Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11120 del 19/04/2019

Cassazione civile sez. lav., 19/04/2019, (ud. 19/02/2019, dep. 19/04/2019), n.11120

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – rel. Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 754/2018 proposto da:

C.F., domiciliato ope legis presso la Cancelleria

della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dall’Avvocato

NICOLETTA CORRERA, FRANCESCO IORIO;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

L.G. FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA,

che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4823/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 27/10/2017 R.G.N. 1905/2017;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

19/02/2019 dal Consigliere Dott. FEDERICO BALESTRIERI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELENTANO Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato GIANNI’ GAETANO per delega verbale Avvocato ARTURO

MARESCA.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso della L. n. 92 del 2012, ex art. 1, comma 48, il sig. C.F. conveniva in giudizio la società Poste Italiane s.p.a. innanzi il Giudice del Lavoro di Roma, al fine di sentir dichiarare, in via principale, l’illegittimità del licenziamento irrogatogli con le conseguenze di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, in quanto, secondo il lavoratore, i fatti posti a base della contestazione disciplinare del 26.11.2015 non sussistevano o rientravano tra le condotte punibili con sanzione conservativa; per l’effetto, la condanna della società Poste alla reintegrazione in servizio ed alla corresponsione delle retribuzioni medio tempore maturate ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4. In fatto risulta che a seguito di una segnalazione del 10.03.15 della Struttura di Gestione Operativa di Mercati privati Area Territoriale Sud, la società aveva avviato accertamenti tramite la competente funzione di Tutela Aziendale – Fraud Management evidenziante la violazione della normativa antiriciclaggio relativamente a diversi dipendenti dell’U.P. di (OMISSIS) ed in particolare del Direttore e del C., i quali avrebbero consentito una sospetta operatività su plurimi prelievi con carte di debito associate a una serie di conti corrente (OMISSIS) incardinati presso l’UP di (OMISSIS).

All’esito degli accertamenti Poste Italiane s.p.a. contestava al lavoratore, quale collaboratore Up doppio turno presso l’ufficio postale di (OMISSIS), di aver consentito nel periodo gennaio 2014-marzo 2015 multipli e frazionati prelievi da POS (o con assegni), reiteratamente eseguiti dalle seguenti persone titolari di (OMISSIS) su conti corrente (OMISSIS): E.G. (35 operazioni di prelievo sospette); A.R. (34 operazioni sospette sul conto “Ditta A.R.” e 36 operazioni sul conto della Cuprum srl); R.P. (6 operazioni sul conto a lui intestato); R.E. (38 operazioni sul conto intestato Rem srl e 13 operazioni sul conto a lui intestato). Si contestava altresì anche l’effettuazione di 7 operazioni sospette, sempre per le persone sopra indicate, come operatore allo sportello.

In particolare i prelievi (attuati per la maggior parte con operazioni POS ed altri con assegni) erano da considerare sospetti perchè avevano ad oggetto l’importo singolo di Euro 19.990,00 a fino all’ottobre 2014: in questo periodo era in vigore la Comunicazione interna (COI) n. 250 del 6.6.13 che prevedeva come “operazione di sospetto”, con conseguenti obblighi di segnalazione al cliente e richiesta di autorizzazione alla Struttura Team Servizi Centralizzati (TSC), il prelievo pari o superiore ad Euro 20.000,00.

Dall’ottobre 2014 erano stati effettuati (sempre senza alcuna segnalazione) prelievi singoli ciascuno di Euro 14.990,00: la successiva COI. n. 475 in vigore dal 14.10.14 indicava l’importo complessivo del prelievo pari o superiore ad Euro 15.000,00 come presupposto per le procedure antiriciclaggio.

Era poi emerso che i 4 titolari clienti solevano effettuare nella stessa giornata prelievi in diversi uffici postali di (OMISSIS) città e provincia, seguendo un preciso itinerario giornaliero abituale, tra i quali risultava sempre presente l’UP di (OMISSIS)” (così nella contestazione); i prelievi nell’Up (OMISSIS) erano effettuati nella stessa giornata ed anche a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro, attuati mediante POS allo sportello (e con utilizzo della “userid” dell’operatore allo sportello) ma con sovvenzione effettuata dal server dell’UP con la “userid” del C., che aveva quindi autorizzato queste operazioni senza attuare la procedura per l’autorizzazione al TSC (per gli importi pari o superiori ai limiti legali) e senza effettuare le segnalazioni c.d. ExtraGianos (previste dal Manuale delle Operazioni Sospette del 27.10.11), nonostante la presenza di evidenti indici di anomalia per la rilevazione di operazioni sospette in materia di antiriciclaggio, in violazione del D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 41, come riportato dalla COI n. 236/10 che introduceva come elemento di sospetto “il ricorso frequente o ingiustificato a operazioni in contante ed in particolare il prelievo o il versamento in contante con intermediari finanziari di importo pari o superiore ad Euro 15.000,00) e dalla COI n. 460/10.

