Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11244 del 09/05/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 09/05/2017, (ud. 07/03/2017, dep.09/05/2017),  n. 11244

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – rel. Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21162-2015 proposto da:

J.G.E., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

DEGLI SCIPIONI 268/A, presso lo studio dell’avvocato GIORGIO

ANTONINI, rappresentata e difesa dall’avvocato GIUSEPPE

STRAMANDINOLI giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.F.

(OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso la

sede dell’AVVOCATURA dell’Istituto medesimo, rappresentato e difeso

unitamente e disgiuntamente dagli avvocati ANTONELLA PATTERI, LUIGI

CALIULO e SERGIO PREDEN giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 470/2015 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 30/06/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 07/03/2017 dal Consigliere Dott. GIULIO FERNANDES.

Fatto

RILEVATO

che, con ricorso depositato l’8.11.2013, J.G.E. conveniva innanzi al giudice del lavoro presso il Tribunale di Torino l’INPS chiedendo che l’istituto venisse condannato a liquidare in via definitiva la pensione di anzianità in godimento (era stata liquidata solo in via provvisoria con decorrenza dall’1.1.2010) e perciò a corrisponderle gli arretrati dovuti ovvero, se del caso, dichiararsi da lei non dovute le somme eventualmente percepite indebitamente, vinte le spese di lite;

che l’INPS si costituiva resistendo alla domanda e solo nel corso del giudizio dichiarava di avere provveduto alla liquidazione della pensione definitiva (giusta mod. TE08 del 2.7.2014);

che l’adito giudice, quindi, dichiarava cessata la materia, su richiesta delle parti, e compensava le spese di lite nonostante la ricorrente ne avesse chiesto la liquidazione per il principio della soccombenza virtuale;

che tale decisione veniva gravata dalla J. sul capo relativo alla disposta compensazione delle spese e la Corte di Appello, con sentenza del 30 giugno 2015, la confermava con diversa motivazione e compensava le spese del grado;

che per la cassazione di tale decisione propone ricorso la J. affidato a due motivi cui resiste con controricorso l’INPS;

che è stata depositata la proposta del relatore ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio;

che il Collegio ha deliberato di adottare la motivazione semplificata.

Diritto

CONSIDERATO

che: con il primo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) per avere la Corte territoriale sostituito la motivazione addotta dal Tribunale a sostegno della disposta compensazione delle spese – perchè ritenuta erronea – con altra violativa del disposto dell’art. 92 c.p.c. in quanto le ragioni indicate erano del tutto illogiche ed erronee e non potevano in alcun modo integrare quelle “gravi ed eccezionali ragioni” in presenza delle quali la norma consentiva la compensazione; con il secondo motivo viene dedotta violazione “..degli artt. 102 e 269 c.p.c. con riferimento anche alla responsabilità contrattuale ex art. 1218 c.c. sul punto anche violazione dell’art. 342 c.p.c.” (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) per aver attribuito la colpa nel ritardo nella liquidazione della pensione definitiva al Ministero dell’Economia e delle Finanze, quindi ad un soggetto terzo estraneo al giudizio senza che l’INPS ne avesse chiesto la chiamata in causa per essere manlevato;

che il primo motivo è fondato alla luce del disposto dell’art. 92 c.p.c., comma 2, (nella formulazione introdotta dalla L. 28 dicembre 2005, n. 263 e poi modificata dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, ratione temporis applicabile in quanto il ricorso introduttivo di primo grado è stato proposto successivamente) che in tema di spese processuali ne legittima la compensazione, ove non sussista reciproca soccombenza, solo in presenza di “gravi ed eccezionali ragioni esplicitamente indicate nella motivazione” e siffatta disposizione, nella parte in cui permette la compensazione delle spese di lite allorchè concorrano “gravi ed eccezionali ragioni”, costituisce “una norma elastica, quale clausola generale che il legislatore ha previsto per adeguarla ad un dato contesto storico-sociale o a speciali situazioni, non esattamente ed efficacemente determinabili “a priori”, ma da specificare in via interpretativa da parte del giudice del merito, con un giudizio censurabile in sede di legittimità, in quanto fondato su norme giuridiche” (Cass.2883/2014; Cass.8017/2006);

