Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11078 del 27/04/2021

Cassazione civile sez. III, 27/04/2021, (ud. 09/12/2020, dep. 27/04/2021), n.11078

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 29441/19 proposto da:

A.O., elettivamente domiciliato a Porto Tolle, v. Giacomo

Matteotti n. 142/A, difeso dall’avvocato Pierfrancesco Ruzza, in

virtù di procura speciale apposta in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno;

– intimato –

avverso il decreto del Tribunale di Venezia 3.9.2019 n. 7040;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 9

dicembre 2020 dal Consigliere relatore Dott. Marco Rossetti.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. A.O., cittadino (OMISSIS), chiese alla competente commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato politico, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex artt. 7 e segg.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6 (nel testo applicabile ratione temporis).

A fondamento della domanda dedusse di avere lasciato il proprio Paese in quanto, appartenendo ad una organizzazione di volontari ausiliari della polizia, aveva fatto arrestare 10 appartenenti ad una associazione criminale denominata (OMISSIS). Gli altri membri del gruppo criminale, per vendetta, avevano commesso gravissimi atti di violenza nei confronti dei suoi familiari e dei suoi beni, e lo avevano minacciato di morte. Per sfuggire a tali minacce l’odierno ricorrente si risolse dunque a lasciare il proprio paese.

La Commissione Territoriale rigettò l’istanza.

2. Avverso tale provvedimento A.O. propose, ai sensi del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35 bis, ricorso dinanzi alla sezione specializzata, di cui al D.L. 17 febbraio 2017, n. 13, art. 1, comma 1, del Tribunale di Venezia, che la rigettò con decreto 3.9.2019.

Il Tribunale ritenne che:

-) lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), non potessero essere concessi perchè il racconto del richiedente era inattendibile;

-) la protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), non potesse essere concessa, perchè nel Paese di provenienza del richiedente non esisteva una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato;

-) la protezione umanitaria di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, non potesse essere concessa in quanto il richiedente non aveva “fornito elementi dei quali desumere l’esistenza di una situazione di vulnerabilità e che consentano il giudizio comparativo tra la sua condizione in Italia la condizione che avrebbe nel paese di origine”.

3. Tale decreto è stato impugnato per cassazione da A.O. con ricorso fondato su quattro motivi.

Il Ministero dell’Interno non si è difeso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Col primo motivo il ricorrente investe il decreto impugnato nella parte in cui ha ritenuto non credibile la storia da lui riferita.

Sostiene che il Tribunale avrebbe violato il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3.

Il ricorrente censura la valutazione del Tribunale contrapponendo ad

essa le seguenti deduzioni:

-) non vi fu contraddizione nel riferire le tante degli avvenimenti, perchè la diversità di data fu “frutto di errore dell’interprete”;

-) ha sbagliato il Tribunale a ritenere che la polizia nigeriana si affidi a gruppi di volontari, perchè la circostanza risulta “dalla letteratura in materia”;

-) ha sbagliato il Tribunale a ritenere implausibile che i membri dell’associazione criminale (OMISSIS) si fossero recati a casa di un ausiliario della polizia per consumare la propria vendetta, perchè tale circostanza doveva invece ritenersi “normale e logica”;

-) avrebbe sbagliato il Tribunale a dare rilievo all’assenza “di prova documentale” dell’accaduto, in quanto “il ricorrente sta contattando il proprio padre per avere prova documentale di ciò da parte della polizia” (!);

-) ha sbagliato il Tribunale a ritenere che l’odierno ricorrente, in quanto ausiliario della polizia, avrebbe comunque potuto ricevere protezione da parte di questa, in quanto “la polizia nigeriana non è in grado di difendere i suoi membri dai (OMISSIS)”.

1.1. Il motivo è inammissibile.

Esso infatti, lungi dall’indicare per quali ragioni sarebbe stato violato il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, nella sostanza contrappone alle valutazioni di merito del Tribunale altrettante valutazioni di merito, tali essendo tutte quelle sopra riassunte.

