Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11233 del 09/05/2017

Cassazione civile, sez. III, 09/05/2017, (ud. 09/03/2017, dep.09/05/2017),  n. 11233

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI AMATO Sergio – rel. Presidente –

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25722-2014 proposto da:

D.P.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A.

MORDINI, 14, presso lo studio dell’avvocato MARIA LUDOVICA

POLTRONIERI, rappresentato e difeso dall’avvocato FABIO LI CALSI

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

GIORNALE DI SICILIA EDITORIALE POLIGRAFICA SPA, in persona del suo

Presidente e legale rappresentante Dott. A.A.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTE ZEBIO 37, presso lo

studio dell’avvocato CECILIA FURITANO, rappresentata e difesa dagli

avvocati GIORGIO ALGOZINI, ALESSANDRO ALGOZINI giusta procura in

calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

P.G., G.S., M.G.,

S.A.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1337/2013 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 18/09/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/03/2017 dal Presidente Dott. SERGIO DI AMATO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

D.P.F. conveniva in giudizio la società editrice del Giornale di Sicilia, il condirettore del quotidiano P.G., i giornalisti G.S., M.G. e S.A., chiedendo la loro condanna in solido al risarcimento dei danni non patrimoniali e alla connessa sanzione pecuniaria a titolo riparatorio, in relazione ad alcuni articoli pubblicati a seguito del suo arresto disposto nel 1995 su richiesta della procura della Repubblica di Caltanissetta. Esponeva che, quale dipendente dell’Ufficio Tecnico Erariale, era stato sottoposto per sei giorni alla misura della custodia cautelare in carcere, poi revocata, per l’accusa di abuso d’ufficio, nell’ambito di un’indagine che aveva interessato altri soggetti accusati del più grave reato di concussione. Aggiungeva che, anche prima della sua successiva assoluzione per insussistenza del fatto, non era mai stato oggetto della contestazione di concussione, oltre che calunnia, quali invece riferite dagli articoli in questione pertanto diffamatori.

Si costituiva in giudizio la Società Editoriale Poligrafica s.p.a., e il condirettore responsabile P.G., resistendo alla pretesa. Gli altri convenuti restavano contumaci.

Il tribunale di Palermo accoglieva la domanda con sentenza integralmente riformata dalla Corte di appello della stessa città.

Contro quest’ultima decisione, di rigetto della domanda, ricorre per cassazione D.P.F., affidandosi a quattro motivi.

Resistono con controricorso la Società Editoriale Poligrafica s.p.a. e il condirettore responsabile P.G..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 51 e 595 c.p., art. 2043 c.c., art. 21 Cost., per aver ritenuto sussistente la scriminante del diritto di cronaca nonostante la falsità della notizia avente ad oggetto l’accusa di concussione, più grave di quella di abuso d’ufficio che gli era stato originariamente contestato fino alla sopravvenuta assoluzione. Le pubblicazioni avevano così reiteratamente ingenerato nei lettori il convincimento, falso anche allo stato del procedimento allora in corso, che egli avesse richiesto “tangenti” nello svolgimento della sua attività lavorativa, e, in particolare, come scritto in uno degli articoli, di far parte di una “holding affaristica volta ad ottenere e ad offrire collaborazione per risolvere intoppi burocratici, in cambio di cospicue somme di denaro”. Aveva dunque errato la corte di appello nel declassare a mera e irrilevante inesattezza giuridica l’attribuzione del reato di concussione rispetto a quello di abuso d’ufficio, connotato, il primo, da maggior disvalore sociale oltre che giuridico.

Con il secondo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 51 e 57 c.p., e art. 21 Cost., per aver escluso la responsabilità del condirettore, direttamente discendente dalla prima delle norme richiamate in ragione dell’omesso o insufficiente controllo sugli scritti.

Con il terzo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione della L. 8 febbraio 1948, n. 47, art. 11 per aver escluso la responsabilità civile della società editrice, direttamente derivante dall’ipotesi di reato di diffamazione a mezzo stampa.

Con il quarto ed ultimo motivo si prospetta l’omesso esame di un fatto decisivo e discusso avendo la corte di appello esaminato solo il primo degli articoli pubblicati e non anche i successivi.

