Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11186 del 07/05/2010

Cassazione civile sez. trib., 07/05/2010, (ud. 26/03/2010, dep. 07/05/2010), n.11186

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ALTIERI Enrico – Presidente –

Dott. MARIGLIANMO Eugenia – Consigliere –

Dott. D’ALESSANDRO Paolo – rel. Consigliere –

Dott. POLICHETTI Renato – Consigliere –

Dott. MELONCELLI Achille – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

C.L., elettivamente domiciliato in Roma, Via Federico

Cesi 21, presso l’avv. CANTELLI Antonio, che lo rappresenta e difende

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Economia e delle Finanze, in persona del Ministro pro

tempore, ed Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore,

domiciliati in Roma, Via dei Portoghesi 12, presso l’Avvocatura

generale dello Stato, che li rappresenta e difende per legge;

– controricorrente –

avverso le sentenze della Commissione tributaria regionale

dell’Emilia-Romagna, sez. 11, nn. 52, 53, 54 e 55 del 17/5/2005.

Udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

26/3/10 dal Relatore Cons. Dott. Paolo D’Alessandro;

Udito l’avv. Antonio Cantelli e l’avvocato dello Stato Gianni De

Bellis;

Udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

LECCISI Giampaolo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

C.L. propone ricorso per cassazione, affidato a sette motivi e illustrato da successiva memoria, avverso quattro sentenze della Commissione tributaria regionale dell’Emilia-Romagna che, in riforma delle pronunce di primo grado, hanno rigettato i ricorsi proposti dal contribuente contro quattro avvisi di rettifica per IVA e relativi interessi e sanzioni, riguardanti gli anni di imposta 1995- 1998.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate resistono con controricorso, pure illustrato da successiva memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- Preliminarmente deve esaminarsi l’eccezione di inammissibilità del ricorso sollevata dall’Avvocatura, in quanto relativo ad una pluralità di sentenze, censurate sotto distinti profili.

1.1.- Va premesso che le Sezioni Unite di questa Corte hanno affermato che, in materia tributaria, è ammissibile – fermi restando gli eventuali obblighi tributari del ricorrente, in relazione al numero dei provvedimenti impugnati – il ricorso cumulativo avverso più sentenze emesse tra le stesse parti, sulla base della medesima ratio, in procedimenti formalmente distinti ma attinenti al medesimo rapporto giuridico d’imposta, pur se riferiti a diverse annualità, ove i medesimi dipendano per intero dalla soluzione di una identica questione di diritto comune a tutte le cause, in ipotesi suscettibile di dar vita ad un giudicato rilevabile d’ufficio in tutte le cause relative al medesimo rapporto d’imposta (SS.UU. 3692/09).

Il riferimento alla medesima ratio rende evidente che il ricorso con unico atto avverso una pluralità di sentenze deve ritenersi ammissibile a condizione che i motivi di impugnativa siano comuni, in tutti i loro elementi, a tutte le sentenze impugnate, difettando, in caso contrario, il presupposto costituito dalla possibilità della formazione del giudicato rilevabile d’ufficio nel caso di decisione separata di una delle cause.

La sussistenza di tale presupposto va dunque verificata in relazione ai singoli motivi di ricorso.

2.- Va peraltro dichiarata l’inammissibilità del ricorso proposto contro il Ministero dell’economia e delle finanze, estraneo al giudizio di appello, promosso dalla sola Agenzia delle Entrate successivamente al 1 gennaio 2001, data in cui la suddetta Agenzia è divenuta operativa, secondo il D.M. 28 dicembre 2000, art. 1 (SS.UU. 3116/06).

Appare equo compensare le spese relative, in difetto di qualsiasi eccezione da parte del Ministero.

3. – Quanto al ricorso proposto nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, con il primo motivo il ricorrente, sotto i profili del vizio di motivazione e della violazione di legge, censura le sentenze impugnate sia per l’omessa indicazione di elementi essenziali ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, sia per il rigetto della eccezione di giudicato, quanto all’accoglimento dei ricorsi avverso i medesimi avvisi di accertamento, proposti nei confronti dell’Ufficio IVA di Ravenna.

3.1.- Sotto il primo profilo il mezzo è inammissibile, risolvendosi nella prospettazione di distinti vizi delle sentenze impugnate.

3.2.- Sotto il secondo profilo il mezzo è infondato.

Come infatti si è detto, l’Agenzia delle Entrate è divenuta operativa il 1 gennaio 2 001, ai sensi del D.M. 28 dicembre 2000, art. 1 (SS.UU. 3116/06) e dalla stessa data gli uffici locali del Ministero dell’economia e delle finanze hanno perso ogni competenza, e conseguentemente la relativa legittimazione processuale, riguardo alle funzioni trasferite all’Agenzia. Ne discende che, alla data di notifica del ricorso contro l’avviso di accertamento (12/2/01), l’Ufficio IVA di Ravenna non era più esistente e nessun giudicato opponibile all’Agenzia delle Entrate, quale successore a titolo particolare, poteva dunque formarsi.

4.- Con il secondo motivo il ricorrente deduce il vizio di omessa pronuncia sulla domanda di riforma delle sentenze di primo grado quanto al rigetto dell’istanza di annullamento degli avvisi di rettifica per difetto di motivazione.