2. Col secondo motivo il ricorrente impugna il decreto del Tribunale nella parte in cui ha rigettato la sua domanda di protezione sussidiaria per l’ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b).

Sostiene che nella specie ricorrevano tutti i presupposti della persecuzione, per come previsti dalla norma appena indicata.

Deduce che “la prossimità semiotico-normativa ingenerata dalle previsioni sulla protezione sussidiaria e dalle esigenze conoscitive connesse a una sua appropriata applicazione non unificano solo spazi fisici”.

Sostiene che avrebbe errato il Tribunale nel decidere la domanda di protezione sussidiaria limitandosi “ad eseguire controlli sul Web”; deduce che sarebbe stata invece necessaria “un’opera di traduzione interculturale da condurre tramite il supporto di indagine antropologiche all’interno dell’ambito sociale comunicativo bengalese”.

2.1. Il motivo è inammissibile, per estraneità alla ratio decidendi.

Il Tribunale ha ritenuto non credibile la vicenda narrata dal richiedente, e di conseguenza non sussistente il pericolo di condanna a morte, tortura, trattamenti inumani o degradanti.

Dunque il Tribunale non può aver violato il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), per la semplice ragione che di quella norma non ha fatto applicazione; nè, una volta esclusa l’attendibilità del ricorrente, doveva farla.

3. Col terzo motivo il ricorrente impugna il rigetto della domanda di protezione sussidiaria per l’ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c).

Sostiene che il Tribunale avrebbe violato il dovere di cooperazione istruttoria.

3.1. Il motivo è inammissibile per totale estraneità alla ratio decidendi. Il Tribunale ha dedicato ampio spazio a spiegare le ragioni per le quali in Nigeria la guerra non c’è, indicando fonti non solo attendibili, ma anche molto aggiornate. Da tali valutazioni il ricorrente prescinde del tutto.

4. Col quarto motivo il ricorrente impugna il decreto del Tribunale nella parte in cui ha rigettato l’istanza di rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Il motivo è così strutturato:

-) da p. 29 a p. 31 è trascritto un brano del decreto impugnato e si affermano alcuni principi generali in materia di protezione umanitaria;

-) a p. 31-32 si assume che il Tribunale non ha correttamente valutato la situazione di integrazione sociale raggiunta dal ricorrente in Italia, nè tenuto conto della generale ed effettiva compromissione dei diritti umani in Nigeria;

-) da p. 32 a p. 37 è pressochè integralmente ricopiata la motivazione di Cass. 4455/18;

-) a p. 37 il ricorrente afferma di essersi “pienamente integrato” in Italia perchè lavora come bracciante;

-) da p. 37 a p. 39 trascrive i brani di alcune decisioni di merito.

4.1. Il motivo è inammissibile ex art. 366 c.p.c., n. 4, per mancanza di una motivazione che non sia solo apparente.

Come s’è visto, infatti, il ricorrente nelle dodici pagine in cui si estende il quarto motivo di ricorso non ha fatto altro che trascrivere:

– un passo del decreto impugnato;

– la motivazione di Cass. 4455/18;

– due decisioni del Tribunale di Genova.

Solo a p. 31, con formula sintetica, il ricorrente scrive: “il giudicante di primo grado non ha tenuto conto del contesto generale di compromissione dei diritti umani che caratterizza suo paese d’origine”. Un motivo così concepito è inammissibile in subiecta materia per due diverse ragioni.

4.2. La prima ragione è processuale: ed è che colui il quale invochi, a fondamento della domanda di protezione umanitaria, il rischio di lesione di diritti fondamentali in caso di rimpatrio, “è tenuto ad allegare quantomeno i fatti che sottendono tale rischio, senza che possa ritenersi sufficiente” il richiamo ad espressioni che, “per la loro vaghezza, non sono idonee a definire una vera e propria situazione di privazione dei diritti umani” (così Sez. 1 -, Ordinanza n. 18808 del 10/09/2020, Rv. 658817 – 01).