Nella contestazione disciplinare venivano riportate le dichiarazioni degli operatori dell’Ufficio Postale di (OMISSIS), dalle quali emergevano le particolari modalità con le quali questi prelievi erano stati effettuati e dalle quali emergeva la responsabilità del C. per i fatti menzionati, passibili di licenziamento per giusta anche ex art. 52 c.c.n.l. di categoria.

Resisteva Poste chiedendo in subordine la conversione del recesso in licenziamento per giustificato motivo soggettivo.

Il Tribunale in sede sommaria accoglieva la domanda, mentre in sede di opposizione la respingeva ritenendo evidenti e provate le responsabilità del C..

Avverso tale sentenza proponeva reclamo quest’ultimo; resisteva Poste. Con sentenza depositata il 27.10.17, la Corte d’appello di Roma rigettava il reclamo, condannando il reclamante alle spese.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso il C., affidato a tre motivi. Resiste Poste Italiane con controricorso.

Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- Con il primo motivo il ricorrente denuncia la nullità della sentenza e/o del procedimento, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), per violazione dell’art. 111 Cost. e art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4), (ipotesi di motivazione cd. “apparente”) ovvero, in via gradata, per violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè dell’art. 2697 c.c. (valutazione del materiale probatorio priva di logica e ragionevolezza e/o non condotta secondo un prudente apprezzamento). Censura di nullità la sentenza in primis sotto il profilo della motivazione apparente, poichè fondata esclusivamente su dichiarazioni rese al di fuori del processo e, pertanto, avulsa dalle risultanze processuali ovvero, in via gradata ed ove non ritenuta apparente la motivazione, in quanto la medesima viola le norme processuali in rubrica, non avendo la corte territoriale valutato, secondo logica e ragionevolezza e/o secondo un prudente apprezzamento, il materiale probatorio a propria disposizione, riconoscendo valenza dirimente ai fini della decisione a dichiarazioni rese al di fuori del processo, aventi valore meramente indiziario, conseguendone una ricostruzione fattuale viziata, seppur posta, essa sola, a supporto dell’unica ratio decidendi su cui si fonda la sentenza impugnata.

2.- Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione delle Co.i. n. 250/13 e n. 476/14, “ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)2. Censura dunque la sentenza sotto il profilo della violazione e/o falsa applicazione delle nome aziendali, da cui deriverebbe l’errata riconduzione del ricorrente all’alveo dei destinatari delle prescrizioni ivi contenute.

3.- Con il terzo motivo il ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2119 c.c., e/o dell’art. 54, lett. c) e k), del c.c.n.l. di categoria, censurando la sentenza sotto il profilo della sussunzione delle ritenute violazioni nell’ambito di applicazione delle norme in rubrica, peraltro sulla base dell’accertamento di una sola delle due violazioni contestate, sebbene il licenziamento fosse stato intimato al ricorrente sulla base della congiunta considerazione delle due violazioni (da pagina 23 a pagina 28).

4.- I motivi, che stante la loro connessione possono essere congiuntamente esaminati, sono in larga parte inammissibili e per il resto infondati.

Ed invero deve innanzitutto chiarirsi che nella specie trova applicazione dell’art. 348 ter c.p.c., comma 5, a mente del quale laddove la sentenza di appello confermi la decisione di primo grado in base alle medesime ragioni di fatto, il ricorso per cassazione può essere proposto solo per i motivi di cui ai nn. 1, 2, 3 e 4 c.p.c. e non anche per il n. 5 ormai novellato (principio della cd “doppia conforme”).

Occorre inoltre considerare che in nessun modo può ritenersi meramente apparente l’ampia motivazione contenuta nella sentenza d’appello, che ha affrontato ed esaminato congruamente i fatti di causa e le censure mosse dall’appellante alla sentenza di primo grado (cfr. sul punto Cass. 23940/17).

