Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11232 del 07/05/2010

Cassazione civile sez. III, 07/05/2010, (ud. 08/04/2010, dep. 07/05/2010), n.11232

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – Presidente –

Dott. MASSERA Maurizio – rel. Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 13845-2009 proposto da:

UGF SPA – UNIPOL GRUPPO FINANZIARIO SPA in persona del suo

procuratore ad negotia, nonchè P.F., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA CRATILO DI ATENE 31, presso lo studio

dell’avvocato VIZZONE DOMENICO, rappresentati e difesi dall’avvocato

TROPIANO FABRIZIO MARIA, giuste deleghe in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

P.S., FATA ASSICURAZIONI DANNI SPA, P.

E., AZIENDA AGRICOLA F.LLI CAROSI FABIO, STEFANO, ALESSIO;

– intimati –

avverso la sentenza n. 11313/2008 del TRIBUNALE di ROMA del 21.12.07,

depositata il 29/05/2008;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio

dell’8/04/2010 dal Consigliere Relatore Dott. MAURIZIO MASSERA;

udito per la ricorrente l’Avvocato Domenico Vizzone (per delega avv.

Fabrizio Maria Tropiano) che si riporta agli scritti.

E’ presente il P.G. in persona del Dott. ANTONIETTA CARESTIA che

nulla osserva rispetto alla relazione scritta.

La Corte, letti gli atti depositati:

 

Fatto

OSSERVA

E’ stata depositata la seguente relazione:

1 – Con ricorso notificato il 3 giugno 2009 U.G.F. S.p.A. – Unipol Gruppo Finanziario S.p.A. e P.F. hanno chiesto la cassazione della sentenza, non notificata, depositata in data 29 maggio dal 2009 (rectius: 2008) dal Tribunale di Roma che, in parziale riforma della sentenza del Giudice di Pace di Ostia, aveva elevato il risarcimento dei danni da sinistro stradale spettanti a P.S. e P.E..

Gli intimati, P.S., Fata Assicurazioni Danni S.p.A., P.E. e Azienda Agricola F.lli Carosi, Fabio, Stefano, Alessio, non hanno espletato attività difensiva.

2 – I sei motivi del ricorso risultano inammissibili, poichè la loro formulazione non soddisfa i requisiti stabiliti dall’art. 366-bis c.p.c.. Occorre rilevare sul piano generale che, considerata la sua funzione, la norma indicata (art. 366 bis c.p.c.) va interpretata nel senso che per, ciascun punto della decisione e in relazione a ciascuno dei vizi, corrispondenti a quelli indicati dall’art. 360 c.p.c., per cui la parte chiede che la decisione sia cassata, va formulato un distinto motivo di ricorso.

Per quanto riguarda, in particolare, il quesito di diritto, è ormai jus receptum (Cass. n. 19892 del 2007) che è inammissibile, per violazione dell’art. 366 bis c.p.c., introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 6 il ricorso per cassazione nel quale esso si risolva in una generica istanza di decisione sull’esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo. Infatti la novella del 2006 ha lo scopo di innestare un circolo selettivo e “virtuoso” nella preparazione delle impugnazioni in sede di legittimità, imponendo al patrocinante in cassazione l’obbligo di sottoporre alla Corte la propria finale, conclusiva, valutazione della avvenuta violazione della legge processuale o sostanziale, riconducendo ad una sintesi logico- giuridica le precedenti affermazioni della lamentata violazione.

In altri termini, la formulazione corretta del quesito di diritto esige che il ricorrente dapprima indichi in esso la fattispecie concreta, poi la rapporti ad uno schema normativo tipico, infine formuli il principio giuridico di cui chiede l’affermazione.

3. – Con il primo motivo i ricorrenti denunciano violazione degli artt. 341 e 50 c.p.c., art. 83 ter disp. att. c.p.c.; incompetenza funzionale del Tribunale di Roma sede centrale.

