Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11260 del 20/05/2011

Cassazione civile sez. II, 20/05/2011, (ud. 15/03/2011, dep. 20/05/2011), n.11260

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHETTINO Olindo – Presidente –

Dott. BIANCHINI Bruno – Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

F.R. (C.F.: (OMISSIS)), rappresentato e

difeso, in forza di procura speciale in calce al ricorso, dagli

Avv.ti Melchiori Italo e Marina VVongher ed elettivamente domiciliato

presso lo studio della seconda, in Roma, v. Caroncini, n. 27;

– ricorrente –

contro

B.M. ved. P., P.V. e P.

C., rappresentati e difesi, in forza di procura speciale in

calce al controricorso, dagli Avv.ti PAVAN Vittorino e Giuseppe Gigli

ed elettivamente domiciliati presso lo studio del secondo, in Roma,

v. Pisanelli n. 4;

– controricorrenti –

e

P.O. e P.M.;

– intimati –

Avverso la sentenza della Corte di appello di Venezia n. 117 del

2005, depositata il 20 gennaio 2005;

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 15

marzo 2011 dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato;

uditi gli Avv.ti Marina Wongher per il ricorrente e Giuseppe Gigli

per i controricorrenti;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. CARESTIA Antonietta, che ha concluso per

l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione ritualmente notificato il sig. F. R. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Treviso i coniugi P.B. e B.M. al fine di sentir ottenere una sentenza che producesse gli effetti di un contratto di vendita tra le stesse parti non concluso il cui preliminare era riconducibile ad una scrittura privata del 23 gennaio 1979. Rimessa la causa alla Sezione stralcio ai sensi della L. n. 276 del 1997, le parti venivano convocate all’udienza del 9 febbraio 2001 per l’esperimento del prescritto tentativo di conciliazione nella quale il procuratore dei convenuti produceva il certificato di morte di P.B., avvenuta il (OMISSIS), invocando la dichiarazione di interruzione del giudizio, che veniva effettivamente adottata dal giudice designato. In data 22 febbraio 2001 il procuratore dell’attore depositava ricorso per la riassunzione della causa in relazione al quale il suddetto giudice disponeva la prosecuzione del giudizio per l’udienza del 17 settembre 2001, con la successiva notificazione, in data 17 marzo 2001, dell’istanza di riassunzione e del pedissequo decreto giudiziale agli eredi di P.B. collettivamente ed impersonalmente nell’ultimo domicilio del defunto. All’udienza fissata per il prosieguo del giudizio, il G.O.A., su richiesta del difensore dell’attore, non essendo costituito alcuno degli eredi del P.B., concedeva (sul presupposto che la notifica in forma collettiva ed impersonale era avvenuta oltre l’anno dalla morte della parte) nuovo termine per la rinnovazione della notificazione del ricorso in riassunzione e del nuovo provvedimento giudiziale. Alla nuova udienza i convenuti si costituivano ed eccepivano l’estinzione del giudizio per tardività della sua riassunzione. Precisate le conclusioni, il G.O.A., con sentenza n. 604 del 2003, rigettata l’eccezione di estinzione, respingeva nel merito la domanda proposta dal F..

Interposto appello da parte del F., si costituivano gli appellati, i quali, in via incidentale, riproponevano l’eccezione pregiudiziale di estinzione dei giudizio. La Corte di appello di Venezia, con sentenza n. 117 del 2005, depositata il 20 gennaio 2005, accoglieva detta eccezione e, in riforma dell’impugnata sentenza, dichiarava estinto il processo, regolando le spese del grado.

A sostegno dell’adottata sentenza la Corte territoriale rilevava la fondatezza dell’indicata eccezione sul presupposto che, non essendo stata richiesta la concessione di un termine per la rinnovazione della notificazione dell’istanza di riassunzione antecedentemente alla scadenza del precedente, non era più possibile prevederne una proroga, con la conseguenza che la sua precedente scadenza aveva prodotto gli stessi effetti preclusivi del termine perentorio.

Avverso l’indicata sentenza d’appello (notificata il 10 giugno 2005) ha proposto ricorso per cassazione (notificato il 21 settembre 2005 e depositato il 6 ottobre successivo) il F.R., basato su due motivi, in relazione al quale gli intimati hanno resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente ha censurato la sentenza impugnata – con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione dell’art. 154 c.p.c. in relazione all’art. 303 c.p.c., per aver la Corte di appello di Venezia ritenuto non prorogabile, una volta scaduto, il termine ordinatorio concesso dal giudice alla parte per la notifica del ricorso in riassunzione e pedissequo decreto con fissazione dell’udienza di prosecuzione della causa, pur nel rispetto del termine perentorio di sei mesi fissato dall’art. 305 c.p.c. per la riassunzione del giudizio interrotto.