Ciò premesso occorre altresì considerare che (cfr. di recente, e plurimis, Cass. n. 13798/17) in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione o falsa applicazione di norma di diritto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ricorre o non ricorre a prescindere dalla motivazione (che può concernere soltanto una questione di fatto e mai di diritto) posta dal giudice a fondamento della decisione (id est: del processo di sussunzione), sicchè quest’ultimo, nell’ambito del sindacato sulla violazione o falsa applicazione di una norma di diritto, presuppone la mediazione di una ricostruzione del fatto incontestata (ipotesi non ricorrente nella fattispecie); al contrario, il sindacato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (oggetto della recente riformulazione interpretata quale riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione: Cass. sez. un. 7 aprile 2014, n. 8053), coinvolge un fatto ancora oggetto di contestazione tra le parti (ipotesi ricorrente nel caso in esame). Ne consegue che mentre la sussunzione del fatto incontroverso nell’ipotesi normativa è soggetta al controllo di legittimità, l’accertamento del fatto controverso e la sua valutazione (rimessi all’apprezzamento del giudice di merito: quanto alla proporzionalità della sanzione cfr. Cass. n. 8293/12, Cass. n. 144/08, Cass. n. 21965/07, Cass. n. 24349/06; quanto alla gravità dell’inadempimento, cfr. Cass. n. 1788/11, Cass. n. 7948/11) ineriscono ad un vizio motivo, pur qualificata la censura come violazione di norme di diritto, vizio limitato al generale controllo motivazionale (quanto alle sentenze impugnate depositate prima dell’11.9.12) e successivamente all’omesso esame di un fatto storico decisivo, in base al novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Deve allora rimarcarsi che “..Il nuovo testo del n. 5) dell’art. 360 c.p.c., introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). L’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sè vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie. La parte ricorrente dovrà indicare – nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) e all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui ne risulti l’esistenza, il “come” e il “quando” (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, e la “decisività” del fatto stesso” (Cass. sez.un. 22 settembre 2014 n. 19881).

Il ricorso non rispetta il dettato di cui dell’art. 360 c.p.c., comma 1, novellato n. 5, limitandosi in sostanza a richiedere un mero ed inammissibile riesame delle circostanze di causa, ampiamente valutate dalla Corte di merito.

Evidentemente non rileva che quest’ultima abbia (in tesi) basato la decisione sulla base dell’accertamento di una sola delle due violazioni contestate, sebbene il licenziamento fosse stato (in tesi) intimato al ricorrente sulla base di due violazioni, essendo chiaro che laddove il giudice del merito ritenga anche uno solo degli addebiti contestati idoneo a giustificare il licenziamento non vi è alcuna ragione per cui egli debba esaminare anche la fondatezza o meno dell’altro (ex aliis, Cass. n. 2579/09, Cass. n. 24574/13). Nè il ricorrente spiega adeguatamente perchè la sanzione sia stata in tesi applicata sulla base della congiunta considerazione delle due violazioni.

Deve poi ribadirsi (cfr. da ultimo Cass. n. 2700/16) che in tema di ricorso per cassazione, una questione di violazione o di falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito (come esplicitamente lamentato col primo motivo di ricorso), ma, rispettivamente, solo allorchè si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione. Nulla di tutto ciò emerge dalla sentenza impugnata, o dalle censure contenute in ricorso.

Quanto al fondamento della decisione del giudice d’appello su dichiarazioni rese al di fuori del processo, deve osservarsi che il ricorrente confonde le dichiarazioni degli informatori della fase sommaria, rese all’interno del processo, con eventuali (ma non riguardanti il caso di specie) dichiarazioni scritte rese da terzi fuori dal processo, di cui del resto si è occupata la sentenza di legittimità oggi invocata dal ricorrente (Cass. n. 11746/07).

Risulta poi evidentemente inammissibile il secondo motivo basato sulla violazione e/o falsa applicazione delle Co.i. n. 250/13 e n. 476/14, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), non essendo le menzionate COI contratti collettivi ma solo regolamenti aziendali.

Quanto infine alla violazione dell’art. 54, lett. c) e k) del c.c.n.l. (prevedenti la massima sanzione per violazione dolosa di leggi o regolamenti che possono arrecare forte pregiudizio alla società, ovvero per atti dolosi di gravità tale da non consentire la prosecuzione del rapporto) basterà rammentare che le plurime condotte poste in essere dal C. sono state dalla sentenza impugnata accertate come commesse in aperta violazione non solo delle norme contrattuali collettive citate, ma anche in violazione della normativa antiriciclaggio (D.Lgs. n. 231 del 2007), evidenziando che le plurime sospette operazioni di prelievo, effettuate anche nel medesimo giorno, per importi appena di poco inferiori ai limiti previsti dalla disciplina interna antiriciclaggio (effettuate inoppugnabilmente attraverso l’userid del C.) concretassero la piena consapevolezza del dipendente delle operazioni sospette, e ciò non di meno effettuate, come peraltro confermato anche dai testi escussi.

Il ricorso deve essere pertanto rigettato.

Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 200,00 per esborsi, Euro 4.500,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e c.p.a. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio,il 19 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 19 aprile 2019

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