Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11118 del 19/04/2019

Cassazione civile sez. lav., 19/04/2019, (ud. 14/02/2019, dep. 19/04/2019), n.11118

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15143/2014 proposto da:

AZIENDA SANITARIA LOCALE/(OMISSIS) SASSARI, in persona del Direttore

Generale pro tempore, domiciliata ope legis presso la Cancelleria

della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa dall’Avvocato

DIEGO GIOVANNI LUMBAU;

– ricorrente –

contro

C.C.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI

GRACCHI 123, presso lo studio dell’avvocato RAIMONDO DETTORI,

rappresentata e difesa dall’avvocato PAOLO MORGANA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 283/2013 della CORTE D’APPELLO CAGLIARI – SEZ.

DIST. DI SASSARI, depositata il 07/12/2013 R.G.N. 393/2012.

Fatto

RILEVATO

che con sentenza in data 7 dicembre 203 la Corte d’appello di Cagliari, Sezione distaccata di Sassari, accoglie per quanto di ragione l’appello proposto da C.C.M. avverso la sentenza del Tribunale di Sassari n. 1303/2011 e, in parziale riforma della sentenza stessa, condanna l’AUSL n. (OMISSIS) di Sassari a corrispondere all’appellante la somma di Euro 6.681,51 per differenze retributive (da maggiorare di interessi dalla maturazione al saldo) derivanti dall’accertato espletamento delle mansioni proprie del livello superiore a quello di inquadramento;

che la Corte territoriale, per quel che qui interessa, precisa che:

a) il Tribunale, pur avendo ritenuto fondata la domanda in riferimento alle mansioni superiori espletate, ha escluso la, spettanza di differenze retributive affermando che in realtà la ricorrente aveva percepito somme maggiori del dovuto;

b) il primo giudice ha anche ritenuto non corretto il conteggio allegato dalla lavoratrice fondato sulla detrazione dalla paga base della categoria superiore la paga base di quella di inquadramento, affermando che tale tipo di conteggio previsto dall’art. 28 del CCNL di Comparto non può trovare applicazione nella specie perchè si riferisce all’ipotesi di adibizione legittima a mansioni superiori, non essendo la presente differente ipotesi ivi disciplinata, si deve fare applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52, comma 5;

c) il CTU ha spiegato di aver redatto due conteggi diversi: uno che da luogo ad una differenza negativa perchè dalla paga base della categoria superiore si sottrae tutto quanto percepito per quella di inquadramento, comprese retribuzione di anzianità, fascia retributiva e indennità professionale; dal secondo conteggio effettuato in base all’art. 28 del CCNL cit. risulta invece un credito per la lavoratrice di Euro 6.114,35;

d) più correttamente si sarebbe dovuto tenere conto dell’effettiva retribuzione complessiva spettante per la categoria superiore, ma considerata l’espressa previsione del CCNL e la richiesta dell’interessata si deve almeno riconoscere il diritto alle differenze retributive sulle paghe base in applicazione del secondo calcolo del CTU, con l’aggiunta di sei mesi, come risulta dal conteggio dell’appellante non contestato, visto che la prescrizione risulta essere stata utilmente interrotta nel 2005;

che avverso tale sentenza la AUSL n. (OMISSIS) di Sassari propone ricorso illustrato da memoria e affidato a tre motivi, al quale oppone difese C.C.M., con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che il ricorso è articolato in tre motivi;

che con il primo motivo si denuncia omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, asserendosi che la Corte d’appello non avrebbe spiegato le ragioni per le quali ha ritenuto applicabile l’art. 28 del CCNL Comparto Sanità 1998-2001 del 7 aprile 1999 (che disciplina l’ipotesi di legittima adibizione a mansioni superiori) anzichè il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52, comma 5, come affermato dal primo giudice;

che con il secondo motivo si denuncia omessa motivazione su un punto decisivo della controversia per non avere la Corte territoriale, aderendo acriticamente al secondo conteggio del CTU, spiegato i motivi per i quali ha riconosciuto alla lavoratrice le differenze retributive pure per il periodo 2004/2005 quando, nelle more del giudizio ma con decorrenza 9 gennaio 2004, la C., superata una selezione ha mutato il proprio inquadramento dalla categoria A alla categoria B;