che questa Corte ha poi chiarito come, nell’ipotesi (quale quella di specie) in cui il decidente abbia comunque esplicitato in motivazione le ragioni della propria statuizione, sia comunque necessario che non siano addotte ragioni illogiche o erronee, dovendosi ritenere sussistente il vizio di violazione di legge nell’ipotesi in cui le ragioni addotte si appalesino illogiche o erronee (Cass. 12893/2011);

che, nel caso in esame, la Corte ha fondato la disposta compensazione sul duplice rilievo che il ritardo nella liquidazione della pensione definitiva non era imputabile all’INPS e che la causa avrebbe potuto essere evitata se solo la J., prima di promuovere l’azione giudiziaria, si fosse diligentemente attivata presso l’istituto per chiedere le ragioni del detto ritardo; orbene, tali ragioni non possono essere considerate ” gravi ed eccezionali” e risultano anche erronee in quanto non tengono adeguatamente conto: del fatto che solo dopo la notifica del ricorso e nel corso del giudizio di primo grado l’INPS ha provveduto a liquidare la pensione in via definitiva riconoscendo l’esistenza di un credito della J. di Euro 183,64; che l’istituto, nel costituirsi, comunque, aveva sollevato una serie di eccezioni preliminari, poi ritenute infondate; che, come riconosciuto dal Tribunale, non vi era alcun obbligo di presentazione della domanda in via amministrativa all’INPS prima di proporre ricorso giurisdizionale; che, nella specie, con la disposta compensazione si è finito con il far gravare sulla parte vittoriosa (sia pure virtualmente), le conseguenze di un ritardo a lei non imputabile e favorendo la parte soccombente, vanificando il vantaggio ottenuto con l’aver fatto valere innanzi al giudice un proprio diritto e traducendosi, anzi, vista l’entità della somma versata dall’Istituto, in una sostanziale soccombenza di fatto, con lesione del diritto di agire in giudizio e di difendersi ex art. 24 Cost. (cfr. Cass. 20188/2013, che richiama Cass. 10 giugno 2011, n. 12893);

che la fondatezza del primo motivo assorbe il secondo;

che, alla luce di quanto esposto, va accolto il primo motivo di ricorso, dichiarato assorbito il secondo, l’impugnata sentenza va cassata in relazione al motivo accolto e la causa può essere decisa nel merito – ex art. 384 c.p.c., comma 2, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto – liquidandosi le spese relative ai gradi merito facendo riferimento, avuto riguardo all’ammontare della somma attribuita (Cass. n. 10997 del 14/05/2007; Cass. n. 5381 del 11/03/2006; Cass. n. 13113 del 15/07/2004), allo scaglione da Euro O a 1.100,00, nei seguenti termini: in Euro 360,00, quanto al primo grado, ed Euro 360,00 quanto all’appello, oltre rimborso spese forfetario nella misura del 15%;

che le spese del presente giudizio, per il principio della soccombenza, sono liquidate nella misura di cui al dispositivo in favore della ricorrente.

PQM

La Corte, accoglie il primo motivo di ricorso, assorbito il secondo, cassa l’impugnata sentenza in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, condanna l’INPS al pagamento delle spese relative ai gradi di merito in favore di J.G.E., liquidate in Euro 360,00 per compensi professionali, quanto al primo grado ed in Euro 360,00 per compensi professionali, quanto al grado di appello, oltre rimborso spese forfetario nella misura del 15%; condanna l’INPS alle spese del presente giudizio liquidate in Euro 200,00 per esborsi, Euro 1.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese forfetario nella misura del 15%.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 7 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 9 maggio 2017

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