Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11112 del 27/04/2021

Cassazione civile sez. lav., 27/04/2021, (ud. 12/11/2020, dep. 27/04/2021), n.11112

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14738/2017 proposto da:

MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ex lege

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– ricorrente –

contro

F.G., R.C., M.G., tutti

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA OTTORINO LAZZARINI 19, presso

lo studio degli avvocati ANDREA SGUEGLIA, UGO SGUEGLIA, che li

rappresentano e difendono;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1291/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 26/04/2017 R.G.N. 1016/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

12/11/2020 dal Consigliere Dott. CATERINA MAROTTA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. con sentenza n. 1291/2017, pubblicata in data 26/4/2017, la Corte d’appello di Roma, decidendo sulle cause riunite, in parziale accoglimento delle impugnazioni dei prof. F.G., R.C., M.G., docenti supplenti temporanei “non residenti” presso scuole operanti all’estero, ed in riforma delle pronunce del locale Tribunale: a) dichiarava il diritto degli appellanti a percepire l’assegno di sede nella misura intera prevista dal D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 658 e non decurtato in applicazione dell’art. 106 del c.c.n.l. 2006/2009 e per l’effetto condannava il Ministero degli Affari Esteri (oggi: Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – MAECI) a corrispondere ai predetti, a titolo di differenze maturate sull’assegno di sede specificamente indicate, per ciascuno di essi, nella parte dispositiva oltre interessi legali dalla data di maturazione dei singoli ratei al soddisfo; b) condannava il Ministero degli Esteri a pagare a F.G. e a R.C. l’indennità di sistemazione e le spese per viaggi di trasporto all’estero e dall’estero, nella misura da determinarsi in separato giudizio;

riteneva che l’assegno di sede avesse la funzione di sopperire agli oneri derivanti dal servizio prestato all’estero, tanto che la sua misura era determinata sulla base di coefficienti che tengono conto del costo della vita e delle sue variazioni, nonchè delle situazioni di rischio e di disagio;

attribuiva, quindi, a detto assegno (previsto dal D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 658, per tutto il personale in servizio nelle istituzioni scolastiche all’estero) una funzione indennitaria attinente alla presenza dall’estero di un non residente e non già al servizio svolto nè dunque al tempo di svolgimento;

riteneva che gli articoli censurati dei contratti collettivi succedutisi nel tempo andassero disapplicati nella parte in cui, derogando all’art. 658 cit, avevano esercitato un potere normativo precluso dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 45, u.c.;

riteneva spettanti agli appellanti F. e R. l’indennità di cui al D.Lgs. n. 297 cit., art. 661 (sistemazione) e le spese per viaggi di trasporto di cui all’art. 665, non anche il contributo per le spese di abitazione (art. 662) in quanto la norma riconosce il diritto non direttamente ma solo a condizione che “per l’abitazione nuota o mobiliata (il dipendente) sopporti una spesa superiore al 20% dell’assegno personale”, condizione che nella specie gli appellanti non avevano dimostrato;

2. avverso tale sentenza il MAECI, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, ha proposto ricorso affidato ad un motivo, al quale hanno opposto difese i docenti, con controricorso successivamente illustrato da memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. va preliminarmente disattesa l’eccezione di improcedibilità del ricorso formulata dai controricorrenti;

secondo l’insegnamento delle Sezioni unite di questa Corte, infatti, deve escludersi la possibilità di applicazione della sanzione della improcedibilità, ex art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, al ricorso contro una sentenza notificata di cui il ricorrente non abbia depositato, unitamente al ricorso, la relata di notifica, ove quest’ultima risulti comunque nella disponibilità del giudice perchè prodotta dalla parte controricorrente ovvero acquisita mediante l’istanza di trasmissione del fascicolo di ufficio (v. Cass., Sez. Un., 2 maggio 2017, n. 10648);

2. va, poi, dato atto che la questione ancora controversa tra le parti è quella della corretta quantificazione dell’assegno di sede corrisposto ai soli controricorrenti F.G. e R.C., non avendo formato oggetto di censura la decisione della Corte d’appello di Roma nella parte in cui ha ritenuto che l’analoga domanda proposta da M.G. fosse da accogliere quale conseguenza necessaria della forza vincolate di un precedente giudicato intervenuto tra le parti;

egualmente non ha formato oggetto di rilievo la pronuncia della Corte capitolina nella parte relativa all’indennità di sistemazione, al contributo per le spese di abitazione e per le spese per viaggi di trasporto all’estero e dall’estero;

