Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11080 del 27/04/2021

Cassazione civile sez. III, 27/04/2021, (ud. 09/12/2020, dep. 27/04/2021), n.11080

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28133/2019 proposto da:

Z.D., domiciliato ex lege in Roma, presso la cancelleria

della Corte di Cassazione rappresentato e difeso dall’avvocato

ANTONIO ALMIENTO;

– ricorrenti –

e contro

COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE

INTERNAZIONALE FOGGIA;

– intimati –

e contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

lo rappresenta e difende;

– resistenti –

avverso il decreto del TRIBUNALE di BARI, depositata il 09/09/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

09/12/2020 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Z.D., cittadino del (OMISSIS), chiese alla competente commissione territoriale il riconoscimento della protezione internazionale, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex artt. 7 e segg.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6 (nel testo applicabile ratione temporis).

2. A fondamento della sua istanza dedusse di aver lasciato il Mali perchè mentre conduceva al pascolo il bestiame veniva catturato dai ribelli operanti nella zona. Riuscito a fuggire e temendo per la propria incolumità lasciava il paese alla volta dell’Algeria e passando dalla Libia giunse in Italia nel 2016.

La Commissione Territoriale rigettò l’istanza.

Avverso tale provvedimento Z.D. propose ricorso D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, ex art. art. 35, dinanzi il Tribunale di Bari che con decreto 4232/2019, del 9 settembre 2019, rigettò il reclamo.

Il Tribunale ha ritenuto:

a) il richiedente asilo non credibile;

b) infondata la domanda di protezione internazionale perchè il richiedente asilo non aveva dedotto a sostegno di essa alcun fatto di persecuzione;

c) infondata la domanda di protezione sussidiaria perchè nella regione di provenienza del richiedente asilo non era in atto un conflitto armato;

d) infondata la domanda di protezione umanitaria poichè l’istante non aveva ne allegato, ne provato, alcuna circostanza di fatto, diversa da quelle poste a fondamento delle domande di protezione “maggiore” (e ritenute inveritiere), di per se dimostrativa d’una situazione di vulnerabilità.

3. La pronuncia è stata impugnata per cassazione da Z.D. con ricorso fondato su cinque motivi.

Il Ministero dell’Interno non presenta difese.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4.1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la “violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, per omesso esame del ricorrente”. Il Tribunale di Bari avrebbe errato perchè, in difformità con gli orientamenti della Corte di legittimità, si è sottratto al dovere di cooperazione in considerazione del fatto che la video registrazione del colloquio non è avvenuta. Il giudice del merito avrebbe potuto, nell’udienza fissata ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, nuovamente ascoltare il ricorrente che avrebbe chiarito tutti quei punti e passaggi ritenuti oscuri o poco chiari dal Tribunale anche in considerazione della circostanza che l’audizione si è tenuta in lingua bambara e che, dal tenore delle risposte, non è da escludere che la traduzione sia stata tutt’altro che fedele e rispondente alle parole del ricorrente.

Il motivo è inammissibile per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6.

Il ricorrente non indica dove e quando avrebbe richiesto al giudice del merito la videoregistrazione del colloquio.

Comunque, il motivo sarebbe ugualmente infondato.

In relazione alla mancata audizione del richiedente asilo, può dirsi ormai consolidato, presso questa Corte, il principio secondo il quale, fermo l’obbligo di fissare, a pena di nullità, l’udienza di comparizione, “nel procedimento relativo ad una domanda di protezione internazionale, non è ravvisabile una violazione processuale sanzionabile a pena di nullità nell’omessa audizione personale del richiedente, atteso che il rinvio, contenuto nel D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35, comma 13, al precedente comma 10, che prevede l’obbligo di sentire le parti, non si configura come un incombente automatico e doveroso, ma come un diritto della parte di richiedere l’interrogatorio personale, cui si collega il potere officioso del giudice d’appello di valutarne la specifica rilevanza” (tra le tante conformi, Cass. n. 3003/2018 e Cass. 14600/2019).

Non ignora il collegio che, con la recente ordinanza n. 9228/2020, questa stessa Corte ha enunciato il diverso principio secondo cui “nel giudizio di impugnazione della decisione della Commissione territoriale innanzi all’autorità giudiziaria, in caso di mancanza della videoregistrazione del colloquio, il giudice deve necessariamente fissare l’udienza per la comparizione delle parti, configurandosi, in difetto, la nullità del decreto con il quale viene deciso il ricorso, per violazione del principio del contraddittorio. Tale interpretazione è resa evidente non solo dalla lettura, in combinato disposto, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, commi 10 ed 11, che distinguono, rispettivamente, i casi in cui il giudice può fissare discrezionalmente l’udienza, da quelli in cui egli deve necessariamente fissarla, ma anche dalla valutazione delle intenzioni del legislatore che ha previsto la videoregistrazione quale elemento centrale del procedimento, per consentire al giudice di valutare il colloquio con il richiedente in tutti i suoi risvolti, inclusi quelli non verbali, anche in ragione della natura camerale non partecipata della fase giurisdizionale”.

La solidità ed il rigore delle argomentazioni poste a fondamento di tale principio, che si leggono nella parte motiva della poc’anzi richiamata ordinanza, non appaiono, peraltro, idonee, a giudizio del collegio, a modificare radicalmente il tradizionale orientamento della giurisprudenza di legittimità.

