Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11159 del 07/05/2010

Cassazione civile sez. trib., 07/05/2010, (ud. 13/01/2010, dep. 07/05/2010), n.11159

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAPA Enrico – Presidente –

Dott. D’ALONZO Michele – rel. Consigliere –

Dott. BOGNANNI Salvatore – Consigliere –

Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere –

Dott. DIDOMENICO Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

1. sul ricorso (iscritto al n. 12800/08 di R.G.) proposto da:

AGENZIA delle ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

selettivamente domiciliata in Roma alla Via dei Portoghesi n. 12

presso l’Avvocatura Generale dello Stato che la rappresenta e

difende;

– ricoprente –

contro

S.A., residente in

(OMISSIS), elettivamente domiciliato (giusta variazione di

domicilio depositata il 6 luglio 2009) in Roma alla Via della

Balduina n. 128 presso Cecchini Paola, insieme con gli avv. MARRA DE

SCISCIOLO Antonio e Franco d’ACUNTO, che lo rappresentano e difendono

in forza della procura speciale rilasciata a margine del

controricorso;

– controricorrente –

nonchè

2. sul ricorso incidentale (iscritto al n. 17105/08 di R.G.) proposto

da:

S.A., ut supra rappresentato e difeso;

– ricorrente incidentale –

contro

l’AGENZIA delle Entrate;

– intimata –

entrambi i ricorsi avverso la sentenza n. 183/15/07 depositata il 12

novembre 2007 dalla Commissione Tributaria Regionale della Campania.

Udita la relazione svolta nella Pubblica udienza del 13 gennaio 2010

dal Cons. Dr. Michele D’ALONZO;

sentite le difese delle parti, perorate dall’avv. Alessandro DE

STEFANO (dell’Avvocatura Generale dello Stato), per l’Agenzia, e

dall’avv. Antonio MARRA DE SCISCIOLO, per il S.;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dr.

FUZIO Riccardo, il quale ha concluso per l’accoglimento del ricorso

principale, con assorbimento di quello incidentale.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso notificato a S.A., l’AGENZIA delle ENTRATE – premesso che: (2) l’intimato (dipendente del Banco di Napoli dal 16 giugno 1969 al primo ottobre 1999), “a decorrere dal primo gennaio 1991” era stato iscritto, “ai fini previdenziali”, in una “Gestione Speciale presso l’INPS” ente che, “oltre ad assicurare il trattamento di previdenza obbligatorio”, aveva “gestito un Fondo Integrativo di Previdenza (FIP), derivato dalla trasformazione di un fondo già accantonato presso il Banco”), acquisendo “il diritto a percepire due pensioni: una pensione INPS (AGO) ed una pensione integrativa (FIP)”) (2) il 30 luglio 2001, “a seguito di accordi sindacali”, era stato costituito il “Fondo di Previdenza Complementare per il Personale del Banco di Napoli (FPCPBN)” (“che si è posto in prosecuzione del vecchio .. . FIP”), “costituito in due sezioni” (sezioni A e B, “separate, tra loro autonome, sia patrimonialmente sia contabilmente”), il quale aveva “statutariamente” previsto “un sistema di liquidazione della sezione A” (in cui erano stati iscritti “i dipendenti e pensionati al 31 dicembre 1990”, per il quali il Fondo doveva erogare “le pensioni integrative con il sistema della prestazione definita, più favorevole per il pensionato” rispetto agli iscritti alla “sezione B”, per i quali erano previste “prestazioni pensionistiche gestite con il sistema della contribuzione definita a capitalizzazione individuale, meno favorevole per il pensionato”); (3) “a tal fine, il FPCPBN” aveva offerto “a tutti gli interessati, pensionati e in servizio, la corresponsione di uno zainetto, ossia il pagamento di capitale una tantum, in sostituzione del trattamento pensionistico integrativo in godimento”; (4) con “lettera del 23 dicembre 2004” il S., avendo “accettato la proposta del Fondo”, aveva chiesto il “rimborso della ritenuta” (“aliquota pari al 28,38%”) subita al momento del pagamento della “somma una tantum” corrispostagli -, in forza di CINQUE motivi, chiedeva di cassare la sentenza n. 183/15/07 della Commissione Tributaria Regionale della Campania (depositata il 12 novembre 2007) che, in parziale accoglimento dell’appello del S. avverso la decisione (112/15/06) – anch’essa di accoglimento parziale del ricorso del contribuente (avente ad oggetto l’impugnazione del silenzio rifiuto formatosi sull’istanza di rimborso), per ritenuta “applicabilità dell’aliquota del 12,50% prevista dalla L. n. 482 del 1985, art. 6”) – emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Caserta, aveva altresì disposto che “l’aliquota” detta andava applicata “sulla somma percepita depurata dei contributi versati”.

Nel proprio controricorso, il S. instava per il rigetto dell’impugnazione dell’Agenzia e per l’accoglimento del ricorso incidentale (fondato su tre motivi) che spiegava avverso la medesima decisione, “con vittoria di spese compensi anche dei precedenti gradi”; lo stesso S., di poi, depositava memorie ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. In via preliminare, ai sensi dell’art. 335 c.p.c., va disposta la riunione, al ricorso dell’Agenzia, di quello incidentale proposto dal contribuente atteso che le due impugnazioni investono la medesima decisione.

2. Con questa la Commissione Tributaria Regionale – premesso esser “controversa tra le parti la natura giuridica della somma erogata in quanto l’Ufficio ritiene che la somma vada inquadrata tra indennità e somme percepite una tantum in dipendenza della cessazione del rapporto di lavoro dipendente, disciplinato dall’art. 16, allora vigente, D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, comma 1, lett. a) (T.U.I.R.), mentre il ricorrente ritiene che la prestazione ricevuta rappresenti una fattispecie atipica non rientrante in nessuna previsione normativa di natura fiscale”; ricordato (1) che il giudice di primo grado aveva accolto (solo) “l’eccezione … circa l’applicabilità dell’aliquota del 12,50% prevista dalla L. n. 482 del 1985, art. 6” e (2) che “l’Ufficio proponeva appello incidentale” -, in parziale accoglimento dell’appello del S., ha “determina(to) l’aliquota IRPEF del 12,50% sulla somma percepita depurata dei contributi versati” osservando:

– “la circostanza che il Fondo abbia formulato l’offerta anche ai dipendenti ancora in servizio, ai pensionati da oltre trent’anni e al contribuente dopo quattro anni dal pensionamento non costituisce …, contrariamente a quanto ritiene il contribuente, un elemento per escludere che la fattispecie possa rientrare nella previsione concettuale dell’art. 11, comma 2”;

– “la doglianza del S. secondo cui la tassazione dell’indennità in questione va(da) fatta sull’importo imponibile al netto dei contributi obbligatori dovuti per legge” è “fondata”:

“pertanto, … la tassazione operata dal Fondo sull’intero imponibile” è “illegittima in quanto la stessa … va operata al netto dei contributi obbligatori”.

