8, comma 2 consente l’applicazione di una sola sanzione per una pluralita’ di violazioni amministrative commesse con piu’ azioni ed omissioni soltanto in materia di previdenza ed assistenza obbligatorie, dalla quale esula la fattispecie contestata, e nessuna pertinenza alla permanenza ha l’art. 8-bis, che nel 1999 ha introdotto nella disciplina delle violazioni amministrative l’istituto della reiterazione, analogo a quello della recidiva in materia penale. La L. n. 59 del 1978, art. 12 nel prevedere l’obbligo di comunicazione di cessione di “fabbricato o di parte di esso” non consente di ritenere, in relazione allo scopo perseguito dalla norma, che una pluralita’ di autonome e distinte cessioni di alloggi in favore di soggetti distinti integrino, agli esclusivi fini della comunicazione, una unica cessione quando tutte le unita’ immobiliari siano incluse nel medesimo fabbricato.

Con il terzo motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, per violazione della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 11 e del D.L. 21 marzo 1978, n. 58, art. 12 conv. dalla L. 18 maggio 1978, n. 191, non avendo esaminato la richiesta di riduzione della sanzione al minimo e motivato sulla adeguatezza della sanzione irrogata alla particolarita’ della fattispecie, considerati i rapporti tra il Comune e l’I.A.CP, in ordine all’assegnazione degli alloggi e la gia’ avvenuta esecuzione dei controlli sui soggetti occupanti gli alloggi da parte degli stessi vigili urbani preposti all’accertamento delle violazioni. Il motivo e’ infondato.

E’ rimesso al potere discrezionale del giudice di merito valutare se l’entita’ della sanzione irrogata per una violazione amministrativa entro i limiti previsti dalla legge sia commisurata alla concreta gravita’ del fatto concreto, quale desunta dai suoi elementi oggettivi e soggettivi, ed a fronte dell’omessa deduzione di elementi specifici, come evidenziato dalla sentenza, la statuizione a riguardo non e’ censurabile in sede di legittimita’ risultando rispettati i limiti suddetti ed essendo stata ribadita la congruita’ della sanzione applicata in misura pari alla meta’ del massimo edittale con riferimento agli elementi di valutazione acquisiti.

All’infondatezza dei motivi seguono il rigetto del ricorso e la con danna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, liquidate in dispositivo.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, che liquida in Euro 1.700,00, di cui Euro 200,00 per spese vive, oltre spese generali, iva, cpa, ed altri accessori di legge.

Cosi’ deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 17 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 10 maggio 2010

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