Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11180 del 28/04/2021

Cassazione civile sez. lav., 28/04/2021, (ud. 24/11/2020, dep. 28/04/2021), n.11180

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – rel. Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2519/2020 proposto da:

A.P.B., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato SERGIO BIONDINO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE PRESSO LA PREFETTURA

U.T.G. DI MILANO, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato

e difeso dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici

domicilia ope legis in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso il decreto n. 9706/2019 del TRIBUNALE di MILANO, depositata

il 12/12/2019 r.g.n. 44567/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

24/11/2020 dal Consigliere Dott. DANIELA BLASUTTO.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con decreto n. 9706/2019 il Tribunale di Milano ha rigettato la domanda di protezione internazionale e umanitaria avanzata da A.P.B. (alias B.P.), cittadino della (OMISSIS).

2. Il Tribunale ha osservato, in sintesi, che:

a) il ricorrente non è credibile riguardo ai fatti narrati: arrivato in Italia senza documenti, ha fornito versioni contraddittorie circa le sue generalità e la regione della Nigeria di asserita provenienza, nonchè in ordine ai motivi del suo espatrio; in sede amministrativa aveva riferito di ragioni di ordine economico, mentre in sede giudiziaria ha prospettato di provenire dall’Imo State, situato nella regione del Biafra, teatro di scontri decennali tra le milizie statali e i separatisti in maggioranza di etnia (OMISSIS), nonchè da conflitti interreligiosi tra cristiani e mussulmani; il riferimento ad una manifestazione a (OMISSIS) finita nel sangue è riferita in modo sommario e le COI più accreditate descrivono la vicenda in modo diverso da quanto narrato dal richiedente (v. da pag. 2 a pag. 9 quanto motivato dal Tribunale riguardo alla non credibilità del richiedente);

b) stante l’inattendibilità delle vicende personali narrate e delle ragioni dell’espatrio, non è fondata la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato e la domanda di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b); neppure sussistono i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), alla stregua della situazione in Nigeria risultante delle fonti ufficiali consultate (per l’esame funditus di tali argomenti, v. pagg. 10 e 11 del decreto);

c) non è riconoscibile la protezione umanitaria di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6: non sono stati allegati dal ricorrente fatti diversi da quelli posti a fondamento della domanda di protezione in precedenza esaminati; non vi sono controindicazioni a un rientro sicuro nel suo Paese; la sua famiglia vive nell’Edo State, dove egli aveva raggiunto un buon livello di indipendenza svolgendo l’attività di elettricista; i soli rapporti di lavoro a tempo determinato documentati in Italia non sono elementi che, da soli, valgono a integrare, a fronte di quanto sopra esposto e in mancanza di specifiche allegazioni da parte del ricorrente circa fattori di particolare vulnerabilità, i presupposti per l’accoglimento della suddetta forma residuale di protezione.

3. Il decreto è stato impugnato da A.P.B. con ricorso per cassazione affidato a due motivi.

4. L’Amministrazione intimata non ha svolto difese.

5. Il PG non ha rassegnato conclusioni scritte.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, artt. 5 e 19, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c). Sollecita una revisione del giudizio di non credibilità del narrato, non potendo tale giudizio fondarsi sulla mancanza di riscontri oggettivi, stante l’obbligo di cooperazione istruttoria gravante sul giudice investito della domanda di protezione internazionale. Si duole altresì che le fonti richiamate nel decreto, a fondamento del rigetto della domanda D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), siano anteriori di alcuni mesi al provvedimento impugnato.

2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, difetto di motivazione in ordine alla mancata valutazione comparativa prescritta dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 4455 del 2018 e mancata considerazione, nell’operazione di bilanciamento, del fatto storico della provenienza del ricorrente dallo Stato di Imo della Nigeria.

3. Entrambi i motivi sono inammissibili.

4. La valutazione di affidabilità del richiedente è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici, indicati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, oltre che di quelli generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare circa la veridicità delle dichiarazioni rese; sicchè, il giudice è tenuto a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna, ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, i cui esiti in termini di inattendibilità costituiscono apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (cfr. Cass. n. 11925 del 19.6.2020, cfr. pure Cass. n. 3340 del 2019; v. pure Cass. n. 26921 del 2017).

5. Nel caso in esame, il Tribunale ha logicamente argomentato il giudizio di non credibilità, evidenziando in modo puntuale le ragioni per le quali ha ritenuto inattendibile il racconto del richiedente circa i motivi dell’espatrio. Il ricorso per cassazione ora all’esame si limita a proporre inammissibilmente una diversa valutazione della credibilità, sostituendo un diverso apprezzamento di fatto a quello compiuto dal giudice di merito. Tale rilievo ha carattere assorbente, poichè, a fronte della non credibilità del narrato, non sussistevano i presupposti dell’obbligo di integrazione istruttoria ufficiosa D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3.

6. Quanto all’ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la sentenza impugnata ha dato conto delle fonti informative utilizzate e pertanto ha rispettato l’onere, in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, di specificare la fonte in concreto utilizzata e il contenuto dell’informazione da essa tratta e ritenuta rilevante ai fini della decisione, così da consentire alle parti la verifica della pertinenza e della specificità di tale informazione rispetto alla situazione concreta del Paese di provenienza del richiedente la protezione (in tali termini, cfr. Cass. nn. 11312, 13449 e 13897 del 2019 e n. 9230 del 2020).