3. L’Agenzia censura tale decisione con cinque motivi.

A. Con il primo la ricorrente – assunto aver l’Ufficio contestato, con l’appello incidentale, l'”applicabilità dell’aliquota del 12,5% … sostenendo che la somma percepita … costituiva una indennità correlata alla cessazione del rapporto di lavoro ai sensi dell’art. 16, comma 1, lett. a) cit. T.U.I.R.” – denunzia “violazione e falsa applicazione del DPR 22 dicembre 1992, (recte: 1986) n. 546, (recte:

917) artt. 16 e 17 e art. 42, comma 4, (vecchia numerazione)” adducendo che “la categoria delle indennità assimilabili al trattamento di fine rapporto non ha carattere definito” per cui “ad essa afferiscono … tutte le indennità ed i corrispettivi che, sebbene non tipizzati, trovano titolo nello svolgimento del rapporto di lavoro e sono connessi alla sua cessazione, come gli emolumenti corrisposti al ricorrente mediante la capitalizzazione del trattamento -, pensionistico integrativo in godimento, o comunque in sostituzione della pensione stessa”, come avallato “dalla consolidata giurisprudenza” di questa Corte “formatasi sulla fattispecie, sostanzialmente analoga, della liquidazione del Fondo di Previdenza ISVEIMER (… Cass. 20 giugno 2005 n. 13274)”.

La ricorrente aggiunge che “per affermare l’applicabilità del 12,50% si sarebbe dovuto … dimostrare ed accertare che il Fondo operasse mediante stipula di contratti assicurativi o di capitalizzazione, ed anche la prova che si trattasse di contratti assicurativi sarebbe risultata insufficiente, ove non si fosse … provato che si trattasse di assicurazioni riconducibili ai rami 1^ e 5^”.

A conclusione, quindi, L’Agenzia formula il “guesito” se “sia tassabile in base alle disposizioni dettate per i redditi assimilati a TFR ai sensi degli artt. 16 e 17 del cit. T.U.I.R. (vecchia numerazione), la somma percepita informa capitale, in sostituzione della pensione integrativa in godimento, da un iscritto ad un Fondo di previdenza integrativa da epoca anteriore all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 124 del 1993, e se sia pertanto legittima la sentenza del giudice … che dichiari l’applicabilità dell’aliquota del 12,50% prevista dall’art. 42, comma 4 cit. T.U.I.R., in mancanza di una specifica prova che dimostri che la previdenza integrativa sia stata realizzata mediante stipula di un contratto di assicurazione sulla vita o di capitalizzazione”.

B. Con il secondo motivo l’Agenzia denunzia “violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c.” (1) affermando che la tesi della Commissione Tributaria Regionale secondo la quale “occorrerebbe applicare l’aliquota IRPEF del 12,50% sulla somma percepita, depurata dei contributi versati” non è stata “prospettata da nessuna delle parti ed era estranea al contenuto della domanda proposta dallo stesso contribuente” e (2) chiedendo (“quesito”) “se incorra nel vizio di extrapetizione il giudice tributario che nell’ambito di una controversia concernente la tassazione della somma corrisposta da un Fondo di previdenza in luogo di una pensione integrativa, disponga l’applicazione dell’aliquota del 12,50% sulla somma corrisposta, al netto dei contributi, allorchè le domande proposte avevano ad oggetto la riduzione dell’imponibile in misura pari ai contributi pagati ai fini dell’applicazione dell’aliquota prevista per i trattamenti analoghi al TFR ovvero, in subordine, l’applicazione dell’aliquota del 12,50% sull’ammontare lordo delle somme corrisposte”.

C. Con il terzo motivo l’Agenzia denuncia “violazione e falsa applicazione dell’art. 42, comma 4, T.U.I.R. (vecchia numerazione)” affermando che per tal norma “l’imponibile” è costituito “dall’intera somma percepita in esecuzione di un contratto di assicurazione o sulla vita, e non prevede nessuna forma di riduzione in considerazione di ipotetici contributi eventualmente versati”; la doglianza si conclude con il seguente “quesito”:

“se, ai fini dell’applicazione dell’imposta prevista dall’art. 42, comma 4 cit. T.U.I.R. (vecchia numerazione), l’imponibile sia costituito dell’importo lordo della somma percepita, senza applicazione di riduzione a fronte di ipotetici contributi versati”.

D. Con il quarto motivo l’Agenzia – premesso che “la sentenza impugnata si esaurisce in poche proposizioni, tra loro scoordinate, che impediscono di cogliere l’effettiva ratio decidendi” – denunzia “insufficiente e contraddittoria motivazione su fatti controversi e decisivi della causa” in ordine all’affermazione del giudice di appello secondo la quale “la circostanza che il Fondo abbia formulato l’offerta anche ai dipendenti ancora in servizio, ai pensionati da oltre trent’anni e al contribuente dopo quattro anni dal pensionamento non costituisce …, contrariamente a quanto ritiene il contribuente, un elemento per escludere che la fattispecie possa rientrare nella previsione concettuale dell’art. 11, comma 1” sostenendo che “ciò induce coerentemente a ritenere che la CTR volesse affermare la fondatezza della tesi dell’Ufficio, che … ha affermato l’applicabilità della disciplina dei compensi assimilabili al TFR, contenuta negli artt. 16 e 17” per cui “appare … del tutto inopinata e contraddittoria la conclusione contenuta nel dispositivo, non supportata da nessuna altra argomentazione, secondo la quale sarebbe … applicabile l’aliquota del 12,50% prevista dall’art. 42, comma 4, cit. T.U.I.R. per i redditi di capitale percepiti in dipendenza di contratti di assicurazione sulla vita e di capitalizzazione”.

