Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11072 del 10/06/2020

Cassazione civile sez. I, 10/06/2020, (ud. 08/01/2020, dep. 10/06/2020), n.11072

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorso 24178/2015 proposto da:

Comune di Cotronei, in persona del legale rappresentante pro tempere,

elettivamente domiciliato in Roma, via Lattanzio, 66, presso lo

studio dell’avvocato Esposito Mario, che lo rappresenta e difende,

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

D.M.G.L.M., quale erede di D.M.M.,

elettivamente domiciliato in Roma, via Gian Giacomo Porro, 26,

presso lo studio dell’avvocato Guido Anastasio Pugliese, che lo

rappresenta e difende, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1146/2014 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 22/07/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

08/01/2020 dal Cons. Dott. DE MARZO GIUSEPPE

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CARDINO Alberto, che ha concluso per il rigetto;

udito l’Avvocato Rubens Esposito con delega scritta per il

ricorrente, che ha chiesto l’accoglimento;

udito l’Avvocato Giuseppe Cinti con delega scritta per il

controricorrente, che ha chiesto il rigetto.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza depositata il 22 luglio 2014 la Corte d’appello di Catanzaro, in parziale riforma della decisione di primo grado, ha condannato il Comune di Cotronei al risarcimento del danno provocato a D.M.M., a causa della irreversibile trasformazione di due porzioni di fondo di proprietà di quest’ultima, e al pagamento dell’indennità di occupazione legittima.

2. Per quanto ancora rileva, la Corte territoriale ha osservato: a) che le dichiarazioni rese rispettivamente, in data 24 aprile 1975, dai fratelli C.E. e L. e, in data 19 ottobre 1984, dalla D.M., coniuge ed erede del primo, non potevano essere considerate, secondo quanto richiesto dal Comune, come espressive di una donazione indiretta o di una dicatio ad patriam; b) che, in particolare, con la prima i fratelli C. avevano manifestato la disponibilità a cedere il fondo sul quale sarebbe stata successivamente realizzata l’attività di radicale trasformazione, a condizione che altra porzione del fondo di loro proprietà fosse stata esclusa da ogni occupazione; c) che, pertanto, dalla lettura della dichiarazione si comprendeva che la sua finalità era quella di concordare l’ubicazione delle porzioni del fondo dei dichiaranti da destinare all’intervento di edilizia residenziale pubblica previsto nel piano di fabbricazione e non anche quella di operare una cessione gratuita delle stesse; d) che, del pari, estranea a qualunque finalità di rinuncia era la seconda dichiarazione con la quale la D.M. confermava la volontà espressa dal marito, “in attesa che si formalizzi l’atto pubblico”.

3. Avverso tale sentenza il Comune di Cotronei ha proposto ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo, cui D.M.G.L.M., erede della D.M., ha resistito con controricorso. Il Comune di Cotronei ha depositato memoria, ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 769,1552,1332,1326,1350, 1362 c.c. e segg., artt. 2697,2699,2702,2727,2730 c.c., nonchè, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, violazione e falsa applicazione degli artt. 112,113,115,116 c.p.c., art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e ancora dell’art. 118 disp. att. c.p.c. e art. 111 Cost., comma 6 e infine, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5, omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio e difetto di motivazione. Rileva il Comune ricorrente: a) che dal tenore letterale della dichiarazione dei fratelli C. emergeva che gli stessi avevano ceduto al Comune i fondi ai quali avrebbero fatto riferimento i successivi decreti d’occupazione d’urgenza del 31 dicembre 1980 e del 4 novembre 1982 e sui quali si sarebbe svolta l’attività di edificazione, a fronte della sottrazione di altri terreni alla destinazione urbanistica di edilizia economica e popolare, successivamente disposta con Delib. Comunale 26 aprile 1975, n. 97; b) che, pertanto, tra C.E. e il Comune, con l’incontro della volontà negoziale, espressa dal primo con l’atto del 24 aprile 1975 e dal secondo con la Delib. n. 97 del 1975 e con i successivi comportamenti acquisitivi, si era perfezionata, in chiave permutativa, nel quadro dell’amministrazione concordata, un contratto traslativo a titolo non oneroso, redatto in forma scritta e connotato anche da profili di dicatio ad patriam, ma in sinallagmatica corrispondenza con altra utilità ricevuta dal cedente; c) che l’attribuzione e il vantaggio ricevuti dal C. erano poi stati confermati dall’erede di quest’ultimo, “che nulla perde del suo valore per il riferimento anodino ad un “atto pubblico” ancora da compiere”; d) che, in definitiva, ad onta delle qualificazioni giuridiche suggerite negli scritti difensivi, il Comune aveva, nella sostanza, opposto alla pretesa attorea l’avvenuta acquisizione dei terreni per effetto del sopra indicato negozio traslativo.

La doglianza è, nel suo complesso, infondata.

Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, in tema di ermeneutica contrattuale (le cui regole sono, in linea generale e nei limiti della compatibilità, applicabili per ogni negozio), l’accertamento della volontà delle parti si traduce in una indagine di fatto, affidata al giudice Ci merito e censurabile in sede di legittimità nella sola ipotesi di motivazione inadeguata ovvero di violazione di canoni legali di interpretazione contrattuale di cui agli artt. 1362 c.c. e segg.. Pertanto, al fine di far valere una violazione sotto i due richiamati profili, il ricorrente per cassazione deve non solo fare esplicito riferimento alle regole legali di interpretazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamente violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in quale modo e con quali considerazioni il giudice del merito si sia discostato dai canoni legali assunti come violati o se lo stesso li abbia applicati sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti, non essendo consentito il riesame del merito in sede di legittimità (v., ad es., Cass. 15 novembre 2017, n. 27136).

Ora, il ricorrente invoca, in termini generici i criteri letterale, logico e sistematico per criticare l’interpretazione della Corte territoriale, peraltro, prospettando una questione (quella del contratto di scambio anzichè di donazione indiretta o avente ad oggetto una dicatio ad patriam) assolutamente nuova.

E ciò senza dire che alla dichiarazione del C. farebbe da contraltare, secondo la prospettazione del Comune, una Delibera di variazione della destinazione urbanistico edilizia e non la manifestazione di volontà del rappresentante dell’ente.

Esclusa, alla stregua dei superiori rilievi, la stessa esistenza di una convenzione, neppure può essere valorizzata l’indicazione della D.M., che non cede ma dichiara che il bene è stato ceduto.

Infatti, quando, per l’esistenza di un determinato contratto, la legge richieda, a pena di nullità, la forma scritta, alla mancata produzione in giudizio del relativo documento non può supplire il deposito di una scrittura contenente la confessione della controparte in ordine alla pregressa stipulazione del contratto de quo, nemmeno se da essa risulti che quella stipulazione fu fatta per iscritto (Cass. 21 febbraio 2017, n. 4431).

2. In conseguenza, il ricorso va rigettato e il ricorrente condannato al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, alla luce del valore e della natura della causa nonchè delle questioni trattate.

PQM

Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 7.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 8 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 giugno 2020

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