1.1. Il motivo è fondato e deve, pertanto, essere accolto.

In linea generale, si rileva che la riassunzione del processo deve avvenire (nella disciplina processuale “ratione temporis” applicabile nella fattispecie, antecedente alla modifica apportata all’art. 305 c.p.c. con la L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46, comma 14) entro il termine perentorio di sei mesi dall’interruzione, ovvero dal momento in cui l’interruzione stessa ha prodotto i suoi effetti, pena l’estinzione del giudizio ai sensi dell’art. 307 c.p.c., comma 3. E’, ormai, pacifico che, al fine di evitare l’estinzione, è sufficiente il tempestivo deposito del ricorso per prosecuzione o per riassunzione. Sul punto, questa Corte, con la sentenza a Sezioni unite n. 14854 del 28 giugno 2006, dirimendo il contrasto prima manifestatosi sulla relativa questione, ha, infatti, stabilito, in via principale, che l’osservanza del termine di riassunzione, ove ne sia prescritto il compimento in forma di ricorso, debba essere valutata con riguardo esclusivo al momento del deposito in cancelleria del ricorso medesimo. In particolare con la suddetta sentenza n. 14854/2006 (a cui si sono conformate le successive pronunce, tra cui Cass., sez. 1^, 8 marzo 2007, n. 5348; Cass., sez. 1^, 6 settembre 2007, n. 18713; Cass., sez. 3^, 16 marzo 2010, n. 6325, e, da ultimo, Cass., sez. 3^, 7 luglio 2010, n. 16016), le Sezioni unite hanno posto in risalto come l’art. 305 c.p.c. (nel testo risultante a seguito della sentenza n. 159 del 6 luglio 1971 della Corte costituzionale) fissi per la riassunzione il termine perentorio di sei mesi a decorrere dalla data in cui le parti hanno avuto conoscenza dell’evento interruttivo, ma, pur non specificando espressamente se entro quel termine debbano essere espletate entrambe le fasi del procedimento di riassunzione sopra menzionate, ovvero soltanto la prima di esse, è agevole ritenere che solo il deposito in cancelleria del ricorso per riassunzione dipende immediatamente dall’iniziativa della parte stessa, essendo poi rimesso al giudice di stabilire i tempi entro cui dovrà essere espletata la seconda fase, consistente nella notificazione alla controparte del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza. A tal proposito si osserva che può ben accadere che il termine fissato dal giudice per eseguire la notificazione prescritta dall’art. 303 c.p.c. oltrepassi la scadenza semestrale prevista dal citato art. 305 c.p.c., onde è inevitabile che l’intero procedimento di riassunzione si completi oltre detta scadenza, specificandosi come non sia dubitabile che siffatto termine di notificazione, in sè solo considerato, abbia natura meramente ordinatoria, posto che il richiamato art. 303 c.p.c. non dispone diversamente. Alla stregua di questa premessa, le Sezioni unite hanno ritenuto che costituirebbe una soluzione incongrua (anche con riferimento al parametro costituzionale di cui all’art. 24 Cost.) far dipendere la concreta possibilità di disporre la rinnovazione di quella notificazione, se viziata, dalla scadenza di un termine che si riferisce ad un adempimento già compiuto e che potrebbe essere o meno già decorso in conseguenza di un evento del tutto indipendente dall’attività della parte medesima. Pertanto, è stata ritenuta preferibile l’opzione ermeneutica in virtù della quale, in presenza di un meccanismo di riattivazione del rapporto processuale interrotto, destinato a realizzarsi distinguendo il momento della rinnovata “editio actionis” da quello della “vocatio in ius”, il termine perentorio indicato dall’art. 305 c.p.c. sia riferibile solo al deposito del ricorso nella cancelleria del giudice, sicchè, una volta eseguito tempestivamente tale adempimento e recuperato così il contatto tra la parte interessata ed il giudice, quel termine non può più sortire alcun effetto. La fissazione successiva ad opera del medesimo giudice di un ulteriore termine, destinato a garantire il corretto ripristino del contraddittorio interrotto nei confronti della controparte, presuppone che quell’altro precedente termine sia stato rispettato, ma ormai ne prescinde e risponde, invece, unicamente alla necessità di assicurare il rispetto delle regole proprie della “vocatio in ius”, ivi compresa quella – espressamente menzionata dal citato art. 303 c.p.c., u.c., – secondo la quale la parte cui l’atto sia stato notificato e che non si sia costituita deve essere dichiarata contumace. Le Sezioni unite hanno, perciò, concluso che bisogna, appunto, porre riferimento alle disposizioni dettate dall’art. 291 c.p.c., implicitamente così richiamate, per individuare la disciplina applicabile in caso di nullità della notifica dell’atto di riassunzione; donde la conseguenza che, in simili casi, il giudice deve ordinare la rinnovazione della notifica medesima entro un termine perentorio (e che tale è perchè così espressamente lo definisce il cit. art. 291 c.p.c., comma 1), solo il mancato rispetto del quale determinerà, poi, l’eventuale estinzione del giudizio, per il combinato disposto dello stesso art. 291 c.p.c., u.c., e del successivo art. 307 c.p.c., comma 3.