E. Con il quinto (ultimo) motivo l’Agenzia denunzia “insufficiente motivazione su fatti controversi e decisivi della causa” in relazione alle “affermazioni della CTR secondo cui la base imponibile deve essere ridotta dei contributi versati” affermando (2) che la stessa “sarebbe giuridicamente corretta se riferita al sistema di tassazione previsto degli artt. 16 e 2 7 del cit. T.U.I.R. (dal quale però la stessa CTR sì è … distaccata nel dispositivo)” e (2) che il giudice di appello ha “omesso … di verificare se le doglianze al … riguardo” del contribuente “fossero o meno concretamente fondate, perchè non ha esaminato quale sia stato il comportamento di fatto tenuto dal Fondo che ha erogato l’indennità”, ovverosia “i criteri adottati ed i calcoli effettuati da tale soggetto”.

4. Il contribuente, a sua volta, impugna in via incidentale la medesima decisione per tre motivi.

A. Con il primo il S. – assunto aver il giudice di appello “sostanzialmente rigettato la domanda principale, sottesa al rimborso dell’intera imposta, con sentenza, per questo verso, totalmente immotivata, perchè non è stato svolto un solo argomento per spiegare le ragioni per le quali non di debba considerare fondata” detta “istanza di totale detassazione” – denunzia “violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c. e D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, n. 4” (“omessa motivazione su un punto essenziale della causa”) chiedendo (“quesito”);

“ve sia priva del requisito essenziale della motivazione la sentenza che, accogliendo la domanda subordinata del ricorrente, ne rigetta la domanda principale senza spiegarne in alcun modo le ragioni”.

B. Con il secondo motivo il S. denunzia “violazione del D.P.R. n. 917 del 1986, artt. 1 e 6” (“atipicità della fattispecie erroneamente tassata”) nonchè “omessa e, in subordine, insufficiente motivazione su punto decisivo della causa” adducendo (in sintesi) che “il capitale” da lui “incassato” (“determinato forfetariamente a saldo e stralcio, in virtù di uno specifico contratto, che è l’unico titolo giuridico del pagamento stesso”, “con rinunzia dell’interessato a qualsiasi pretesa presente, passata e futura anche se non riguardante la liquidazione della somma offerta”), non essendo nè “un caso di capitalizzazione di pensione periodica” nè “prestazione pensionistica ai sensi del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 50, comma 1, lett. h bis”, “non rientra in nessuna delle categorie di reddito indicate nell’art. 6” ma è “un caso anomalo di attribuzione patrimoniale e non reddituale”, (“come tale non assoggettabile a nessuna tassazione”): perchè “determinato al di fuori ed indipendentemente da ogni schema lavorativo ed, altresì, previdenziale ed attuariale”.

Il contribuente, quindi, domanda (“quesito”) “se il pagamento corrisposto da un Fondo pensione forfetariamente e a saldo e stralcio, in virtù di un accordo bonario, non costituisca reddito di lavoro perchè pagato da un soggetto terzo diverso e ulteriore rispetto al datore di lavoro; nè capitalizzazione di un pregresso reddito di pensione, che, per essere tale, deve corrispondere ad una specifica volontà delle parti e ad uno specifico calcolo attuariale;

nè, infine, possa farsi rientrare nella categoria delle “altre indennità e somme “di cui al D.P.R. n. 917 del 1986, art. 17, comma 1, lett. a) non essendo il pagamento collegatile funzionalmente alla risoluzione del rapporto di lavoro; e neppure possa essere equiparato alle prestazioni pensionistiche di cui all’art. 50, comma 1, lett. h bis) stesso D.P.R., avendo questa norma ad oggetto le anticipazioni di somme di importo non superiore al 50% del capitale maturato; e, pertanto, se ne deve dichiarare la non tassabilità non rientrando la fattispecie in nessuna delle categorie di reddito previste dall’art. 6 detto D.P.R.”.

C. Con il terzo (ultimo) motivo il S. – affermato che “il Fondo erogatore della prestazione … ha confessato di aver tassato l’intero capitale” – denunzia, per l'”ipotesi … che il capitale corrisposto … possa farsi rientrare nella previsione del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 17, comma 1, lett. a), come ha ritenuto il Fondo … ovvero … nella previsione dell’art. 49 e art. 51, comma 1, come ritiene … l’Agenzia”, “violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 19, comma 2, e art. 51, comma 2” affermando che per la prima norma “le indennità di fine rapporto e quelle ad esso assimilate vanno tassate al netto dei contributi previdenziali obbligatori dovuti per legge” e che per l’altra “non concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente i contributi previdenziali e assistenziali versati dal datore di lavoro in ottemperanza a disposizioni di legge”.

Il contribuente, quindi, chiede (“quesito”);

“ve sia nulla l’imposta sulle indennità di cui al D.P.R. n. 917 del 1986, art. 17, comma 1, lett. a) e sui redditi di cui all’art. 49 stesso D.P.R., qualora dal capitale liquidato non venga dedotto l’importo dei contributi previdenziali e assistenziali dovuti per legge, con le modalità e le condizioni stabilite dall’art. 19, comma 2 e art. 51, comma 12 (recte: 2) de citato D.P.R.”.

5. Le contrapposte impugnazioni vanno scrutinate congiuntamente; in esito a tale esame – in consonanza, peraltro, ed in sostanziale conformità con le statuizioni nelle more depositate da questa sezione sul tema specifico (Casa., trib., 20 gennaio 2010 n. 868 e 10 febbraio 2010 n. 2921) – il ricorso dell’Agenzia deve essere accolto perchè sostanzialmente fondato mentre, e di converso, quello incidentale del contribuente va respinto.