Il giudice di merito, pertanto, quando sia investito da una domanda di rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari in tanto è tenuto ad esercitare i poteri istruttori ufficiosi a lui conferiti, in quanto “il richiedente indichi i fatti costitutivi del diritto azionato, e cioè fornisca elementi idonei a far desumere che il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani al di sotto del nucleo ineliminabile (…) (Sez. 1 -, Ordinanza n. 13573 del 02/07/2020, Rv. 658090 – 01).

Per contro, “la mancata allegazione da parte del ricorrente di elementi idonei a far supporre che il rimpatrio possa esporlo alla privazione della titolarità o dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, consente di escludere (…) la sussistenza del dedotto inadempimento del dovere di cooperazione istruttoria previsto dal D.Lgs. n. 28 del 2005, art. 8, comma 3 e del principio del beneficio del dubbio emergente dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, i quali presuppongono una puntuale allegazione da parte del richiedente dei fatti costitutivi del diritto azionato” (Sez. 1, Ordinanza n. 22102 del 13.10.2020).

I suddetti principi sono stati affermati e ribaditi da una pletora di decisioni di questa Corte, dalle quali il ricorrente prescinde del tutto (ex permultis, Sez. L, Ordinanza n. 24781 del 5.11.2020; Sez. 3, Ordinanza n. 24463 del 3.11.2020; Sez. 3, Ordinanza n. 24446 del 3.11.2020; Sez. 3, Ordinanza n. 24445 del 3.11.2020; Sez. 3, Ordinanza n. 24444 del 3.11.2020; Sez. 3, Ordinanza n. 24442 del 3.11.2020; Sez. 3, Ordinanza n. 24257 del 2.11.2020 Sez. 1, Ordinanza n. 22101 del 13.10.2020; Sez. 1, Ordinanza n. 22100 del 13.10.2020; Sez. 1, Ordinanza n. 21927 del 9.10.2020; Sez. 1, Ordinanza n. 21926 del 9.10.2020; Sez. 1, Ordinanza n. 21925 del 9.10.2020; Sez. 1, Ordinanza n. 21923 del 9.10.2020; Sez. 1, Ordinanza n. 21922 del 9.10.2020; Sez. 1, Ordinanza n. 21921 del 9.10.2020; Sez. 1, Ordinanza n. 18819 del 10.9.2020; Sez. 1, Ordinanza n. 18816 del 10.9.2020).

4.3. La seconda ragione di inammissibilità è sostanziale, e discende dal rilievo che la protezione umanitaria, anche quando sia invocata sul presupposto di una violazione sistematica grave dei diritti umani, “deve necessariamente correlarsi alla vicenda personale del richiedente, perchè altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo paese d’origine in termini del tutto generali, in contrasto col parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6” (così la Cass. 4455/18, in motivazione).

Se dunque la domanda di rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari deve “necessariamente correlarsi alla vicenda personale del richiedente”, è necessario che questi deduca quali siano i diritti fondamentali alla cui violazione egli sarebbe esposto, nel caso di rimpatrio.

Deduzione che, nel ricorso oggi in esame, per quanto già detto manca del tutto.

5. Non occorre provvedere sulle spese del presente giudizio, non essendovi stata difesa delle parti intimate.

La circostanza che il ricorrente sia stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato esclude l’obbligo del pagamento, da parte sua, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), in virtù della prenotazione a debito prevista dal combinato disposto di cui agli artt. 11 e 131 del decreto sopra ricordato (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 9538 del 12/04/2017, Rv. 643826 – 01), salvo che la suddetta ammissione non sia stata ancora, o venisse in seguito, revocata dal giudice a ciò competente.

P.Q.M.

la Corte di Cassazione:

(-) dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 9 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 aprile 2021

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