Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11083 del 10/06/2020

Cassazione civile sez. I, 10/06/2020, (ud. 25/02/2020, dep. 10/06/2020), n.11083

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – Consigliere –

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1621/2015 proposto da:

Auto Ranghetti Uno S.r.l., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via Maria Cristina n. 8,

presso lo studio dell’avvocato Gobbi Goffredo, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato Campana Denis, giusta procura a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Regione Lombardia, in persona del Presidente pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, Via Tuscolana n. 1348, presso lo

studio dell’avvocato Ruggiero Giampaolo, rappresentata e difesa

dall’avvocato Schiena Raffaela, giusta procura a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 14060/2013 del TRIBUNALE di MILANO, pubblicata

il 08/11/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

25/02/2020 dal Cons. Dott. LAMORGESE ANTONIO PIETRO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Auto Ranchetti Uno srl propone ricorso per cassazione avverso sentenza del Tribunale di Milano, in data 6 maggio 2014, che aveva rigettato la sua domanda di condanna della Regione Lombardia ad erogare gli incentivi indicati nel bando approvato in data 21 luglio 2008 per l’acquisto di ciclomotori e motocicli ecologici, al fine di facilitare la sostituzione di quelli inquinanti.

L’appello proposto dall’attrice è stato dichiarato inammissibile dalla Corte d’appello di Milano, con ordinanza del 7 novembre 2014, a norma dell’art. 348 bis e ter c.p.c..

Il tribunale ha ritenuto infondata la doglianza di illegittimità del provvedimento di diniego dell’incentivo che la società attrice aveva chiesto di disapplicare, per le seguenti ragioni: il contenuto dispositivo del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso, trattandosi di un atto vincolato, a norma della L. 7 agosto 1990, n. 241, art. 21 octies; il provvedimento di diniego era legittimo, avendo la società rivenduto i motocicli in violazione del bando che prevedeva che i motocicli di nuova immatricolazione dovessero essere destinati all’uso di trasporto proprio; in relazione ad alcuni motocicli la società non aveva interesse, essendo il procedimento amministrativo ancora pendente.

La Regione Lombardia resiste con controricorso. La ricorrente ha presentato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il primo motivo denuncia violazione delle norme sul procedimento amministrativo (L. 7 agosto 1990, n. 241, artt. 1, 3 e 21 octies, L.R. Lombardia 1 febbraio 2012, n. 1, artt. 3, 7 e 39), art. 296 TFUE e art. 41, comma 2, lett. c), della Carta dei diritti fondamentali della UE e difetto di motivazione del provvedimento di diniego, essendo inapplicabile la L. n. 241 del 1990, art. 21 octies, anche perchè era tutt’altro che palese che il contenuto del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso.

Il secondo motivo, denunciando violazione delle norme sul procedimento amministrativo (L. n. 241 del 1990, artt. 10 bis e 21 octies, L.R. Lombardia n. 1 del 2012, artt. 3 e 39), lamenta che il provvedimento di diniego non era stato preceduto dalla comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento (“preavviso di rigetto”) della richiesta di erogazione del contributo.

Il terzo motivo denuncia violazione delle norme sul procedimento amministrativo (L. n. 241 del 1990, artt. 1 e 12, L.R. Lombardia n. 1 del 2012, artt. 3, 8 e 39) e dei principi in tema di imparzialità e affidamento, per avere il tribunale ritenuto che la rivendita dei motocicli comportasse automaticamente la perdita del contributo, in assenza di una specifica previsione del bando.

I suddetti motivi, da esaminare congiuntamente, sono infondati.

La sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione del principio secondo cui, a norma della L. n. 241 del 1990, art. 21 octies, l’annullabilità di un provvedimento amministrativo adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti è esclusa qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato, allorchè non soltanto la scelta dell’emanazione o meno dell’atto ma anche il suo contenuto siano rigidamente predisposti da una norma o da altro provvedimento sovraordinato, sicchè all’amministrazione non residui alcuna facoltà di scelta tra determinazioni diverse (cfr. Cass. SU n. 20680 del 2018 e n. 5445 del 2012).

Il principio, come rilevato dal tribunale, è applicabile anche nel caso di mancata comunicazione del preavviso di rigetto dell’istanza, in violazione dell’art. 10 bis della Legge del 1990 che dispone che prima della formale adozione di un provvedimento negativo l’amministrazione comunichi all’istante i motivi che ostano all’accoglimento della domanda (cfr. Cons. di Stato, sez. IV, n. 5192 e 5169 del 2009; sez. IV n. 1098 del 2008).

Nella specie, il contenuto vincolato del provvedimento negativo era conseguenza del fatto che nel corso dell’istruttoria i motocicli erano stati rivenduti a terzi, in violazione della espressa previsione del bando (art. 9) – suscettibile di verifica anche dopo l’erogazione (art. 11) – che disponeva che la destinazione dei motocicli di nuova immatricolazione era “esclusivamente riservata al trasporto di persone-uso proprio”, con la conseguenza che i motocicli dovevano essere intestati ai soggetti richiedenti gli incentivi.

La verifica in concreto della fondatezza del suddetto addebito involge una questione di fatto che è riservata al giudice di merito e insindacabile in questa sede.

In relazione a quattro degli undici motocicli per i quali il tribunale aveva rilevato il difetto di interesse ad agire, con il quarto motivo la ricorrente denuncia violazione delle norme sul procedimento amministrativo (L. n. 241 del 1990, art. 2, L.R. Lombardia n. 1 del 2012, artt. 3 e segg.) e dell’art. 100 c.p.c., deducendo che l’amministrazione aveva violato il dovere di concludere il procedimento nel termine di legge con un provvedimento espresso, con l’effetto di rigettare la sua istanza di riconoscimento dei contributi.

Il motivo in esame, da un lato, non censura la ratio decidendi della sentenza impugnata che ha rigettato la domanda per carenza di interesse e, dall’altro, si risolve in una doglianza non argomentata in ordine al rigetto dell’istanza, senza argomentazione delle ragioni critiche dirette a dimostrare l’illegittimità del capo di sentenza impugnato. Esso è dunque inammissibile.

Il ricorso è rigettato. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, liquidate in Euro 2200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

Dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 25 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 giugno 2020

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