Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11227 del 20/05/2011

Cassazione civile sez. trib., 20/05/2011, (ud. 20/01/2011, dep. 20/05/2011), n.11227

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PLENTEDA Donato – Presidente –

Dott. MERONE Antonio – rel. Consigliere –

Dott. FERRARA Ettore – Consigliere –

Dott. POLICHETTI Renato – Consigliere –

Dott. CIRILLO Ettore – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 16727/2010 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12 presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrente –

contro

GEAL GESTIONE ESERCIZIO ACQUEDOTTI LUCCHESI SPA, in persona dei

legali rappresentanti pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA

VIA DELLA SCROFA 57 presso lo studio dell’avvocato PIZZONIA Giuseppe,

che lo rappresenta e difende giusta delega a margine;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 75/2009 della COMM. TRIB. REG. di FIRENZE,

depositata il 05/05/2009;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

20/01/2011 dal Consigliere Dott. ANTONIO MERONE;

udito per il ricorrente l’Avvocato DE BELLIS GIANNI, che insiste per

l’accoglimento del ricorso;

udito per il resistente l’Avvocato PIZZONIA GIUSEPPE, che insiste per

il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata, che ha concluso preliminarmente per il rigetto per

l’eccezione di tardività del ricorso; l’accoglimento del 3^ motivo

con assorbimento degli altri.

Fatto

La Geal – Gestione Esercizio Acquedotti lucchesi s.p.a., istituita a norma della L. n. 142 del 1990, art. 22, con prevalente partecipazione pubblica, per la gestione dei servizi pubblici locali, ha impugnato due comunicazioni/ingiunzioni dell’Agenzia delle Entrate, intese a recuperare le somme corrispondenti alle agevolazioni fiscali di cui la società ha beneficiato negli anni 1995 e 1996, in forza del D.L. n. 331 del 1993, art. 66, comma 14, conv. con modificazioni in L. n. 427 del 1993, art. 66, comma 14 (c.d. moratoria fiscale), trattandosi di “aiuti di Stato” illegittimi ed incompatibili con il mercato comune (decisione 2003/193/CE della Commissione Europea e conseguente sentenza CGCE 1 giugno 2006, nella causa C-207/05), che lo Stato italiano deve recuperare con le modalità stabilite dal D.L. 15 febbraio 2007, n. 10, art. 1 (conv.

in legge, con modif., dalla L. n. 46 del 2007, art. 1).

La CTP adita ha riunito ed accolto nel merito i ricorsi, sul duplice rilievo che la società non rientrava tra quelle di cui alla citata Decisione della Commissione Europea e che comunque per i periodi in questione era “intervenuta la decadenza decennale del potere di recupero dell’aiuto di stato”. La CTR ha poi dichiarato inammissibile l’appello dell’Agenzia delle Entrate perchè depositato tardivamente, il 30 luglio 2008, oltre il termine di 15 giorni (30 giorni, ai sensi del combinato disposto del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, comma 2, e art. 22, comma 1, ridotti a 15, in forza del medesimo D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 47 bis) dalla notifica dell’appello avvenuta il 7 luglio 2008.

L’Agenzia delle Entrate ricorre contro la Geal s.p.a. per ottenere la cassazione della sentenza della CTR, meglio indicata in epigrafe, sulla base di tre motivi. La società resiste con controricorso, eccependo preliminarmente la inammissibilità dell’odierno ricorso per carenza di interesse.

Diritto

1. Preliminarmente, va rigettata l’eccezione di inammissibilità del ricorso per carenza di interesse, formulata sul rilievo che comunque l’appello, anche se fosse stato ritenuto tempestivo avrebbe dovuto essere poi dichiarato inammissibile perchè privo di specifiche censure rispetto alle statuizioni in fatto contenute nella sentenza della CTP. Il rilievo è inammissibile perchè implica valutazioni di merito riferite al contenuto dell’appello rapportato alle statuizioni contenute nella sentenza di primo grado e tali valutazioni sono di specifica competenza del giudice di appello, una volta che sia stata superata la questione della tempestività dell’appello.