E’ pur vero che l’omessa audizione del richiedente asilo da parte dell’organo giurisdizionale trova il suo presupposto normativo, prima ancora che logico, nell’obbligo di videoregistrazione del suo interpello dinanzi alla Commissione territoriale; ma è parimenti ius receptum presso questa Corte, anche alla luce degli insegnamenti della giurisprudenza sovranazionale, quello secondo cui tale obbligo (ove non adempiuto) non si pone come necessariamente speculare a quello dell’audizione dinanzi al Tribunale e/o alla Corte di appello investiti del ricorso, qualora il contenuto del verbale formato dinanzi alla Commissione territoriale appaia completo ed esaustivo di tutti gli aspetti della vicenda personale narrata dal ricorrente.

Ne consegue che il principio tradizionale, cui il collegio intende dare continuità, deve essere in parte qua specificato nel senso che, al fine di ritenere legittimamente predicabile un vero e proprio obbligo di audizione da parte del giudice, è necessario che, in sede di udienza di comparizione ovvero attraverso gli scritti difensivi tempestivamente depositati, il richiedente asilo, oltre ad allegare le circostanze che intende riferire all’organo giurisdizionale, evidenzi specificamente i motivi per i quali la nuova audizione di renderebbe necessaria (motivi quali la non corretta traduzione delle dichiarazioni da parte dell’interprete, la necessità di fornire chiarimenti indispensabili al fine di dar conto delle apparenti contraddizioni emerse in sede di audizione e poste a fondamento del provvedimento di rigetto dell’istanza da parte della Commissione territoriale, l’omissione di fatti decisivi al fine di valutare la credibilità del racconto, l’omessa formulazione, da parte dei componenti della Commissione, di domande altrettanto decisive perchè funzionali ad una miglior comprensione e valutazione del contenuto dell’audizione stessa).

Nella specie, il Tribunale ha correttamente, sulla base della valutazione delle dichiarazioni rese dal richiedete in sede amministrativa e del contenuto degli atti dove non sono stati allegati fatti per cui si rendeva necessario l’audizione del ricorrente, ha ritenuto non procedere ad una nuova audizione.

4.2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la “nullità del decreto e/o del procedimento, per violazione del combinato disposto del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e D.Lgs n. 25 del 2008, art. 8, per omesso esame del ricorrente” per aver sopravvalutato alcune imprecisioni nel racconto del ricorrente in commissione. Mancata applicazione del principio del cosiddetto onere probatorio attenuato.

4.3. Con il terzo motivo censura la “violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 9, per avere valutato la domanda di protezione sussidiaria in base a generiche informazioni sulla situazione interna del paese di provenienza del ricorrente, senza considerazione completa delle prove disponibili e senza corretto esercizio dei poteri officiosi.

Il secondo e terzo motivo data la stretta connessione possono essere congiuntamente esaminati e sono infondati.

Indubbiamente il principio secondo il quale le dichiarazioni del richiedente giudicate inattendibili non richiedano, comunque, un approfondimento istruttorio officioso va, opportunamente precisato e circoscritto, nel senso che ciò vale per il racconto che concerne la vicenda personale del richiedente ai fini dell’accertamento dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, ovvero dell’accertamento dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), qualora la mancanza di tali presupposti emerga ex actis. Di converso, il dovere del giudice di cooperazione istruttoria, una volta assolto da parte del richiedente la protezione il proprio onere di allegazione, sussiste sempre, anche in presenza di una narrazione dei fatti attinenti alla vicenda personale inattendibile e comunque non credibile, in relazione alla fattispecie contemplata dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), (Cass. 2954/2020; Sez. 1, 3016/2019).

Nella specie risulta accertato che, nella regione di provenienza dell’odierno ricorrente, non sussiste una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato. Infatti sulla base delle informazioni estrapolate dal portale (OMISSIS), dai rapporti di Amnesty International 2017/2018, da UNHCR 2017 non può apprezzarsi alcun rischio di potenziale esposizione a violenza indiscriminata e diffusa tale da giustificare il riconoscimento della protezione sussidiaria (cfr. pag. 3 decreto impugnato). Nè nel ricorso sono state allegate fonti recenti che contraddicono quelle indicate dal giudice.

4.4. Con il quarto e quinto motivo lamenta il ricorrente la “violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, anche in relazione alle previsioni di cui al D.P.R. n. 349 del 1999, art. 28, comma 1, alla L. n. 110 del 2017, agli artt. 10 Cost. e Cedu, rilevante ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 (Il Tribunale ha errato a non applicare al ricorrente la protezione, non potendo essere rifiutato il permesso di soggiorno allo straniero, qualora ricorrano seri motivi di carattere umanitario, nonchè essendo vietata l’espulsione dello straniero che possa essere perseguitato nel suo paese d’origine o che li possa correre gravi rischi)”. Denuncia anche la mancata valutazione della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria.

I motivi congiuntamente esaminati per la stretta connessione sono infondati.

“Il giudizio di bilanciamento funzionale al riconoscimento della protezione umanitaria, come cristallinamente scolpito dalle sezioni unite della Corte di legittimità, che ne sottolineano il rilievo centrale, ha testualmente ad oggetto la valutazione comparativa tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro Paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese di origine, sub specie della mancata tutela, in loco, del nucleo essenziale dei diritti fondamentali della persona”.

Nel caso di specie il giudice del merito ha valutato sia l’integrazione sia la situazione di vulnerabilità del richiedente asilo comparando la situazione oggettiva del Paese di rimpatrio ed ha ritenuto non meritevoli di considerazione ai fini della protezione umanitaria.

5. Pertanto la Corte rigetta il ricorso.

5.1. Non è luogo a provvedere sulle spese del presente giudizio, attesa la indefensio della parte pubblica

PQM

la Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 9 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 aprile 2021

 

 

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