Sinteticamente:

– i primi due ed il quarto motivo del ricorso dell’Agenzia investono (sub specie, rispettivamente, di vizio di violazione di legge, di extrapetizione e di motivazione) il punto con cui il giudice di appello ha ritenuto applicabile l’aliquota del 12,50%; il terzo ed il quinto motivo, invece, denunziano vizi di violazione di legge e di motivazione in ordine al punto della deducibilità dalla base imponibile dei contributi che sarebbero stati versati dal contribuente;

i primi due motivi del ricorso incidentale di quest’ultimo, invece, investono l’implicita conferma del rigetto (operato dal giudice di primo grado) della domanda (principale) del contribuente tesa all’esclusione del capitale ricevuto da qualsiasi tassazione; il terzo motivo la medesima deducibilità.

A. Le censure aventi ad oggetto violazioni di legge, hic et hinde svolte (in particolare: primo, secondo e terzo motivo del ricorso principale; primi due motivi del ricorso incidentale), sono inammissibili perchè prive di qualsivoglia rilevanza, comunque non idonee a determinare la (chiesta) cassazione della sentenza impugnata, atteso che le stesse investono soltanto la individuazione delle norme effettivamente regolatrici della fattispecie concreta.

In tale ipotesi, però, in ossequio al disposto dell’art. 384 c.p.c., comma 4 (come sostituito dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 12) – per il quale “non sono soggette a cassazione le sentenze erroneamente motivate in diritto, quando il dispositivo sia conforme al diritto” -, questa Corte, una volta riscontrata la rispondenza “al diritto” del dispositivo adottato nella sentenza impugnata, non può procedere alla cassazione di quest’ultima in quanto il positivo riscontro di detta conformità consente soltanto di correggere la “motivazione” della stessa.

I vizi denunziati, peraltro, non potrebbero portare alla cassazione della decisione gravata che ne fosse affetta neppure in ipotesi di riscontrata non rispondenza del suo dispositivo “al diritto” atteso che l’ultimo inciso del comma 2 del medesimo art. 384 c.p.c., impone a questo giudice di legittimità di decidere “la causa nel merito” tutte le volte che “non siano necessari ulteriori accertamenti di fatto”, “accertamenti”, di norma, non necessari quando la controversia involge esclusivamente (come nel caso) questioni di diritto: in proposito va precisato che gli errori di motivazione indicati dalle parti ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, in realtà, non sono propriamente tali perchè non afferiscono affatto all’accertamento di una qualche circostanza di fatto rilevante ai fini del decidere ma riflettono soltanto pretesi difetti logico- giuridici concernenti la corretta interpretazione delle norme, ovverosia vizi riconducibili alla previsione del n. 3 dello stesso art. 360 c.p.c..

B. In via preliminare, per logica, va scrutinata la tesi (racchiusa nei primi due motivi del ricorso incidentale) del contribuente secondo cui, in sintesi, si è “in presenza di un caso anomalo di attribuzione patrimoniale e non reddituale”, “come tale non assoggettatile a nessuna tassazione”: la tesi non ha fondamento.

B.1. Per il D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 46, comma 2, lett. a), (numerazione originaria; testo, applicabile alla specie ratione temporis, sostituito dal D.Lgs. 2 settembre 1997, n. 314, art. 1), infatti, “costituiscono … redditi di lavoro dipendente: a) le pensioni di ogni genere e gli assegni ad esse equiparati”;

conseguentemente, ai fini della qualificazione di un reddito come “lavoro dipendente”, non è necessaria alcuna “dipendenza” diretta ed immediata con (la cessazione di) un rapporto di lavoro, essendo sufficiente che ricorrano i presupposti (nel caso incontestati) per aver diritto a fruire, in forza di pregresso rapporto di lavoro dipendente, di un trattamento pensionistico di qualsiasi “genere”, quindi anche (come nella specie) integrativo di quello legale obbligatorio.

L’art. 13, comma 7 (come “sostituito” con la L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 11) del D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124, poi, ha “inserito”, “dopo la lettera h)” del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 47, comma 1, il comma “h-bis)” per il quale “le prestazioni comunque erogate in forma di trattamento periodico ai sensi del D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124”, fiscalmente sono “assimilate” ai “redditi di lavoro dipendente”.

In forza, del comma 2 (modificato dal D.L. 30 dicembre 1993, n. 557, art. 1, convertito nella L. 26 febbraio 1994, n. 133) dell’art. 6 dello stesso D.P.R., inoltre ed in via generale, “i proventi conseguiti in sostituzione di redditi, anche per effetto di cessione dei relativi crediti, … costituiscono redditi della stessa categoria di quelli sostituiti”.

B.2. Nel caso la natura “sostitutiva” degli altrimenti dovuti redditi (ratei) di pensione, rivestita dal “provento” conseguito dal contribuente, è indiscutibile, avendo questi esposto, nel controricorso per cassazione, esser quella erogazione effetto dell’accettazione, da parte sua, della “proposta” avanzata dal Fondo debitore della pensione, di corrispondere “un capitale forfetario una tantum (c.d. zainetto), a fronte della sua rinuncia alla pensione integrativa” (o, anche, dalla sua “cancellazione” dal Fondo).

Da tale pacifico elemento fattuale discende, univocamente, che – come sostanzialmente statuito dal giudice a quo – il “capitale forfetario una tantum (c.d. zainetto)” ricevuto costituisce, per ovvia conseguenza, reddito della stessa categoria della “pensione integrativa” cui il contribuente ha rinunciato atteso che le parti (Fondo e pensionato) hanno voluto ed attuato uno scambio sinallagmatico proprio tra il diritto a percepire (comunque sempre spettante in ipotesi di mancata accettazione della proposta da parte del pensionato cfr. memoria depositata: “Il Fondo è ancora vivo e sono varie migliaia i pensionati .., che non hanno accettatala proposta, mentre sono appena quattrocento quelli che l’hanno accettata”) la pensione dovuta dal Fondo per il futuro (quindi un diritto costituente fonte di un reddito avente certamente natura di “reddito di lavoro”) in cambio del capitale detto, al quale, pertanto, in forza della citata disposizione dell’art. 6, deve essere riconosciuta la stessa “categoria” reddituale (“reddito di lavoro dipendente”) del diritto rinunciato, siccome sostitutivo di un reddito di tal categoria.