Per avere accesso in questa sede, la censura relativa alla asserita genericità, e quindi alla inammissibilità, dell’appello avrebbe potuto essere proposta come omessa pronuncia sulla specifica eccezione formulata in appello, sussistendone i presupposti. A parte la considerazione che, per quanto si dirà appresso, la CTR non avrebbe potuto comunque rilevare la inammissibilità dell’appello che avrebbe determinato il passaggio in giudicato di una sentenza ostativa al recupero di aiuti di Stato, in contrasto con il diritto comunitario (CGUE in causa C-l 19/05, Lucchini).

2. Nel merito, il ricorso va accolto con riferimento al terzo motivo, assorbito gli altri due.

2.1. Con i primi due motivi, l’Agenzia delle Entrate, denunciando la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 47 bis, comma 7 e D.L. n. 59 del 2008, art. 2, comma 2 (conv. nella L. n. 101 del 2008), degli artt. 24 e 111 Cost. e dei principi in materia di errore scusabile, prospetta la tesi della applicabilità della disposizione che ha dimezzato i termini alle controversie che fossero già pendenti in appello alla data di entrata in vigore della stessa disposizione (9.4.2008) e non anche alle controversie per le quali il termine per appellare era ancora pendente, come quella sub indice (primo motivo). In subordine, prospetta la tesi dell’errore scusabile nella applicazione della legge (2^ motivo).

2.2. Soltanto con il terzo motivo viene prospettata la tesi, logicamente prioritaria ed assorbente rispetto ad ogni altra censura (benchè la tesi venga prospettata dalla ricorrente come subordinata), secondo la quale il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 47 bis, comma 7, deve essere disapplicato se porta alla conseguenza di far dichiarare inammissibile l’appello dell’Agenzia delle Entrate ed impedisca, conseguentemente, che si possa procedere al recupero di aiuti di Stati, illegittimi ed incompatibili con il mercato unico europeo. Aiuti che lo Stato italiano è obbligato comunque a recuperare in forza di una decisione della Commissione (2003/123/CE del 5 giugno 202), in quanto il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, che ha erroneamente escluso che l’agevolazione in esame abbia natura di aiuto di stato in contrasto con la citata decisione della commissione, non preclude il recupero dell’indebito risparmio fiscale, di cui ha beneficiato la società, così come ha sancito la Corte di Giustizia nella sentenza 18 luglio 2007, nella causa C-119/05 Lucchini.

Più specificamente, l’Agenzia ricorrente denunciando la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 47 bis, comma 7, e del D.L. n. 59 del 2008, art. 2, comma 2, conv. nella L. n. 101 del 2008, nonchè dei principi di cui alla sentenza 18.7.2007 della CGUE, in causa Lucchini C-129/05, prospetta alla Corte il seguente puntuale quesito di diritto: “Dica la Corte se una sentenza della CTP che in un giudizio diretto al recupero di un aiuto di Stato in ottemperanza di una decisione esecutiva della Commissione europea dichiari illegittimo il provvedimento di recupero dell’aiuto, in contrasto con quanto statuito nella stessa decisione comunitaria di recupero (anzichè sollevare questione pregiudiziale ex art. 234 del Trattato), sia inidonea ad acquisire autorità di cosa giudicata alla luce della sentenza della Corte di Giustizia 18.7.2007 (in causa C- 119/05 Lucchini) e comunque costituendo anche violazione del diritto comunitario (in particolare del Reg. CE 659/1999) non consenta al Giudice di appello di dichiarare inammissibile il gravame a causa del mero tardivo deposito dell’atto di appello e se conseguentemente sia illegittima per violazione delle citate disposizioni, la sentenza della CTR che dichiari inammissibile l’appello proposto in data 4/7.7.2008 per essere stato depositato il successivo 31.7.2008, sul presupposto che fosse applicabile la riduzione a metà dei termini, tra cui quello di deposito di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53 e art. 22, comma 1, omettendo di disapplicare, nonostante la peculiarità della fattispecie, la norma processuale (combinato disposto del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 22 comma 1, art. 53 e art. 47 bis, comma 7, unitamente al D.L. n. 59 del 2008, art. 2, comma 2, che prevedeva la inammissibilità dell’impugnazione nel caso di mancato rispetto del termine di 15 giorni per il deposito dell’appello.