3. con l’unico motivo di ricorso il Ministero denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione della direttiva 99/70/CE e dell’Accordo quadro su lavoro a tempo determinato ivi allegato; del D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 640, artt. 77 e segg. c.c.n.l. comparto scuola del 29 novembre 2007; del D.Lgs. n. 62 del 1998, art. 27,D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 45,D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 651, nel testo sostituito dal D.Lgs. n. 62 del 1998, art. 26,D.P.R. n. 18 del 1967; dell’art. 106 del c.c.n.l. comparto scuola del 29 novembre 2007 con riferimento alla tabella prevista dal D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 658, dell’art. 16 del c.c.n.l. del 24 febbraio 2000);

sostiene che il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 45, comma 5, si riferisce al personale non diplomatico del MAECI, per il quale non è applicabile la normativa di cui al D.P.R. n. 18 del 1967 e sostiene che il personale supplente non appartiene a tale categoria;

assume che i docenti con contratto di lavoro a tempo determinato ben potrebbero essere trattati e, quindi, retribuiti, in modo diverso rispetto a quelli a tempo indeterminato in quanto questi ultimi hanno superato un pubblico concorso ed i primi no;

evidenzia che la definizione contrattuale della disciplina concernente il loro trattamento economico è del tutto legittima e che non pone problemi di coordinamento comunitario perchè la diversità di trattamento non è altro che la corretta applicazione del principio per il quale a situazioni diverse corrisponde un diverso trattamento;

3. il ricorso è infondato;

4. il Collegio ritiene, in ragione della funzione nomofilattica affidata al giudice di legittimità dall’ordinamento, che risolutive ai fini del presente giudizio siano le considerazioni svolte da questa Corte, da ultimo, nella decisione n. 12369/2020, relativa a vicenda del tutto sovrapponibile, alla cui motivazione si rinvia anche ai sensi dell’art. 118 disp. att. c.p.c.;

tali considerazioni riguardano l’applicazione ai docenti precari della scuola del principio di non discriminazione anche con riferimento alle integrazioni salariali attribuite per il solo svolgimento del servizio richiesto e corrisposte per il disagio del trasferimento all’estero (questione posta dagli originari ricorrenti ma il cui esame è stato ritenuto non necessario dalla Corte d’appello che ha deciso la causa argomentando in ordine ad asserite preclusioni per la contrattazione collettiva derivanti, nella specie, dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 45, u.c.);

5. nell’indicato precedente è stata data continuità ai condivisi e consolidati orientamenti espressi da questa Corte in molteplici decisioni nelle quali è stata esaminata la questione del contenuto precettivo del divieto di discriminazione dei lavoratori a tempo determinato (anche docenti) rispetto a quelli a tempo indeterminato stabilito dalla direttiva 1999/70/CE e dall’Accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato ad essa allegato, come interpretati dalla Corte di giustizia UE (fra le tante: Cass. 7 novembre 2016, n. 22558; Cass. 23 novembre 2016, n. 23868; Cass. 29 dicembre 2016, n. 27387; Cass. 5 gennaio 2017, n. 165; Cass. 10 gennaio 2017, no 290; Cass. 1 agosto 2017, n. 19136; Cass. 28 novembre 2019, n. 31150; Cass. 7 febbraio 2020, n. 2924; Cass. 19 febbraio 2020, n. 4195; Cass. 16 marzo 2020, n. 7309);

6. è stato, così, ribadito che:

a) la clausola 4 del citato Accordo quadro pone a carico degli Stati membri l’obbligo di assicurare al lavoratore a tempo determinato “condizioni di impiego” che non siano meno favorevoli rispetto a quelle riservate all’assunto a tempo indeterminato “comparabile” e tale obbligo costituisce attuazione, nell’ambito della disciplina del rapporto a termine, del principio della parità di trattamento e del divieto di discriminazione che sono “norme di diritto sociale dell’Unione di particolare importanza, di cui ogni lavoratore deve usufruire in quanto prescrizioni minime di tutela” (Corte di Giustizia, sentenze: 9 luglio 2015, C-177/14, Regojo Dans, punto 32; 13 settembre 2007, C-307/05, Del Cerro Alonso, punto 27).

