Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11155 del 28/04/2021

Cassazione civile sez. trib., 28/04/2021, (ud. 13/01/2021, dep. 28/04/2021), n.11155

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – rel. Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello – Consigliere –

Dott. NICASTRO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 6507/2016 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, con

domicilio legale in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato.

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) SRL, in persona del curatore Dott. S.G.,

rappresentato e difeso dall’avv. Cappiello Raffaele, elettivamente

domiciliato presso il suo studio in Roma, via San Sebastianello, n.

6;

– controricorrente –

Avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio,

sezione n. 21, n. 4660/21/15, pronunciata il 14/04/2015, depositata

il 07/09/2015.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 13 gennaio

2021 dal Consigliere Guida Riccardo.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. la (OMISSIS) Srl (dichiarata fallita nelle more del presente giudizio), con distinti ricorsi, impugnò innanzi alla Commissione tributaria provinciale di Roma tre avvisi di accertamento – emessi dall’Amministrazione finanziaria sulla base del processo verbale di constatazione redatto (nel 2011) dalla Guardia di Finanza, a conclusione di un’indagine (delegata dalla Procura di Roma), avviata nel 2006, per reati di frode in finanziamenti da parte del Fondo Sociale Europeo – che recuperavano a tassazione IRES, IRAP, IVA, per gli anni 2004, 2005 e 2006, costi indeducibili e indetraibili, correlati a fatture passive per operazioni oggettivamente inesistenti;

2. la C.T.P. di Roma, riuniti i ricorsi, li rigettò, con sentenza (n. 202/26/13) riformata dalla Commissione tributaria regionale del Lazio, la quale, con la pronuncia in epigrafe, nel contraddittorio dell’ufficio, ha accolto l’appello della contribuente, rilevando: (a) la decadenza dell’azione accertatrice del Amministrazione finanziaria in quanto, ai fini del raddoppio del termine decadenziale per l’accertamento fiscale, è necessario che vi siano seri indizi di reato e che la denuncia penale, ai sensi dell’art. 331 c.p.p., sia effettivamente presentata, affinchè possa essere valutata dal giudice tributario, mentre, nella specie, non era stata acquisita “l’autorizzazione” della Procura di Roma nè, testualmente (cfr. pag. 2 della sentenza impugnata), “risulta identificata l’ipotesi di un reato, nè risultano le motivazioni in base alle quali la Procura aveva concesso l’utilizzo dei dati raccolti per fini fiscali.”; (b) quanto al merito dell’attività di verifica, che l’ufficio non aveva assolto all’onere di dimostrare la falsità delle fatture (formalmente regolari) e che i servizi fatturati non erano stati realmente acquistati dalla società contribuente, la quale, per converso, aveva documentato gli avvenuti pagamenti, le registrazioni contabili e l’esistenza di contratti sottesi alle fatture;

3. l’Agenzia ricorre per cassazione con due motivi; la curatela resiste con controricorso, illustrato con successiva memoria; la Procura generale ha depositato memoria ex art. 380-bis.1 c.p.c., ed ha chiesto l’accoglimento del ricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. con il primo motivo di ricorso (“1 Violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, comma 3 e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57, comma 3, come modificati dal D.L. 4 luglio 2006, n. 223, art. 37, commi 24 e ss., convertito con modificazioni, dalla L. 4 agosto 2006, n. 248 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”), l’Agenzia censura la sentenza impugnata per avere erroneamente negato il termine raddoppiato dell’attività accertatrice, senza considerare che, nel caso in esame, come ripotato nella parte iniziale dell’avviso di accertamento, la Guardia di Finanza, nel PVC redatto il 05/07/2011, aveva constatato che i fatti accertati integravano dei reati fiscali, previsti e puniti dal D.Lgs. n. 74 del 2000, con la precisazione che, ai fini del raddoppio del termine di accertamento, rileva l’astratta configurabilità di un reato e non l’effettivo esercizio dell’azione penale nè tanto meno che sia pronunciata sentenza di condanna o d’assoluzione, in sede penale, in ragione del regime di “doppio binario” tra processo penale, da un lato, e procedimento-processo tributario, dall’altro;