2. I motivi possono esaminarsi congiuntamente stante la loro connessione.

Il primo motivo risulta infondato con assorbimento del secondo e del terzo. Il quarto è parimenti infondato.

La corte territoriale ha richiamato la condivisibile giurisprudenza di legittimità secondo cui qualora un giornalista, nel narrare un fatto di cronaca vero nei suoi aspetti generali, riferisca una circostanza inesatta, tale fatto non è di per sè produttivo di danno, occorrendo stabilire caso per caso, con giudizio di merito insindacabile in sede di legittimità, ove adeguatamente e logicamente motivato, se la discrasia tra la realtà oggettiva e i fatti così come esposti nell’articolo abbia effettivamente la capacità di offendere l’altrui reputazione. (Cass., 19/11/2010, n. 23468, in un caso in cui ha trovato conferma la decisione di merito con la quale era stata esclusa la responsabilità dell’autore di un articolo nel quale si affermava essere stato rinviato a giudizio per fatti gravi un parlamentare, in realtà solo sottoposto a indagini per gli stessi fatti, tenuto conto che per la gravità dei fatti contestati e per gli elevati incarichi istituzionali rivestiti dal predetto, il giudizio negativo indotto nel lettore era conseguenza delle vicende giudiziarie in corso da tempo a carico del parlamentare e non dell’inesattezza in cui era incappato l’autore dell’articolo -“indagato/rinviato” a giudizio – anche se indice di una diversa scala di gravità, in quel caso procedimentale).

Parte ricorrente, come visto, deduce, nella fattispecie qui in esame, la non rispondenza a verità del contenuto degli articoli quando riferirono, scorrettamente, che l’accusa nei suoi confronti era di concussione in luogo di abuso d’ufficio. E sottolinea il maggior disvalore del primo reato, confermato dai limiti edittali di pena. Ma il giudice di appello, con accertamento in fatto sotteso a una motivazione sotto tale profilo non oggetto di censura, ha ritenuto che nel descritto contesto l’addebito di concussione, invece di abuso d’ufficio, non assumeva valenza dirimente ai potenziali fini diffamatori. Risulta in tal senso sottolineato che: entrambi i gravi reati contro la pubblica amministrazione avevano legittimato la misura custodiale; l’abuso, inoltre, era contestato con l’aggravante, prevista dalla formulazione allora vigente, di aver commesso il fatto per procurare ai soggetti accusati di concussione un ingiusto vantaggio patrimoniale, incrementando il disvalore dell’accusa e la sua stessa gravità penale, e collegando specificatamente le persone coinvolte nello stesso quadro criminoso “tangentizio” (pagg. 5 e 6).

La conclusione non è incisa, logicamente, dal successivo sviluppo processuale che ha portato all’assoluzione del D.P. per insussistenza del fatto (infatti, come rileva Cass., 09/03/2010, n. 5657, il criterio della verità della notizia dev’essere riferito agli sviluppi di indagine e istruttori quali risultano al momento della pubblicazione dell’articolo e non già a quanto successivamente accertato in sede giurisdizionale).

Quanto osservato assorbe i motivi secondo e terzo.

Il quarto è infondato poichè la corte di appello non ha affatto esaminato solo il primo degli articoli in discussione, essendosi invece limitata a sottolineare che quello fu lo scritto che ebbe “maggior impatto”. E’ del tutto evidente che si è trattato di un esame esemplificativo e affatto preclusivo della complessiva valutazione delle pubblicazioni.

Nè parte ricorrente spiega in quale misura e perchè gli altri articoli contenessero elementi ulteriori, rispetto a quello della “concussione/abuso d’ufficio”, che potessero risultare diversamente decisivi. E in tal senso non risulta ripreso, con la necessaria specificità, l’accenno della parte solo narrativa del ricorso, relativo all’accusa di calunnia (pag. 2).

3. Spese secondo soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il primo e quarto motivo di ricorso, dichiara assorbiti gli altri, e condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese processuali liquidate in Euro 4.100,00, oltre a Euro 200,00 per esborsi, oltre al 15% per spese generali, oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

Motivazione redatta con la collaborazione dell’assistente di studio dott. Po.Pa..

Il collegio ha stabilito che la motivazione sia semplificata.

Così deciso in Roma, il 8 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 9 maggio 2017

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