7. La nozione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale” di cui all’art. 14, lett. c) cit. dev’essere interpretata in conformità della fonte Eurounitaria di cui è attuazione (direttive 2004/83/CE e 2011/95/UE), in coerenza con le indicazioni ermeneutiche fornite dalla Corte di Giustizia UE (Grande Sezione, 18 dicembre 2014, C-542/13, par. 36), secondo cui i rischi ai quali è esposta in generale la popolazione di un paese o di una parte di essa di norma non costituiscono di per sè una minaccia individuale da definirsi come danno grave (v. 26 Considerando della direttiva n. 2011/95/UE; v., in particolare, Corte Giustizia UE 17 febbraio 2009, Elgafaji, C-465/07, e 30 gennaio 2014, Diakitè, C285/12; vedi pure Cass. n. 13858 del 2018 e Cass. n. 30105 del 2018, n. 30105).

8. In tal senso, la valutazione del giudice di merito è stata compiuta in coerenza con i richiamati presupposti normativi. Il motivo si sostanzia in una censura di merito all’accertamento di fatto compiuto dal Tribunale ed in tal senso risulta inammissibile, dovendosi ribadire che il motivo di ricorso per cassazione che mira a contrastare l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alle c.d. fonti privilegiate, di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, deve evidenziare, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione, in violazione del c.d. dovere di collaborazione istruttoria, sono state oggettivamente travisate, ovvero superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate.

9. Quanto al riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, questa Corte ha chiarito (v. Cass. n. 4455 del 2018, Cass. S.U. n. 29459, n. 29460 e n. 29461 del 2019) che il giudizio deve fondarsi su un’effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza. Seppure il livello di integrazione raggiunto in Italia non costituisca un dato valutabile isolatamente ed astrattamente, esso certamente concorre nel contesto di una valutazione comparativa tra integrazione sociale raggiunta in Italia e situazione del Paese di origine (cfr. Cass. S.U. n. 29459/2019 cit.). Trattasi di valutazione rimessa al giudice di merito, cui compete tale raffronto con i dati disponibili al momento in cui è chiamato a decidere e dunque all’attualità.

10. Nel decreto impugnato il Tribunale ha operato tale valutazione comparativa, evidenziando che il richiedente ha mantenuto nel Paese di origine tutti i membri della sua famiglia e che, in base ai dati disponibili, non avrebbe neppure difficoltà a realizzare un reinserimento lavorativo, poichè aveva raggiunto un buon livello di autonomia economica svolgendo l’attività di elettricista, mentre i periodi di lavoro svolti in Italia per effetto di contratti a termine non costituiscono, di per sè, dimostrazione di una integrazione sociale e lavorativa pienamente raggiunta nel territorio nazionale.

11. Dunque, i giudici di merito non hanno mancato di operare la suddetta valutazione comparativa, ma hanno rilevato che le allegazioni del ricorrente quanto alla sua integrazione in Italia non potevano fondare i presupposti per il riconoscimento della tutela richiesta. Nel censurare l’apprezzamento compiuto dal giudice di merito, il ricorrente non ha evidenziato quali sarebbero le circostanze di fatto decisive che il giudice di merito avrebbe trascurato di considerare, limitandosi a proporre una nuova valutazione del materiale probatorio, non consentita dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Questo, nel testo modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, circoscrive le anomalie motivazionali denunciabili con il ricorso per cassazione alla pretermissione di un fatto storico, principale o secondario, che abbia costituito oggetto del dibattito processuale e risulti idoneo ad orientare in senso diverso la decisione, nonchè a quelle che si convertono in violazione di legge, per mancanza del requisito di cui all’art. 132 c.p.c., n. 4, escludendo pertanto da un lato la possibilità di estendere il vizio in esame al di fuori delle ipotesi, nella specie neppure prospettate, in cui la motivazione manchi del tutto sotto l’aspetto materiale e grafico, oppure formalmente esista come parte del documento, ma risulti meramente apparente, perplessa, o costituita da argomentazioni talmente inconciliabili da non permettere di riconoscerla come giustificazione del decisum, e tale vizio emerga immediatamente e direttamente dal testo del provvedimento (cfr. Cass., Sez. Un., n. 8053 e 8054 del 2014 e innumerevoli successive).

12. Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile. Nulla va disposto quanto alle spese del giudizio di legittimità, non avendo il Ministero intimato svolto attività difensiva.

13. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali (nella specie, inammissibilità del ricorso) per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto (v. Cass. S.U. n. 23535 del 2019).

14. In proposito, le Sezioni Unite di questa Corte hanno chiarito (sent. n. 4315 del 2020) che la debenza di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione è “…normativamente condizionata a “due presupposti”, il primo dei quali – di natura processuale – è costituito dall’aver il giudice adottato una pronuncia di integrale rigetto o di inammissibilità o di improcedibilità dell’impugnazione, mentre il secondo appartenente al diritto sostanziale tributario – consiste nella sussistenza dell’obbligo della parte che ha proposto impugnazione di versare il contributo unificato iniziale con riguardo al momento dell’iscrizione della causa a ruolo. L’attestazione del giudice dell’impugnazione, ai sensi all’art. 13, comma 1-quater, secondo periodo, T.U.S.G., riguarda solo la sussistenza del primo presupposto, mentre spetta all’amministrazione giudiziaria accertare la sussistenza del secondo”.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 24 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 28 aprile 2021

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