1.1. il motivo è fondato;

premesso che si tratta di fattispecie anteriore alla depenalizzazione delle condotte elusive, operata, in ambito tributario, dalla L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 10-bis, è ius receptum che: “In tema di accertamento tributario, il raddoppio dei termini previsto dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, comma 3, e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57, comma 3, nei testi applicabili “ratione temporis”, presuppone unicamente l’obbligo di denuncia penale, ai sensi dell’art. 331 c.p.p., per uno dei reati previsti dal D.Lgs. n. 74 del 2000, e non anche la sua effettiva presentazione, come chiarito dalla Corte Cost. nella sentenza n. 247 del 2011, sicchè, ove il contribuente denunci il superamento dei termini di accertamento da parte dell’Amministrazione finanziaria, deve contestare la carenza dei presupposti dell’obbligo di denuncia, non potendo mettere in discussione la sussistenza del reato il cui accertamento è precluso al giudice tributario. (Cass. 02/07/2020, n. 13481).”;

nel caso di specie, dall’incipit dell’atto impositivo (trascritto nell’autosufficiente motivo di ricorso) si evince che l’accertamento tributario era fondato sull’indagine per reati fiscali condotta dalla GdF, su delega della Procura di Roma, nei confronti di varie società che emettevano fatture per operazioni oggettivamente inesistenti, al fine di ottenere, in maniera fraudolenta, dalla Regione Lazio e dalla Provincia di Roma, finanziamenti comunitari;

così composta la cornice fattuale di riferimento, la C.T.R. si è discostata dal principio di diritto appena enunciato ed ha erroneamente affermato che, ai fini del raddoppio del termine dell’azione accertatrice dell’A.F., sono richieste l’effettiva presentazione di una denuncia penale e la verifica, rimessa al giudice tributario, dell’uso non pretestuoso, da parte dell’ufficio, della notizia di reato, senza avvedersi che, invece, come si è già precisato, il raddoppio dei termini previsto dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, comma 3, e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57, presuppone unicamente l’obbligo di denuncia penale, ai sensi dell’art. 331 c.p.p., per uno dei reati previsti dal D.Lgs. n. 74 del 2000, e non anche la sua effettiva presentazione;

2. con il secondo motivo (“2) Violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, comma 2, del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39 e dell’art. 2697 c.c., comma 2, e art. 2727 c.c. ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”), l’Agenzia ascrive alla C.T.R. di avere illegittimamente escluso che la natura di “cartiere” delle società fornitrici o lo svolgimento da parte di esse di attività non coincidenti con il contenuto delle fatture contestate rappresentassero elementi indiziari idonei a dimostrare l’inesistenza delle operazioni e che, conseguentemente, gravasse sulla contribuente l’onere di dimostrarne l’effettività, non limitandosi a produrre le fatture e i contratti, ma dando prova dell’esecuzione delle prestazioni;

2.1. il motivo è fondato;

la Commissione regionale, esaminando anche il merito della lite, ha negato che l’Amministrazione avesse fornito la prova dell’inesistenza delle contestate operazioni ed ha aggiunto che, invece, la società aveva documentato i pagamenti, le registrazioni contabili e l’esistenza dei relativi contratti;

posto che nella fattispecie concreta, dalle indagini penali erano emersi elementi presuntivi circa l’inesistenza delle operazioni fatturate, quale presupposto dell’azione accertatrice dell’Amministrazione, il dictum della CTR s’appalesa viziato da errore di diritto poichè collide con il consueto approdo nomofilattico (valevole, per la sua portata generale, in materia di imposte dirette e indirette), che il Collegio intende riaffermare, secondo cui “In tema di IVA, qualora l’Amministrazione finanziaria contesti al contribuente l’indebita detrazione di fatture, relative ad operazioni inesistenti, spetta all’Ufficio fornire la prova che le operazioni commerciali oggetto di fatturazione non sono mai state poste in essere, indicando gli elementi, anche indiziari, sui quali si fonda la contestazione (e, nella fattispecie concreta, tali elementi presuntivi sono quelli emersi nel corso delle indagini penali, sui quali poggia l’azione accertatrice dell’Amministrazione), mentre è onere del contribuente dimostrare la fonte legittima della detrazione o del costo, altrimenti indeducibili, non essendo sufficiente, a tal fine, la regolarità formale delle scritture o le evidenze contabili dei pagamenti, trattandosi di dati e circostanze facilmente falsificabili.” (Cass. 15/05/2018, n. 873; in termini, ex allis: Cass. 21/11/2019, n. 30366; 19/12/2019, n. 33915);

3. ne consegue che, accolti entrambi i motivi, la sentenza è cassata, con rinvio alla C.T.R. del Lazio, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie entrambi i motivi, cassa la sentenza impugnata, rinvia alla Commissione tributaria regionale del Lazio, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 13 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 28 aprile 2021

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