Dall’esegesi che precede, quindi, risulta che non vi è nessuna contraddizione, nè giuridica nè logica, nella qualificazione fiscale, supposta dalla Commissione Tributaria Regionale, della somma “sostitutiva” versata dal Fondo al contribuente quale “reddito di lavoro dipendente”.

B.3. La ritenuta natura non viene scalfita dagli elementi evidenziati dal contribuente in quanto gli stessi, singolarmente e/o complessivamente considerati, non sono idonei a rompere (od anche, solo affievolire) il nesso sinallagmatico indicato perchè il capitale una tantum assoggettato a tassazione:

– a prescindere dalla irrilevanza del fatto – dovendosi aver riguardo sempre e solo alla causa giuridica dell’obbligazione: è indubitabile, infatti, che abbiano natura fiscale di reddito di lavoro dipendente, come tali assoggettate alla corrispondente tassazione, le pensioni erogate dall’INPS, gestore dell’assicurazione generale obbligatoria, in favore dei lavoratori già dipendenti di soggetti privati, terzi rispetto ad esso INPS, obbligato ex lege a detta erogazione in forza dei contributi versati dal lavoratore e dal detto datore di lavoro -, comunque non è stato per nulla erogato da un “soggetto terzo” ma dallo stesso Fondo debitore della prestazione pensionistica integrativa rinunciata, ovverosia dal debitore del corrispondente “reddito di lavoro dipendente”; nessun diverso avviso, in proposito, si ricava dalla sentenza primo febbraio 1997 n. 974 delle sezioni unite di questa Corte (citata dal contribuente nelle memorie depositate) attesa l’assoluta estraneità al principio in essa affermata (siccome concernente, propriamente, soltanto la “natura retributiva” o meno della prestazione pensionistica pattizia reclamata da un ex dipendente) di qualsivoglia profilo incidente, anche indirettamente, sulla natura fiscale di quella prestazione;

– è frutto solo di un “accordo” – che, peraltro, non può ritenersi effettivamente “transattivo” per carenza delle condizioni richieste dall’art. 1965 cod. civ. -, privo di qualsivoglia effetto novativo dell’obbligo avente ad oggetto la (originaria) prestazione detta;

– l’eventuale inferiorità della somma una tantum ricevuta, rispetto a quella che (si assume) sarebbe spettata in base alla “capitalizzazione” tecnico-attuariale dell’assegno di pensione integrativa, rappresenta unicamente il “costo” (liberamente convenuto, quand’anche per mera accettazione della proposta, tra le parti) dell’accordo sostitutivo della (altrimenti dovuta) prestazione periodica, nella determinazione del quale “costo” entra, di necessità economica, pure la “natura incerta ed aleatoria delle mensilità non percette” alla quale, di conseguenza, vanamente il contribuente attribuisce la forza di elidere il sinallagma detto;

– l’unicità dell’erogazione del “capitale”, siccome in luogo di quella periodica, rappresenta, poi, soltanto una (lecita) convenzionale modifica delle modalità di adempimento dell’obbligazione pensionistica e costituisce sempre fonte, essa stessa, di quel trapasso di ricchezza dal Fondo debitore al pensionato che la norma, attesa la medesimità della causa debendi, impone di considerare reddito “di lavoro dipendente” perchè quell’erogazione è stata voluta e prestata unicamente per sostituire integralmente (l’obbligo di corrispondere) quel reddito periodico.

Del pari irrilevante è, come ovvio, la circostanza che la stessa offerta sia stata proposta anche ai “percettori di pensione di reversibilità” ed ai “dipendenti in servizio”: la “reversibilità” della pensione, infatti, non attribuisce all’erogazione pensionistica periodica natura fiscale diversa da quella propria, reddituale di “lavoro dipendente”; l’offerta ai dipendenti in servizio, poi, vale sempre e comunque a modificare, anche per questi, le modalità di adempimento della (futura) obbligazione concernente la prestazione della pensione (diretta e/o di reversibilità) avente la medesima natura reddituale.

Nessun conforto, infine, deriva alla tesi del contribuente dalla (come dallo stesso definita) “significativa giurisprudenza” di questa Corte – Cass., trib., 2 febbraio 2001 n. 1467 resa, però, sul diverso tema delle somme percepite a titolo di risarcimento, ritenute assoggettabili ad IRPEF ove destinate a reintegrare un danno concretatosi nella mancata percezione di redditi di lavoro); Cass. 1^, 12 ottobre 1999 n. 11437 (che per prima ha fissato il principio secondo cui “l’assegno di divorzio, la cui corresponsione da parte di uno dei coniugi all’altro sia stata stabilila dal tribunale, su accordo delle parti, in unica soluzione ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 4 (e, successivamente, a seguito delle modificazioni introdotte dalla L. n. 74 del 1987, art. 10, ai sensi dell’art. 5 comma 8 della legge stessa), non è qualificabile come “reddito” imponibile ai fini i.r.pe.f. sulla base di quanto disposto dal D.P.R. n. 597 del 1973, art. 47 comma 1 lett. f (e, successivamente, dal D.P.R. n. 917 del 1986, art. 47, comma 1, lett. i)”); Cass., trib., 22 novembre 2002 n. 16462 (“nell’ordinanza n. 383 pronunciata in data … 6 dicembre 2001 …, neppure il giudice delle leggi … dubita, dell’esattezza dell’interprelazione del D.P.R. n. 597 del 1973, art. 10, comma 1, lett. g), (che, al pari del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 10, comma 1, lett. c, limita la deducibilità in questione ai soli “assegni periodici”); Cass., trib., 6 novembre 2006 n. 23659 (“Non vi sono ragioni per discostarsi dell’indirizzo surriportato a cui va data piena continuità”) – sulla non soggezione “ad imposizione IRPEF della corresponsione di una somma una tantum in luogo dell’assegno mensile in favore del coniuge beneficiario divorziato”, dallo stesso ricordata, atteso che (come chiarito dalla Corte Costituzionale nell’ordinanza del 6 dicembre 2001 n. 383, pure citata dal contribuente) la detta sottrazione all’imposizione non deriva dalla natura non reddituale (o sostitutiva di quella reddituale propria dell’assegno periodico scambiato con l’erogazione una tantum) ma da una precisa scelta legislativa (che nel caso manca del tutto), giudicata “non irragionevole” dalla Corte delle leggi anche nella considerazione (ai fini dell’art. 53 Cost.) che detta corresponsione (diversamente da quella oggetto di questa controversia) rappresenta comunque la “conseguenza di un assetto complessivo degli interessi”, anche “personali e familiari” (del tutto non ipotizzabili nel caso), quindi non solo “patrimoniali”, degli ex coniugi, peraltro “non direttamente correlata al reddito percepito dal contribuente ne periodo di imposta”.

