Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11091 del 09/05/2018


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Civile Ord. Sez. 5 Num. 11091 Anno 2018
Presidente: CHINDEMI DOMENICO
Relatore: DELLI PRISCOLI LORENZO

ORDINANZA
sul ricorso 5352-2013 proposto da:
AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro
tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI
PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO
STATO, che lo rappresenta e difende;
– ricorrente contro

A.A.;
– intimato –

2018
966

avverso

la

n.

sentenza

COMM.TRIB.REG.SEZ.DIST.

di

356/2012
CATANIA,

della

depositata

1’11/12/2012;
udita la relazione della causa svolta nella camera di
consiglio del 22/03/2018 dal Consigliere Dott. LORENZO

Data pubblicazione: 09/05/2018

DELLI PRISCOLI .

3

FATTI DI CAUSA
Considerato che l’Agenzia delle entrate proponeva ricorso per
revocazione avverso la sentenza n. 93/17/2012 dell’il aprile 2012,
emessa da altro Collegio della Commissione Tributaria Regionale della
Sicilia, sezione distaccata di Catania, che – riformando la sentenza di
primo grado che aveva rigettato il ricorso originario avente ad oggetto
l’impugnazione da parte del contribuente del diniego di rimborso –

l’Agenzia delle entrate a rimborsare la somma di euro 142.294, relativa
all’indennità aggiuntiva di cui all’art. 11, comma 7, della legge n. 413 del
1991, non soggetta a tassazione, spettante ai coltivatori diretti al
momento dell’esproprio dei terreni da loro condotti;
che la ricorrente Agenzia delle entrate sosteneva che la suddetta
sentenza si ponesse in contrasto con altra (la sentenza della Corte di
Cassazione 4 novembre 2008, n. 26481, che aveva cassato con rinvio la
n. 94/17/06 della stessa Corte, sentenza della Cassazione divenuta
definitiva perché nessuna delle parti aveva provveduto ad effettuare la
riassunzione della causa davanti al giudice di rinvio) emessa tra le stesse
parti ed avente lo stesso oggetto, nata dall’impugnazione non del silenziorifiuto ma dall’impugnazione della notifica dell’avviso di diniego;
che la Commissione Tributaria Regionale della Sicilia, con sentenza n.
356/17/12 dell’Il dicembre 2012, dichiarava inammissibile il ricorso per
revocazione avverso la sentenza n. 93/17/2012 dell’il aprile 2012, in
quanto l’eccezione di cosa giudicata era stata sollevata nel giudizio di
appello conclusosi con la sentenza oggetto di revocazione e nel caso in cui
il giudicato esterno si sia formato nel corso del giudizio e la sua esistenza
sia stata ritualmente dedotta nel corso dello stesso dalla parte interessata,
la sentenza di appello che sia stata pronunciata in difformità da tale
giudicato è impugnabile per cassazione e non in sede di revocazione,
come affermato da Cass. 27 gennaio 2012, n. 1189;

Ric.n.rg. 5352 del 2012 — Camera di consiglio del 22 marzo 2018

accoglieva l’appello del contribuente A.A. e condannava

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che l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso affidato ad un unico
motivo e che il contribuente non si costituiva.
RAGIONI DELLA DECISIONE
Considerato che con l’unico motivo d’impugnazione, in relazione all’art.
360 cod. proc. civ., comma 1, n. 4, la ricorrente Agenzia delle entrate
deduce un error in procedendo e la conseguente nullità della sentenza per
violazione degli artt. 324, 360, 395, n. 5, cod. proc. civ., in combinato

