Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11081 del 27/04/2021

Cassazione civile sez. III, 27/04/2021, (ud. 09/12/2020, dep. 27/04/2021), n.11081

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28173/2019 proposto da:

H.D., domiciliato ex lege in Roma, presso la cancelleria

della Corte di Cassazione rappresentato e difeso dall’avvocato PAOLA

CHIANDOTTO;

– ricorrenti –

e contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

lo rappresenta e difende;

– resistenti –

avverso il decreto del TRIBUNALE di TRIESTE, depositata il

04/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

09/12/2020 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. H.D., cittadino del (OMISSIS), chiese alla competente commissione territoriale il riconoscimento della protezione internazionale, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex artt. 7 e segg.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6 (nel testo applicabile ratione temporis).

2. A fondamento della sua istanza dedusse di aver lasciato il Pakistan sia a causa delle persecuzioni cui era sottoposto per motivi politici e sia perchè era stato testimone di un omicidio di una persona che si opponeva, come lui, al partito di maggioranza.

La Commissione Territoriale rigettò l’istanza.

Avverso tale provvedimento H.D. propose ricorso D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, ex art. 35, dinanzi il Tribunale di Trieste, che con ordinanza del 4 luglio 2019 rigettò il reclamo.

Il Tribunale ritenne:

a) il richiedente asilo non credibile;

b) infondata la domanda di protezione internazionale perchè il richiedente asilo non aveva dedotto a sostegno di essa alcun fatto di persecuzione;

c) infondata la domanda di protezione sussidiaria perchè nella regione di provenienza del richiedente asilo non era in atto un conflitto armato;

d) infondata la domanda di protezione umanitaria poichè l’istante non aveva ne allegato, ne provato, alcuna circostanza di fatto, diversa da quelle poste a fondamento delle domande di protezione “maggiore” (e ritenute inveritiere), di per se dimostrativa d’una situazione di vulnerabilità.

3. La sentenza è stata impugnata per cassazione da H.D. con ricorso fondato su un tre motivi.

Il Ministero dell’Interno non presenta difese.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4.1. Con il primo e secondo motivo il ricorrente lamenta la “violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 5,7,8,11 e 12 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”. Il Tribunale avrebbe errato laddove nel “rigettare il riconoscimento dello status di rifugiato politico richiesto dal ricorrente ha affermato che la vicenda, di evidente natura privata e patrimoniale, fuoriesce dai normali presupposti della protezione internazionale e ne va rimarcata la rilevante approssimazione che non è sintomatica di pericolo effettivo e attuale”. Il giudice del merito avrebbe quindi errato perchè non ha considerato che il ricorrente è stato un perseguitato politico e che non ha ricevuto adeguata protezione dalle autorità locali. Inoltre il tribunale di Trieste non ha preso in considerazione, pur essendone nel possesso, le informazioni fornite dal ricorrente dalle quali si evince che il Pakistan è caratterizzato da un quadro molto variegato per quanto riguarda la violazione dei diritti umani e, pertanto, non ha adempiuto al preciso obbligo di indagine in quanto non hanno richiesto una aggiornata informativa sull’attuale posizione politica in Pakistan.

I motivi congiuntamente esaminati per la stretta connessione sono infondati.

Il giudice del merito ha ritenuto infondata la domanda per il riconoscimento della protezione sussidiaria con una motivazione insindacabile in questa sede. Ha, difatti, ricondotto, con motivazione scevra da qualsivoglia vizio logico giuridico, il timore di rimpatrio ad un piano meramente privatistico. In merito poi alla condizione presente in Pakistan, il giudice del merito ha escluso la presenza di un conflitto armato o di violenza indiscriminata sulla base di rapporti Easo del 2017 (cfr. pag. 4 e 5 del decreto impugnato) e nel ricorso non sono stati allegate fonti recenti che contraddicono quelle indicate dal giudice.

4.2. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, “violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 8, commi 5 e 6”. Si duole della mancata considerazione, da parte dei giudici di merito, della documentazione riguardante sia l’integrazione in Italia del richiedente sia la situazione di forte vulnerabilità.

Il motivo è infondato.

La deduzione dell’avvenuto inserimento lavorativo nel nostro Paese del richiedente e da sola giuridicamente insufficiente ai fini del giudizio di comparazione per la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, in assenza di una situazione di vulnerabilità che, per quanto detto, deve dipendere dal rischio di subire nel Paese d’origine una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti fondamentali inviolabili. Nel caso di specie la situazione di vulnerabilità e stata dedotta nel ricorso con una affermazione apodittica (cfr. pag. 12 del ricorso).

5. Pertanto la Corte rigetta il ricorso.

5.1. Non è luogo a provvedere sulle spese del presente giudizio, attesa la indefensio della parte pubblica.

PQM

la Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 9 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 aprile 2021

 

 

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