C. l’inapplicabilità (“non trovano applicazione”) delle “disposizioni che prevedono la trasformazione di quote di pensione in forma di capitale” ai “trattamenti” pensionistici “da liquidarsi a decorrere dal 1 gennaio 1998 a carico”, tra altre, “delle forme obbligatorie, sostitutive, esclusive o esonerative nonchè … di quelle previste dal D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124” – sancita dall’art. 59, comma 2 (recante “disposizioni in materia di previdenza, assistenza, solidarietà sociale e sanità”) della L. 27 dicembre 1997, n. 449 ed invocata dal contribuente -, di poi, intuitivamente, non riveste nessuna influenza sulla illustrata e ritenuta natura fiscale dell’erogazione in questione perchè tale norma, siccome regolamenta solo la (eventuale) “trasformazione” detta, non ha nessun riflesso sulla qualificazione fiscale del concreto emolumento erogato al contribuente.

L’eventuale contrasto della sua erogazione con tale inapplicabilità (giusta il principio affermato da questa sezione nella sentenza 20 giugno 2005 n. 13274, richiamata dal contribuente, ribadito nella successiva 2 aprile 2007 n. 8200), peraltro, potrebbe incidere solo sul(la validità ed efficacia del) rapporto negoziale intervenuto tra le parti private (Fondo, da un lato, e pensionato/pensionando/superstite, dall’altro) perchè fiscalmente, se e finchè detto rapporto negoziale non sia posto nel nulla (con effetti ex tunc), permane immutato il trasferimento di ricchezza, prodotto dallo stesso, con la sostituzione (in via definitiva) di un reddito da considerare certamente di lavoro dipendente (siccome derivante da pensione, quand’anche integrativa, assimilata) con la erogazione di una somma “una tantum”, alla quale, l’art. 6, comma 2, cit. T.U.I.R., impone di attribuita la stessa natura del reddito (pensione) sostituito.

D. Con entrambi i gruppi, dei motivi di ricorso dell’Agenzia e con il terzo (ultimo) motivi del ricorso incidentale vengono denunziati vizi concernenti vere e proprie “domande” delle quali va, in via preliminare, comunque rilevata (dell’art. 382 c.p.c., comma 3, secondo cui questa Corte “cassa senza rinvio … in ogni altro caso in cui ritiene che la causa non poteva essere proposta o il processo proseguito”) l’inammissibilità per inesistenza, di un atto (anche di solo silenzio rigetto) impugnabile sulle specifiche questioni dalle stesse supposte.

D.1. Il processo tributario regolato dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 (e l’anteriore previsto dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 636, in ordine al quale si veda Cass., 1^, 18 giugno 1988 n. 4178) – come riconosciuto anche dalla Corte Costituzionale (ordinanza 7 aprile 2006 n. 144) e, di recente, con la sentenza 23 dicembre 2009 n. 27209 anche dalle sezioni unite, già reiteratamente affermato da questa sezione (Cass., trib.: 3 agosto 2007 n. 17119; 2 aprile 2007 n. 8182 e le decisioni in queste ricordate) -, infatti, “è caratterizzato da un meccanismo di instaurazione di tipo impugnatorio, circoscritto alla verifica della legittimità della pretesa effettivamente avanzata con l’atto impugnato” – al quale la lett. g) dell’art. 19 equipara anche il “il rifiuto espresso o tacito della restituzione di tributi, sanzioni pecuniarie ed interessi o altri accessori non dovuti” – “alla stregua dei presupposti di fatto e di diritto in esso atto indicati (v. tra le altre Cass. n. 9754 del 2003; n. 15317 del 2002 e n. 4334 del 2002)”, ed “in relazione ai motivi di contestazione specificamente dedotti nel ricorso introduttivo della lite”: “la tutela del contribuente”, quindi (Cass., un., 20 novembre 2007 n. 24011), giusta il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 2, comma 1 (sia in base al testo originario che a quello novellato dalla L. 28 dicembre 2001, n. 448, art. 12), si attua “mediante la proposizione di ricorsi avverso specifici atti di accertamento o di imposizione dell’amministrazione finanziaria ovvero avverso il rigetto di istanze di rimborso di somme indebitamente pagate”.

“La proposizione di un’azione di accertamento” innanzi al giudice tributario (“pur essendo considerata estranea al modulo di tale processo, che deve essere necessariamente introdotto con l’impugnazione di specifici atti”), inoltre (Cass., un., 27 settembre 2006 n. 20889), “non da luogo ad un’ipotesi di difetto di giurisdizione, ma soltanto ad un’improponibilità delta domanda, essendo la giurisdizione attribuita in via esclusiva e ratione materiae, e non in considerazione dell’oggetto della domanda”.

Nel caso, lo stesso contribuente riferisce di aver chiesto:

(2) “in via amministrativa”, “il rimborso dell’intera imposta pagata” petitum) sostenendo (causa petendi) che “il capitale ricevuto rappresenta una fattispecie atipica, non rientrante in nessuna previsione normativa di natura fiscale”;

(2) “con ricorso alla C.T.P.”, (a) il “rimborso dell’intera imposta pagata” (petitum) per le ragioni (causa petendi) dette e, “in via subordinata”, (b) “il rimborso della differenza tra l’imposta pagata e l’imposta calcolata con aliquota del 12,50%” (petitum) “sostenendo” (causa petendi) “l’applicabilità dell’art. 45 (già 42), comma 4 cit. T.U.I.R. n. 917 del 1986”.