b) la suddetta clausola 4 dell’Accordo esclude in generale ed in termini non equivoci qualsiasi disparità di trattamento non obiettivamente giustificata nei confronti dei lavoratori a tempo determinato, sicchè la stessa ha carattere incondizionato e può essere fatta valere dal singolo dinanzi al giudice nazionale, il quale ha l’obbligo di applicare il diritto dell’Unione e di tutelare i diritti ivi riconosciuti, disapplicando, se necessario, qualsiasi contraria disposizione del diritto interno (Corte Giustizia, sentenze: 15 aprile 2008, C-268/06, Impact; 13 settembre 2007, C-307/05, Del Cerro Alonso; 8 settembre 2011, C-177/10 Rosado Santana);

c) il principio di non discriminazione non può essere interpretato in modo restrittivo, per cui la riserva in materia di retribuzioni contenuta nel paragrafo 5 dell’art. 153 del TFUE “non può impedire ad un lavoratore a tempo determinato di richiedere, in base al divieto di discriminazione, il beneficio di una condizione di impiego riservata ai soli lavoratori a tempo indeterminato, allorchè proprio l’applicazione di tale principio comporta il pagamento di una differenza di retribuzione” (CGUE, sentenza Del Cerro Alonso cit., punto 42);

d) la parità di trattamento può essere negata agli assunti a tempo determinato solo in presenza di una giustificazione oggettiva (CGUE, sentenza Regojo Dans cit., punto 44, e giurisprudenza ivi richiamata);

e) a tal fine non è sufficiente che la diversità di trattamento sia prevista da una norma generale ed astratta, di legge o di contratto, nè rilevano la natura pubblica del datore di lavoro e la distinzione fra impiego di ruolo e non di ruolo, perchè la diversità di trattamento può essere giustificata solo da elementi precisi e concreti di differenziazione che contraddistinguano le modalità di lavoro e che attengano alla natura ed alle caratteristiche delle mansioni espletate (CGUE, sentenza Regojo Dans cit., punto 55 e con riferimento ai rapporti non di ruolo degli enti pubblici italiani: CGUE, sentenza 18 ottobre 2012, cause riunite da C302/11 a C-305/11, Valenza; sentenza 7 marzo 2013, C-393/11, Bertazzi);

7. è stato, altresì, ricordato che, per costante indirizzo della CGUE, per quanto concerne l’applicazione della suddetta clausola 4, punto 1, è necessario esaminare, in primo luogo, se la situazione dei lavoratori a tempo determinato e quella dei lavoratori a tempo indeterminato di cui si tratta sia “comparabili”;

al riguardo, ad avviso della CGUE, la comparabilità sussiste se le persone interessate esercitano “un lavoro identico o simile ai sensi dell’Accordo quadro”, conclusione cui si perviene prendendo in considerazione un insieme di fattori, quali la natura del lavoro, le condizioni di formazione e le condizioni di impiego, in conformità delle clausole 3, punto 2, e 4, punto 1, dell’Accordo stesso (CGUE, sentenze: 18 ottobre 2012, Valenza cit., punto 42 e giurisprudenza citata; 13 marzo 2014, C-38/12, Malgorzata, punti 30-31);

8. ed allora la decurtazione dell’assegno di sede (che ha la funzione di sopperire agli oneri derivanti dal servizio prestato all’estero) per i docenti supplenti in servizio presso le scuole italiane all’estero è in contrasto con gli indicati principi, considerato che tali supplenti, come è pacifico tra le parti, hanno svolto la medesima attività di insegnamento che avrebbero prestato se fossero stati immessi nei ruoli e assunti a tempo indeterminato;

9. correttamente, dunque (pur se sulla base di differente ragionamento decisorio), sono stati disapplicati gli artt. 101 e 106 dei c.c.n.l. per il Comparto scuola 2002-2005 e 2006-2009 nella parte in cui hanno previsto che i docenti a tempo determinato percepiscano l’assegno di sede in una quota percentuale variabile rispetto all’indennità di sede prevista per il personale a tempo indeterminato ed è stato affermato che tale assegno di sede debba essere corrisposto nella misura intera prevista dal D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 658, come modificato dal D.Lgs. n. 62 del 1998, art. 27, senza alcuna distinzione tra personale di ruolo e personale precario “non residente”;

10. da tanto consegue che il ricorso deve essere respinto;

11. le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in dispositivo – seguono la soccombenza;

12. nulla va disposto con riguardo al versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, non potendo tale normativa trovare applicazione nei confronti dello Stato e delle Amministrazioni ad esso parificate, le quali, mediante il meccanismo della prenotazione a debito, sono esentate dal pagamento delle imposte e tasse che gravano sul processo, come accade per l’Amministrazione ricorrente (vedi, per tutte, in tal senso: Cass., Sez. Un., 8 maggio 2014, n. 9938; Cass. 29 gennaio 2016, n. 1778).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il Ministero ricorrente al pagamento, in favore dei controricorrenti, delle spese del presente giudizio di cassazione, liquidate in Euro 200,00 per esborsi, Euro 6.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge e rimborso forfetario in misura del 15 da corrispondersi all’avv. Ugo Sgueglia, antistatario.

Così deciso in Roma, nella Adunanza Camerale, il 12 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 aprile 2021

 

 

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