Il quesito prescinde totalmente dalla motivazione con cui la sentenza impugnata ha respinto l’analoga eccezione adeguandosi all’orientamento ripetutamente espresso da questa Corte (Cass. Sez. 3, nn. 1309 del 2006, 19299 del 2005, 11572 del 2005; vedi anche Cass. Sez. I, n. 13751 del 2003), secondo cui le sezioni distaccate del Tribunale costituiscono articolazioni interne del medesimo ufficio giudiziario e, in quanto tali, sono prive di rilevanza esterna, con la conseguenza che i rapporti tra sede principale e sezione distaccata non possono mai dare luogo a questioni di competenza. Pertanto la violazione degli inerenti criteri di ripartizione degli affari non determina un’incompetenza del giudice adito ma mera irregolarità cui può porsi rimedio attraverso il procedimento ordinatorio di trasmissione degli atti al presidente del Tribunale affinchè provveda con decreto non impugnabile.

Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano violazione e falsa applicazione degli artt. 319, 320 e 38 c.p.c. lamentando il rigetto per tardività da parte del Giudice di Pace dell’eccezione di incompetenza per territorio.

L’esame della Corte di Cassazione è limitato alla sentenza di secondo grado e non si estende a quella di primo grado. La questione de qua è stata sottoposta all’esame anche del giudice d’appello, ma le argomentazioni a sostegno e il quesito finale prescindono dalla motivazione con cui questo ha statuito per incentrarsi esclusivamente sul primo grado. D’altra parte il tema trattato è relativo alla determinazione di quale debba essere ritenuta prima udienza avanti al giudice di pace ma la censura viene espressa senza alcun riferimento alle norme che disciplinano quel giudizio e al vizio di motivazione.

Con il terzo motivo viene addotta violazione dell’art. 2055 c.c., artt. 33, 38 e 103 c.p.c.. Il quesito finale, che tratta i temi del carattere solidale e non cumulativo dell’obbligazione risarcitoria del fatto dannoso imputabile a più persone, del litisconsorzio necessario passivo e dell’efficacia dell’eccezione di incompetenza territoriale nei confronti di chi non l’ha eccepita, risulta totalmente svincolato dai necessari riferimenti al caso concreto e non consente di individuare le diverse regole applicate dalla sentenza impugnata.

Con il quarto motivo viene ipotizzata violazione e falsa applicazione (anche in questo caso non specificate come se si trattasse di sinonimi) degli artt. 38 e 102 c.p.c.. Il tema è ancora quello della competenza per territorio e del rigetto della relativa eccezione.

Anche questo motivo si incentra sulla sentenza di primo grado piuttosto che su quella d’appello. Il quesito finale prescinde totalmente dalle argomentazioni addotte dal Tribunale, il quale aveva individuato una pluralità di rationes decidendi, tra cui la lacunosa indicazione dei fori alternativi competenti, non censurata in questa sede. Con il quinto motivo i ricorrenti denunciano violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 2043 c.c.. Il tema trattato, che trova riscontro nel quesito finale, è quello della operatività della presunzione di eguale responsabilità nei soli rapporti fra i conducenti dei veicoli entrati in collisione e della non estensibilità ai rapporti tra i conducenti degli altri veicoli.

Anche questo quesito si rivela astratto. Inoltre le argomentazioni poste a sostegno della censura contengono ampi riferimenti al merito e non possono essere valutate senza esaminare gli atti ed esprimere apprezzamenti di fatto, attività inibite al giudice di legittimità.

Il sesto motivo denuncia violazione dell’art. 40 c.p., art. 1223 c.c. e art. 1227 c.c., comma 2. Anche in questo caso il quesito finale pecca di astrattezza (attiene alla liquidazione delle spese per il consulente di parte) e non postula l’enunciazione di un principio di diritto fondato sulle norme menzionate e, al tempo stesso, decisivo per il giudizio e di applicabilità generalizzata.

4.- La relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata ai difensori delle parti;

La ricorrente ha presentato memoria e chiesto d’essere ascoltata in camera di consiglio;

Le argomentazioni addotte con la memoria non superano i rilievi contenuti nella relazione;

5.- Ritenuto:

che, a seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, il collegio ha condiviso i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione; che il ricorso deve perciò essere rigettato essendo manifestamente infondato; nulla spese;

visti gli artt. 380-bis e 385 cod. proc. civ..

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Nulla spese.

Così deciso in Roma, il 8 aprile 2010.

Depositato in Cancelleria il 7 maggio 2010

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