Nel proprio controricorso, inoltre, il contribuente non accenna neppure alla proposizione, nemmeno nel ricorso di primo grado, di altre ragioni causae petendi) a fondamento della richiesta diversa (petitum) di un rimborso parziale dell’imposta versata.

Da tali elementi discende che il silenzio rifiuto impugnato si è formato unicamente sull’istanza, avanzata in via amministrativa, avente ad oggetto il “rimborso dell’intera imposta pagata” per la ragione (causa petendi) ivi addotta (“il capitale ricevuto rappresenta una fattispecie atipica, non rientrante in nessuna previsione normativa di natura fiscale”) e non pure per altre ragioni ovvero per domande di rimborso parziale, differenti da quella.

D.2. L’ampia previsione dell’inciso “somme risultanti dalla capitalizzazione di pensioni” contenuto nella lett. a) dell’art. 16 (ora 17), comma 1, T.U.I.R. (regolante appunto le ipotesi in cui “l’imposta si applica separatamente”), invero, consente comunque di comprendere nella norma l’erogazione in questione avendo questa sicuramente ad oggetto (come la “capitalizzazione” considerata dalla stessa) la sostituzione di una “pensione” (quand’anche integrativa o complementare) periodica con un “capitale” (lato sensu) corrisposto, in unica soluzione, in espressa sostituzione di quella.

Nelle memorie depositate il contribuente reitera la tesi (così dallo stesso sintetizzata) secondo cui “nel sistema della legge, per i capitali erogati dai Fondi Pensione, è è la distinzione tra vecchi e nuovi iscritti”: “per questi ultimi, i capitali sono stati soggetti 1 a tassazione separata dal 1999 (D.Lgs. 124, art. 3, comma 9), sino al 2005”; “in virtù del D.Lgs. n. 252 del 2005, sono stati sottratti alla tassazione separata e … ora sottoposti ad una aliquota media del 12% (art. 11, comma 6 D.Lgs. cit.)”; “invece, i capitali erogati ai vecchi iscritti sono stati sottratti alla tassazione separata nel 1996 (D.L. n. 669 del 1996” per cui (si sostiene) “ormai, nuovi e vecchi iscritti sono tassati con l’aliquota media del 12% uniformemente e senza condizioni di sorta”.

La tesi non è fondata perchè, a parte altre possibili considerazioni:

(1) il D.Lgs. n. 124 del 1993, art. 13, comma 9 – la cui “disposizione” (insieme con “quella contenuta nell’art. 42, comma 4, ultimo periodo, del testo unico delle imposte sui redditi approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, introdotta dalla detta L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 11, comma 3″), per l'”allegato unico” alla L. 28 febbraio 1997, n. 30 (di conversione del D.L. 31 dicembre 1996, n. 669) che ha “sostituito” il comma 5, dell’art. 1 del D.L., deve “intendersi riferite esclusivamente ai destinatari iscritti alle forme pensionistiche complementari successivamente atta data di entrata in vigore del citato D.Lgs. n. 124 del 1993” – è stato espressamente abrogato (insieme con i commi 1, 2, 5, 6, 10, 11 e 12) dal D.Lgs. 18 febbraio 2000, n. 47, art. 3 e, quindi, non era più in vigore al momento del prelievo fiscale, e;

(2) è inapplicabile al caso (ex art. 11, comma 2, inciso iniziale, delle disposizioni sulla legge in generale premesse al vigente codice civile: “la legge non dispone che per l’avvenire”), per la sua posteriorità rispetto al momento detto, la norma dettata dal D.Lgs. 5 dicembre 2005, n. 252, art. 11, comma 6 (“disciplina delle forme pensionistiche complementari”) – priva, peraltro di qualsivoglia valenza interpretativa – per i cui vari periodi grammaticali:

“le prestazioni pensionistiche complementari erogate in forma di capitale sono imponibili per il loro ammontare complessivo al netto della parte corrispondente ai redditi già assoggettati ad imposta”;

– “le prestazioni pensionistiche complementari erogate in forma di rendita sono imponibili per il loro ammontare complessivo al netto della parte corrispondente ai redditi già assoggettati ad imposta e a quelli di cui alla lettera g-quinquies) del comma 1 dell’art. 44 del cit. T.U.I.R., e successive modificazioni, se determinabili”;

– “sulla parte imponibile delle prestazioni pensionistiche comunque erogate è operata una ritenuta a titolo d’imposta con l’aliquota del 15 per cento ridotta di una quota pari a 0,30 punti percentuali per ogni anno eccedente il quindicesimo anno di partecipazione a forme pensionistiche complementari con un limite massimo di riduzione di 6 punti percentuali”;

– “nel caso di prestazioni erogate in forma di capitale la ritenuta di cui al periodo precedente è applicata dalla forma pensionistica a cui risulta iscritto il lavoratore; nel caso di prestazioni erogate in forma di rendita tale ritenuta è applicata dai soggetti eroganti”;

– “la forma pensionistica complementare comunica ai soggetti che erogano le rendite i dati in suo possesso necessari per il calcolo della parte delle prestazioni corrispondente ai redditi già assoggettati ad imposta se determinabili”.

D.3. In ordine, poi, alla determinazione della base imponibile, va, in primo luogo, evidenziato che vanamente il contribuente invoca la previsione dell’art. 48 (ora 51), comma 2, lett. a), del cit.