E’, peraltro, importante sottolineare che, al di là dell’eventualità della rinnovazione di una notificazione nulla dell’atto di riassunzione da attivare secondo il riferito meccanismo individuato dalle Sezioni unite, alla parte riassumente si impone, malgrado la natura ordinatoria del termine per la notifica stessa, un onere di diligenza nel garantire il sollecito ristabilimento del contraddittorio per la prosecuzione del giudizio, attraverso la corretta individuazione delle parti passivamente legittimate a continuarlo (o a superare gli ostacoli – oggettivi o soggettivi – che possono frapporsi per garantire l’effettività dell’instaurazione del nuovo contraddicono), non potendosi demandare la riattivazione del sub-procedimento notificatorio alla completa discrezionalità dello stesso riassumente, in modo tale da determinare uno stato di quiescenza del processo non temporalmente definibile che prescinda da un’attività di controllo del giudice, il cui intervento, perciò, deve essere idoneamente sollecitato mediante la richiesta di rifissazione di un nuovo termine anteriormente alla scadenza di quello preventivamente assegnato. Anche la più recente giurisprudenza di questa Corte (v. Cass., sez. lav., 20 marzo 2008, n. 7611) ha avuto modo, in proposito, di riconfermare e di puntualizzare che, in tema di interruzione del processo, una volta eseguito tempestivamente il deposito del ricorso in cancelleria con la richiesta di fissazione di una udienza, il rapporto processuale, quiescente, è ripristinato con C integrale perfezionamento della riassunzione, non rilevando l’eventuale errore sulla esatta identificazione della controparte contenuto nell’atto di riassunzione, che opera, in relazione al processo, in termini oggettivi ed è valido, per raggiungimento dello scopo ai sensi dell’art. 156 c.c., quando contenga gli elementi sufficienti ad individuare il giudizio che si intende far proseguire; ne consegue che il termine di sei mesi, previsto dall’art. 305 c.p.c., non svolge alcun ruolo nella successiva notifica del ricorso e dell’unito decreto, che è volta unicamente ad assicurare il corretto ripristino del contraddittorio ed il rispetto delle regole proprie della “vocatio in jus”, ivi compresa quella relativa alla regolarità della dichiarazione di contumacia. Il giudice, pertanto, ove la notifica sia viziata od inesistente o, comunque, non sia stata correttamente compiuta in ragione di un’erronea od incerta individuazione del soggetto che ha titolo a costituirsi, deve ordinarne la rinnovazione, con fissazione di un nuovo termine, e non può dichiarare l’estinzione del processo.

Ciò posto, nella controversia in esame è risultato che l’interruzione del giudizio venne dichiarata il 9 febbraio 2001 ed il ricorso in riassunzione venne depositato il successivo 22 febbraio 2001 con fissazione dell’udienza, da parte del G.O.A. designato, per il giorno 17 settembre 2001, senza che, oltretutto, fosse stato indicato un esplicito termine per provvedere alla conseguente notifica (in tal caso, peraltro, la giurisprudenza di questa Corte ritiene sufficiente che la parte riassumente provveda alla notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza di prosecuzione con un congruo intervallo temporale tra la notifica stessa e l’udienza, tale da consentire alle controparti un adeguato margine per approntare le proprie difese: cfr. Cass. 19 giugno 2009, n. 14353). Alla indicata udienza del 17 settembre 2001, il suddetto giudice, constatato che il ricorso in riassunzione era stato notificato – in violazione dell’art. 303 c.p.c., comma 2 – impersonalmente e collettivamente agli eredi del P.B. oltre l’anno dalla sua morte, su richiesta del difensore del F. aveva concesso nuovo termine per provvedere alla notifica dell’atto di riassunzione personalmente nei confronti di ciascuno degli eredi, adempimento che era stato assolto dal ricorrente nei modi e tempi assentiti dal menzionato giudice.