che con il terzo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e/o falsa applicazione delle norme di diritto e del CCNL, in particolare del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 e dell’art. 28 del CCNL Comparto sanità 1998-2001 del 7 aprile 1999, sostenendosi che alla lavoratrice per la prestazione di mansioni superiori spetterebbe la differenza tra il trattamento previsto per qualifica superiore e quanto dalla stessa percepito in forza dell’inquadramento contrattuale, senza che possa trovare applicazione il citato art. 28 del CCNL di settore, in quanto esso si riferisce solo alla adibizione legittima alle mansioni superiori mentre nulla prevede per l’ipotesi di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52, comma 5;

che il ricorso va dichiarato inammissibile;

che i primi due motivi sono inammissibili perchè, nella sostanza, le censure con essi proposte finiscono con l’esprimere un mero dissenso rispetto alle valutazioni delle risultanze probatorie effettuate dalla Corte d’appello, che come tale è di per sè inammissibile in questa sede;

che a ciò va aggiunto che in base all’art. 360 c.p.c., n. 5 – nel testo successivo alla modifica ad opera del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile nella specie ratione temporis (visto che la sentenza impugnata è stata depositata il 7 dicembre 2013, quindi molto dopo l’11 settembre 2012) – la ricostruzione del fatto operata dai Giudici di merito è sindacabile in sede di legittimità soltanto quando la motivazione manchi del tutto, ovvero sia affetta da vizi giuridici consistenti nell’essere stata essa articolata su espressioni od argomenti tra loro manifestamente ed immediatamente inconciliabili, oppure perplessi od obiettivamente incomprensibili (Cass. SU 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. SU 20 ottobre 2015, n. 21216; Cass. 9 giugno 2014, n. 12928; Cass. 5 luglio 2016, n. 13641; Cass. 7 ottobre 2016, n. 20207). Evenienze che qui non si verificano;

che le suddette osservazioni assorbono ogni altro profilo di inammissibilità e, in particolare, quello derivante dal mancato rispetto del principio di specificità dei motivi di ricorso per cassazione;

che il terzo motivo è inammissibile perchè – come già affermato da questa Corte con riguardo ad una uguale censura formulata dalla stessa AUSL n. 1 di Sassari in analoga controversia, con indirizzo cui si intende dare continuità (Cass. 15 febbraio 2018, n. 3753 – il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deve essere dedotto, a pena d’inammissibilità del motivo giusta la disposizione dell’art. 366 c.p.c., n. 4, non solo con l’indicazione delle norme che si assumono violate ma anche, e soprattutto, mediante specifiche argomentazioni intellegibili ed esaurienti, intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornite dalla giurisprudenza di legittimità, diversamente impedendo alla Corte regolatrice di adempiere al suo compito istituzionale di verificare il fondamento della lamentata violazione;

che risulta, quindi, non idoneamente formulata la deduzione di errori di diritto individuati per mezzo della sola preliminare indicazione delle singole norme pretesamente violate, di cui però non si offre dimostrazione per mezzo di una critica delle soluzioni adottate dal giudice del merito nel risolvere le questioni giuridiche poste dalla controversia, critica operata mediante specifiche e puntuali contestazioni nell’ambito di una valutazione comparativa con le diverse soluzioni prospettate nel motivo e non attraverso la mera contrapposizione di queste ultime a quelle desumibili dalla motivazione della sentenza impugnata (vedi, per tutte: Cass. 29 novembre 2016, n. 24298);

che, nella specie, la ricorrente si limita a denunciare il contrasto della decisione di appello con la disciplina legale, senza tuttavia offrire argomenti, anche in relazione alla rilevanza, in ordine alle diverse voci che, secondo la sua prospettazione, in un caso (disciplina convenzionale) o nell’altro (disciplina legale), andrebbero a comporre il trattamento riconosciuto per le mansioni superiori, al fine di censurare sotto il profilo giuridico la soluzione adottata, anche a seguito di CTU, dal giudice di appello con la statuizione di accertamento e condanna;

che questo porta all’inammissibilità del motivo di ricorso;

che le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in dispositivo – seguono la soccombenza, dandosi atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione, liquidate in Euro 200,00 per esborsi, Euro 4.000,00 (quattromila/00) per compensi professionali, oltre spese generali in misura del 15% e accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 14 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 19 aprile 2019

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