T.U.I.R. – per la quale “non concorrono a formare il reddito … i contributi previdenziali e assistenziali versati dal datore di lavoro o dal lavoratore in ottemperanza a disposizioni di legge” – perchè dalla necessaria correlazione della stessa con la norma (dalla medesima specificata) contenuta nel primo comma (il quale dispone, in via generale, che “il reddito di lavoro dipendente è costituito da tutte le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo di imposta …in relazione al rapporto di lavoro”) si ricava che i “contributi previdenziali e assistenziali” che “non concorrono a formare il reddito” sono soltanto quelli “versati”, “in ottemperanza a disposizioni di legge”, sulle “somme” e sui “valori in genere” corrisposti “nel periodo di imposta … in relazione al rapporto di lavoro”, quindi, non già i “contributi previdenziali e assistenziali” versati, come nel caso, per altre “somme” e/o altri “valori” percepiti in precedenza ma esclusivamente quelli che specifiche “disposizioni di legge” obbligano a versare sulla somma (o sul valore) da assoggettare a tassazione: in conseguenza il contribuente – il quale ancora nelle memorie depositate espone che “il capitale incassato … era costituito in larga misura dai contributi versati” da lui “sulla retribuzione annua lorda e …

sulle indennità direttive percepite” negli “anni di servizio prestato alle dipendenze del Banco”, con ciò confermando il suo riferimento esclusivo ai contributi versati per gli emolumenti “retributivi” percepiti in costanza di rapporto – avrebbe dovuto (dedurre e, soprattutto,) dimostrare, non già che il Fondo erogatore ha sottoposto a tassazione l’intero “capitale una tantum” erogatogli ma che su tale capitale, per “disposizione di legge”, siano stati “versati” dei “contributi previdenziali e assistenziali” assoggettati anch’essi a prelievo fiscale.

Inutilmente, di poi ed ancora, il contribuente sostiene che l’importo effettivamente tassabile è dato dall’87,50% di quello totale ricevuto adducendo che, ai fini di determinare la base imponibile assoggettabile a tassazione, detto importo, ai sensi dell’art. 52 cit. T.U.I.R., doveva essere abbattute del 12,50%: un abbattimento del genere, infatti, non era più previsto al momento (fiscalmente rilevante) della corresponsione del “capitale una tantum” in questione.

La “determinazione dei redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente” (rubrica della norma) di cui all’art. 57 (numerazione in vigore dal primo gennaio 2004 ai sensi del D.Lgs. 12 dicembre 2003, n. 344, art. 2, comma 3,) (T.U.I.R.), invero, inizialmente, era contenuta nell’art. 48 bis del medesimo T.U.I.R. inserito (con effetto dal primo gennaio 1998) dal D.Lgs. 2 settembre 1997, n. 314, art. 4 e la sua lett. d) (testo originario) disponeva: “per le prestazioni periodiche indicate alla lettera h-bis) del comma 1 dell’art. 47” (ovverosìa “te prestazioni comunque erogate in forma di trattamento periodico ai sensi del D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124 …”) ” non si applicano le disposizioni del richiamato articolo 48 e le stesse costituiscono reddito per l’87,5 per cento dell’ammontare lordo corrisposto”.

Siffatto dettato normativo è stato reiteratamente modificato: in particolare, per quanto rileva ai fini del decidere, dal D.Lgs. 18 febbraio 2000, n. 47, art. 10, lett. f), (avente effetto dal primo gennaio 200 e rimasto in vigore sino al 31 dicembre 2003, essendo stato soppresso dal D.Lgs. 12 dicembre 2003, n. 344, art. 1 a decorrere dal primo gennaio 2004) il quale ha espressamente sostituito la lett. d) dell’art. 48 bis, comma 1, con le “seguenti” due lettere:

– “d) per le prestazioni pensionistiche di cui alla lettera h-bis) dei comma 1, dell’art. 47, erogate in forma periodica non si applicano le disposizioni del richiamato art. 48, Le stesse si assumono al netto della parte corrispondente ai redditi già assoggettati ad imposta e di quelli di cui alla lettera g-quinquies) del comma 1, dell’art. 41, se determinabili”;

– “d-bis) per le prestazioni pensionistiche di cui alla lettera h- bis) del comma 1, dell’art. 47, erogate in forma capitale a seguito di riscatto della posizione individuale ai sensi dell’art. 10, comma 1, lett. c), del D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124, non si applicano le disposizioni del richiamato art. 48. Le stesse assumono al netto dei redditi già assoggettati ad imposta, se determinabili”.

Dal primo gennaio 2001, quindi, “le prestazioni pensionistiche di cui alla lettera h-bis) del comma 1, dell’art. 47, erogate in forma periodica … si assumono al netto della parte corrispondente ai redditi già assoggettati ad imposta e di quelli di cui alla lettera g-quinquies) del comma 1, dell’art. 41, se determinabili” (ovverosia per concreti e, se specificamente ndeterminabili”, elementi di fatto la cui ricorrenza nel caso non è stata neppure adombrata) e non già solo sull'”87,5 per cento dell’ammontare lordo corrisposto”, come sostenuto dal contribuente sulla scorta dell’originario testo normativo non più in vigore al momento (fiscalmente rilevante) dell’erogazione assoggettata al prelievo fiscale, perchè sostituito dal testo innanzi riprodotto.

D.4. L’infondatezza della tesi per la quale l’erogazione in questione dovrebbe essere tassata con l’aliquota del 12,50% prevista per redditi di “capitale”, infine, discende naturaliter dalla innanzi accertata natura di reddito di lavoro dipendente propria del “capitale una tantum” assoggettato a tassazione: tale natura, infatti, ontologicamente, esclude che allo stesso “capitai e” possa essere riconosciuta quella (diversa) di reddito di capitale.

D.5. In definitiva, dalla compiuta complessiva esegesi normativa discende:

a) l’infondatezza, in diritto, di tutte le ragioni offerte dal contribuente a contestazione della tassazione del “capitale” erogatogli operata dal Fondo nella qualità di sostituto d’ imposta e, di conseguenza;

(b) l’erroneità della sentenza impugnata anche quanto alla ritenuta legittimità della subordinata richiesta del contribuente dalla stessa accolta: tale decisione, pertanto, deve essere cassata.

La causa – come esposto al punto 5.A. che precede – non richiede nessun accertamento di fatto e, pertanto, giusta il richiamato art. 384 c.p.c., deve essere decisa nel merito da questa Corte con il rigetto della domanda di primo grado del contribuente.

6. La novità delle questioni affrontate consiglia la totale compensazione tra le parti delle spese processuali dell’intero giudizio ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi; accoglie il ricorso dell’Agenzia;

rigetta il ricorso incidentale del S.; cassa la sentenza impugnata e, decidendo la causa nel merito, rigetta il ricorso di primo grado dello stesso S.; compensa integralmente tra le parti le spese processuali dell’intero giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 13 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 7 maggio 2010

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