4.1.- Il secondo motivo è inammissibile per difetto di autosufficienza, non essendo nemmeno indicato l’atto che conterrebbe siffatta istanza, tenuto anche conto che, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 56, le domande non accolte nella sentenza di primo grado, non espressamente riproposte in appello, si intendono rinunciate.

5.- Con il terzo motivo il ricorrente deduce l’omessa pronuncia del giudice di appello sulle eccezioni di inammissibilità degli appelli dell’Avvocatura.

5.1.- Il terzo motivo è inammissibile, sia perchè le censure sono distinte in relazione ai singoli appelli (e quindi alle singole sentenze), sia perchè il mezzo difetta comunque di autosufficienza, non essendo riportato il tenore testuale dell’eccezione di inammissibilità degli appelli.

6.- Con il quarto motivo il contribuente, sotto i concorrenti profili del vizio di motivazione, della nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., e della violazione di legge, censura le pronunce impugnate quanto all’affermazione secondo cui il C. sarebbe soggetto ad IVA avendo in (OMISSIS) il proprio domicilio negli anni cui si riferiscono le controversie, ciò con riguardo sia alla circostanza che l’Ufficio non aveva fatto alcun riferimento al domicilio, sia alla nozione di domicilio accolta dal giudice tributario, sia, infine, alla relativa motivazione in fatto.

6.1.- Il quarto motivo è infondato sotto tutti i profili dedotti.

La circostanza che l’Ufficio non avesse fatto riferimento al concetto di domicilio è evidentemente irrilevante, alla stregua del principio secondo cui il giudice è libero di assegnare una diversa qualificazione giuridica ai fatti dedotti in giudizio ed all’azione esercitata, purchè non pervenga ad una non consentita immutazione dei fatti prospettati dalle parti (Cass. 14468/09).

Ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 7, comma 3, ai fini IVA le prestazioni di servizi si considerano effettuate nel territorio dello Stato quando sono rese da soggetti che hanno il domicilio nel territorio stesso.

Il concetto di domicilio recepito dal giudice tributario, quale luogo in cui la persona intrattiene sia i rapporti personali che economici, è corretto, anche nel riferimento ai rapporti personali, essendo pacifico, secondo questa Corte, che il domicilio, ai sensi dell’art. 43 cod. civ., sia il luogo dove il soggetto ha la sede dei suoi affari ed interessi (SS.UU. 25275/06), e dovendo il concetto di interessi, in contrapposizione a quello di affari, intendersi nel senso di ricomprendervi anche gli interessi personali (in tal senso Cass. 13803/01).

La motivazione della sentenza, ove in particolare essa afferma che il C. “nella sua villa viveva quando era lontano dalle corse”, rende d’altro canto facilmente desumibile che il giudice tributario abbia inteso indicare che in (OMISSIS) il contribuente viveva per la maggior parte del periodo di imposta, come richiesto dalla giurisprudenza comunitaria citata dal ricorrente, essendo d’altro canto evidente che la domiciliazione (o residenza normale) in Italia non viene meno nel caso in cui il contribuente – come nella specie il C. – debba, per ragioni legate alla sua attività professionale, recarsi spesso all’estero, in luogo tuttavia diverso da quello ove ha trasferito la residenza.

Esula, infine, dai poteri del giudice di legittimità procedere ad un nuovo esame del materiale probatorio sottoposto al giudice di merito.

7. – Con il quinto motivo il ricorrente in sostanza lamenta il difetto di prova quanto all’assunto del giudice tributario secondo cui i contratti di sponsorizzazione stipulati da società olandese fossero direttamente riconducibili al contribuente.

7.1.- Il quinto motivo è inammissibile. La sentenza risulta infatti congruamente motivata, sul punto, con riferimento alla sottoscrizione del C. ed alla assunzione diretta, da parte sua, delle obbligazioni nascenti dal contratto. Anche in questo caso, esula dai poteri del giudice di legittimità procedere ad un autonomo esame dei contratti in questione.

8. – Con il sesto motivo – apparentemente uguale al secondo – il ricorrente lamenta l’omessa pronuncia sull’eccezione di carenza di prova degli avvisi di rettifica.

8.1.- Il sesto motivo è inammissibile, sia perchè si fa riferimento a censure diverse in relazione ai diversi avvisi di rettifica, sia perchè comunque nemmeno si deduce che l’eccezione, che si assume riproposta in sede di controdeduzioni agli appelli erariali, fosse stata originariamente proposta nel ricorso in primo grado.

9.- Con il settimo motivo il ricorrente lamenta l’omessa pronuncia del giudice di appello sull’eccezione di difetto di motivazione degli atti di irrogazione sanzioni.

9.1.- Il settimo motivo è inammissibile, atteso che neppure viene dedotto che l’eccezione, che si assume riproposta in sede di controdeduzioni agli appelli erariali, fosse stata originariamente proposta nel ricorso in primo grado.

10.- Il ricorso proposto nei confronti dell’Agenzia delle Entrate va dunque rigettato, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese, liquidate in Euro 25.100,00, di cui Euro 25.000,00 per onorari, oltre contributo unificato ed accessori di legge.

PQM

la Corte dichiara inammissibile il ricorso nei confronti del Ministero dell’economia e delle finanze e compensa le spese relative;

rigetta il ricorso nei confronti dell’Agenzia delle Entrate e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, liquidate in Euro 25.100,00, di cui Euro 25.000,00 per onorari, oltre contributo unificato ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Tributaria, il 26 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 7 maggio 2010

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