In risposta a tale quesito, già prospetto in fattispecie analoga, questa Corte ha affermato il seguente principio di diritto: “Il potere-dovere del giudice nazionale di conformarsi al diritto comunitario comporta la necessaria disapplicazione delle regole processuali di diritto interno che, precludendo, in sede di legittimità, l’esame delle questioni non specificatamente dedotte dal ricorrente, impediscono la piena applicazione delle norme comunitarie; tale potere-dovere coesiste con quello di interpretare correttamente quelle regole, in modo da superare ogni incompatibilità con il diritto comunitario”. In applicazione di tale principio, questa Corte ha ritenuto che la commissione tributaria regionale non avrebbe potuto rilevare l’inammissibilità del gravami proposti dall’Agenzia delle Entrate, per tardiva costituzione dell’Agenzia medesima, dal momento che tale inammissibilità avrebbe impedito il recupero di un aiuto di Stato erogato in contrasto con il diritto comunitario (Cass. 26285/2010).

Giova ricordare che, come ha ancora sancito di recente questa Corte, la priorità dell’interesse al recupero degli aiuti di stato illegittimamente erogati oltre a superare il vincolo del giudicato, supera anche il limite della prescrizione: “in tema di aiuti di Stato, la normativa nazionale sulla prescrizione deve essere disapplicata per contrasto con il principio di effettività, proprio del diritto comunitario, qualora tale normativa impedisca il recupero di un aiuto di Stato dichiarato incompatibile con decisione della Commissione divenuta definitiva” (Cass. 23418/2010).

Peraltro, se si aderisse alla tesi della inammissibilità dell’appello dell’Agenzia delle Entrate, per non avere rispettato il termine dimezzato previsto da una norma che tende ad accelerare la procedura di recupero degli aiuti, si finirebbe per applicare in maniera “suicida” la stessa norma acceleratoria, che finirebbe per legittimare la perdita della possibilità di recuperare gli aiuti, in contrasto con la normativa europea. Il rilievo non è sfuggito al Collegio che ha esaminato il precedente caso analogo. Infatti, al punto 4.1.3. della motivazione della sentenza 26285/20910 si legge:

“Tornando alla interpretazione più generale dell’art. 47 bis, va ribadito che essa trova riscontro nella medesima ratio della più recente normativa: da un lato, solo in caso di sospensione dell’esecuzione può trovare spiegazione la disciplina acceleratoria (non a caso introdotta dopo la Legge del 2007); dall’altro – e simmetricamente -, risulterebbe addirittura controproducente -se generalizzato – il nuovo regime (che, in appello, prevede la riduzione alla metà di “tutti i termini (…) avanti alla Commissione tributaria regionale, ad eccezione di quello stabilito per la proposizione del ricorso”), in quanto finirebbe soltanto per rendere ingiustificatamente più gravosa la posizione del già inadempiente. Stato italiano”.

3. Le eccezioni formulate dalla parte resistente, secondo la quale potrebbero esservi ipotesi in cui la moratoria fiscale sfugge alla disciplina del divieto degli aiuti di Stato, attengono al giudizio di merito, fermo restando che deve trattarsi di ipotesi compatibili con le statuizioni della Decisione 2003/193/CE della Commissione (come il c.d. regime de minimis).

Conseguentemente, il ricorso va accolto nei termini sopra specificati, con conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio della causa alla CTR della Toscana, per la decisione di merito e la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, assorbiti i primi due, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla CTR della Toscana, altra sezione, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 20 gennaio 2011.

Depositato in Cancelleria il 20 maggio 2011

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