Orbene, sulla scorta della evidenziata ricostruzione della vicenda processuale, è indubbio che, al momento in cui era stata formulata – nel corso della stessa udienza del 17 settembre 2001 – la nuova istanza di riassunzione nei confronti di ognuno degli eredi del P.B., il termine semestrale previsto dall’art. 305 c.p.c. non era ancora completamente decorso (venendo a scadenza, in virtù del computo della sospensione feriale dei termini, il successivo 24 settembre 2001), ragion per cui la suddetta istanza si sarebbe dovuta considerare tempestiva, con la conseguenza che, avendo il F. ottemperato validamente alla notifica nei confronti delle controparti legittimate a partecipare alla prosecuzione del processo secondo le modalità e la tempistica indicate dal giudice medesimo, non si sarebbe potuto pervenire alla declaratoria di estinzione del giudizio, come, invece, ritenuto dalla Corte territoriale.

Quest’ultima, infatti, pur considerando che il termine semestrale non era scaduto al momento della riproposizione della nuova istanza di riassunzione (ravvisando la correlata applicabilità della sospensione feriale dei termini processuali), ha affermato che l’estinzione avrebbe dovuto operare in virtù della mera circostanza che la richiesta della concessione del nuovo termine (ovvero la proroga di quello originariamente riconosciuto) non era stata formulata antecedentemente alla scadenza di quello precedente. Così statuendo, però, la Corte veneziana è andata di contrario avviso all’orientamento di questa Corte (cfr. Cass. 1 settembre 1997, n. 8314; Cass. 8 febbraio 2000, n. 1364; Cass. 18 aprile 2002, n. 5625;

Cass. 28 giugno 2002, n. 9504; Cass. 8 luglio 2005, n. 14371) in base al quale, in tema di interruzione del processo, ha natura perentoria il termine di sei mesi per la relativa riassunzione di cui all’art. 305 c.p.c., mentre ha carattere meramente ordinatorio quello in concreto assegnato dal giudice, ex art. 303 c.p.c., per la notifica dell’atto di riassunzione da parte dell’istante alla controparte, sicchè, con riferimento a quest’ultimo (oltretutto non esplicitamente individuato nella fattispecie), se non ne è preclusa la proroga prima della sua scadenza, non è, tanto meno, preclusa – in caso di sua scadenza – la concessione di un nuovo termine, sempre che non siano decorsi sei mesi dalla conoscenza dell’interruzione del giudizio. Ed è proprio quest’ultima eventualità che è venuta a verificarsi nel caso di specie, laddove la concessione del nuovo termine per la notificazione dell’istanza di riassunzione in uno al rinnovato decreto giudiziale con la fissazione di un’ulteriore udienza era stata richiesta al giudice anteriormente alla scadenza del termine semestrale, a cui aveva fatto seguito l’adempimento rituale e tempestivo, da parte del F., per la prosecuzione del giudizio, nel quale si erano costituiti gli eredi del P. B..

All’accoglimento del primo pregiudiziale motivo di carattere processuale consegue l’assorbimento del secondo motivo dedotto dal ricorrente (relativo alla supposta violazione dell’art. 1417 c.c. in ordine al ritenuto mancato raggiungimento della prova della simulazione dell’atto di donazione effettuato dal P.B. a favore del figlio V.), in quanto attinente ad un profilo di merito della controversia sul quale la Corte territoriale non si era pronunciata in virtù della ritenuta operatività dell’estinzione e su cui si dovrà decidere in sede di rinvio, a seguito della cassazione della sentenza impugnata.

2. In definitiva, il ricorso deve essere accolto con riferimento al primo motivo proposto e con l’assorbimento del secondo;

conseguentemente, la sentenza impugnata va cassata con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello di Venezia che si atterrà al seguente principio di diritto: “in tema di interruzione del giudizio, il termine perentorio semestrale per la relativa riassunzione di cui all’art. 305 c.p.c. è riferito propriamente ai momento del deposito del relativo ricorso in cancelleria, mentre riveste carattere meramente ordinatorio quello concretamente assegnato dal giudice per la notifica del relativo ricorso e dell’inerente decreto giudiziale;

con riferimento a quest’ultimo, oltre a non esserne preclusa la proroga anteriormente alla sua scadenza, non è, a maggior ragione, preclusa – in caso di sua scadenza – la concessione di un nuovo termine nell’ipotesi in cui il suddetto termine semestrale non sia ancora completamente decorso, con la conseguenza che, verificandosi questa eventualità, non può dichiararsi l’estinzione del giudizio qualora la parte onerata abbia poi provveduto a notificare validamente e tempestivamente il successivo atto di riassunzione nei confronti dei soggetti aventi titolo a partecipare alla prosecuzione del processo”. L’indicato giudice di rinvio provvederà anche a regolare le spese della presente fase.

P.Q.M.

LA CORTE accoglie il primo motivo del ricorso e, dichiarato assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, ad altra Sezione della Corte di appello di Venezia.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda civile, il 15 marzo 2011.

Depositato in Cancelleria il 20 maggio 2011

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