relazione anche agli artt. 1362 cod. civ. ss., in quanto nel processo di
merito l’Agenzia delle entrate non avrebbe mai eccepito il giudicato
esterno (ancora non maturato) ma di litispendenza relativa a Cass. 4
novembre 2008 n. 26481, citata nella sentenza impugnata, con la
conseguenza che alla sentenza impugnata sarebbe applicabile il principio
di diritto secondo cui, poiché il giudicato esterno (nel frattempo maturato)
è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del processo, quando la sua
esistenza non sia sta ritualmente dedotta nel corso dello stesso dalla
parte interessata, la sentenza di appello che si sia pronunciata in
difformità da tale giudicato è impugnabile con il ricorso per revocazione e
non con quello per cassazione, secondo l’insegnamento di Cass. 8 luglio
2009, n. 16014;
che, in particolare, la sentenza impugnata avrebbe erroneamente
interpretato gli atti processuali dell’Agenzia delle entrate, in quanto
l’Agenzia delle entrate non avrebbe mai eccepito il giudicato esterno;
che il motivo di ricorso è infondato;
che, secondo quanto stabilito dall’art. 395, comma 1, n. 5, cod. proc.
civ. «le sentenze pronunciate in grado d’appello possono essere
impugnate per revocazione se la sentenza è contraria ad altra precedente
avente fra le parti , autorità di cosa giudicata, purché non abbia
pronunciato sulla relativa eccezione»;

Ric.n.rg. 5352 del 2012 – Camera di consiglio del 22 marzo 2018

disposto con gli artt. 62, 63, 64 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, in

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che la Cassazione ha conseguentemente ritenuto che se l’eccezione di
giudicato è sollevata durante il giudizio d’appello la sentenza va
impugnata per cassazione, altrimenti per revocazione (Cfr. Cass. 4
novembre 2015, n. 22506; Cass. 27 gennaio 2012, n. 1189; Cass., S.U.,
23 novembre 2010, n. 21493);
che dunque risulta decisivo, al fine della soluzione della decisione,
stabilire se l’Agenzia delle entrate aveva o meno sollevato l’eccezione

che infatti, secondo la Cassazione il principio secondo cui
l’interpretazione delle domande, eccezioni e deduzioni delle parti dà luogo
ad un giudizio di fatto, riservato al giudice di merito, non trova
applicazione quando si assume che tale interpretazione abbia determinato
un vizio riconducibile nell’ambito dell'”error in procedendo” (come nel caso
di specie); in tale ipotesi, ove si assuma che
l’interpretazione degli atti processuali di secondo grado abbia determinato
l’omessa pronuncia su una domanda che si sostiene regolarmente
proposta e non venuta meno in forza del successivo atto di costituzione
avverso l’appello della controparte, la Corte di Cassazione ha il poteredovere di procedere all’esame e all’interpretazione degli atti processuali e,
in particolare, delle istanze e delle deduzioni delle parti (Cass. 25 ottobre
2017, n. 25259);
che

inoltre,

sempre

secondo

la

Cassazione,

in

tema

d’interpretazione degli atti processuali, la parte che censuri il significato
attribuito dal giudice di merito deve dedurre la specifica violazione dei
criteri di ermeneutica contrattuale di cui agli artt. 1362 e ss. cod. civ., la
cui portata è generale, o il vizio di motivazione sulla loro applicazione,
indicando altresì nel ricorso, a pena d’inammissibilità, le considerazioni del
giudice in contrasto con i criteri ermeneutici ed il testo dell’atto oggetto di
erronea interpretazione (Cass. 2 agosto 2016, n. 16057);

Ric.n.rg. 5352 del 2012 – Camera di consiglio del 22 marzo 2018

durante il giudizio d’appello;

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che la sentenza impugnata sul punto afferma che «l’Agenzia delle
entrate, nella comparsa di costituzione, aveva eccepito l’inammissibilità
del ricorso in quanto tendente ad ottenere l’annullamento di un atto
impeditivo divenuto definitivo; aveva inoltre eccepito l’inammissibilità di
un nuovo sindacato giurisdizionale», parte trascritta nel ricorso per
Cassazione dell’Agenzia delle entrate;
che tuttavia l’Agenzia delle entrate ha trascritto solo in parte la

ipotizza l’erronea interpretazione, ossia quella riguardante la presenza o
meno di un’eccezione di giudicato;
ritenuto che pertanto il ricorso dell’Agenzia delle entrate va dichiarato
inammissibile e che la disciplina delle spese segue la soccombenza.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso dell’Agenzia delle entrate e la condanna
al pagamento delle ‘spese del giudizio di legittimità, che liquida in
complessivi euro 6.000, oltre a rimborso forfettario nella misura del 15%
e ad accessori di legge.
Così deciso nella camera di consiglio del 22 marzo 2018.
‘ Il Presidente
omenico C

comparsa di costituzione in appello, omettendo proprio la parte di cui

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