Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11025 del 05/05/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 05/05/2017, (ud. 30/01/2017, dep.05/05/2017),  n. 11025

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ANTONIO Enrica – Presidente –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. DORONZO Adriana – rel. Consigliere –

Dott. RIVERSO Roberto – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 10996-2015 proposto da:

G.S., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

PIAZZA DEI CARRACCI 1, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE DI

SIMONE, rappresentato e difeso dall’avvocato SERGIO CILIEGI, giusta

delega in atti;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

L.G. FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA,

che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1291/2014 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 11/11/2014 R.G.N. 847/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

30/01/2017 dal Consigliere Dott. ADRIANA DORONZO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato CILIEGI SERGIO;

udito l’Avvocato SCANU CESIRA TERESINA per delega verbale Avvocato

MARESCA ARTURO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. G.S. è stato licenziato dalla Poste italiane S.p.A., di cui era dipendente con mansioni di portalettere in data 13/7/2009, all’esito di un procedimento disciplinare. Il licenziamento è stato intimato per giusta causa sulla base della contestazione che il lavoratore, assente dal lavoro per infortunio con la diagnosi di contusione – distorsione della muscolatura della gamba destra, aveva partecipato attivamente come istruttore di judo agli allenamenti degli iscritti al Corso.

2. Il lavoratore ha impugnato il licenziamento e ha convenuto dinanzi al Tribunale di Bologna la datrice di lavoro, chiedendo la declaratoria di illegittimità del licenziamento con tutte le conseguenze di legge. Il Tribunale ha accolto la domanda. Su appello della Poste italiane S.p.A., la Corte d’appello di Bologna, con sentenza pubblicata il giorno 11/11/2014, ha invece riformato la sentenza e rigettato la domanda del lavoratore. A fondamento del decisum la Corte territoriale ha ritenuto che le prove documentali e testimoniali acquisite in giudizio comprovavano che l’attività di istruttore svolta dal lavoratore presso una palestra non poteva dirsi passiva, ma aveva comportato la sollecitazione della muscolatura interessata dall’infortunio, così determinando un aggravamento della sua condizione patologica e, comunque, un rallentamento della guarigione. Conseguentemente, ha ritenuto che la condotta del lavoratore è in insanabile contrasto con l’obbligo, gravante sul lavoratore medesimo, di salvaguardare la propria salute in ragione dell’interesse del datore di lavoro ad una pronta ripresa della funzionalità del rapporto, con la prestazione lavorativa, oltre che contraria alle disposizioni della contrattazione collettiva (artt. 54, 55,56 e 57 CCNL).

3. Il G. ricorre per la cassazione della sentenza, sulla base di tre motivi, cui resiste con controricorso la Poste italiane S.p.A. Le parti depositano memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso il G. censura la sentenza per violazione dell’art. 111 Cost. e dell’art. 132 c.p.c., assumendo la inesistenza o l’apparenza o anche l’illogicità della motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. A sostegno del motivo deduce, sostanzialmente, che la Corte non aveva fatto applicazione di corretti principi scientifici relativi al funzionamento dell’apparato muscolare, ritenendo che i movimenti da lui compiuti durante le lezioni di judo (mantenimento della stazione eretta, accosciamento, adduzione della coscia) comportassero il coinvolgimento del bicipite femorale.

2. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la violazione delle stesse norme, cui aggiunge gli artt. 61 e 345 c.p.c. e lamenta l’erroneità della sentenza nella parte in cui la Corte aveva ritenuto di non disporre una consulenza tecnica d’ufficio senza motivare al riguardo.

3. Il terzo motivo ha ancora ad oggetto la violazione dell’art. 2697 c.c., e art. 61 c.p.c., ritenendo il ricorrente che la consulenza tecnica d’ufficio era indispensabile ai fini del giudizio.

4. I tre motivi si esaminano congiuntamente.

I motivi di ricorso incentrati sulla inesistenza o apparenza della motivazione sono del tutto infondati, dal momento che, come si desume dalla stessa parte narrativa della presente sentenza, la Corte ha rivalutato l’intero materiale probatorio esprimendo un giudizio esaustivo e ancorato a specifiche evidenze istruttorie. In particolare ha esaminato le prove testimoniali, specificando su quali di esse ha fondato il suo giudizio e spiegando altresì le ragioni per le quali ha ritenuto di non valorizzare le dichiarazioni rese da altro teste, ritenute isolate, non concordanti con le altre dichiarazioni e quindi inattendibili.

La sentenza è certamente esistente e non meramente apparente, perchè tale è una motivazione che non permetta di comprendere le ragioni e, quindi, le basi della sua genesi e l’iter logico seguito per pervenire da esse al risultato enunciato, sì che ne riesce integrata una sostanziale inosservanza dell’obbligo imposto al giudice dall’art. 132 c.p.c., n. 4, di esporre concisamente i motivi in fatto e diritto della decisione. Al contrario, nel caso di specie, il ragionamento della corte territoriale si snoda attraverso un compiuto procedimento enunciativo idoneo a spiegare il risultato cui si perviene sulla res decidendi. (Cass. 25/2/2014, n. 4448).

4.1 – Va qui richiamato il principio espresso dalle Sezioni unite di questa Corte, secondo cui la “mancanza della motivazione” con riferimento al requisito della sentenza di cui all’art. 132 c.p.c., n. 4, si configura quando la motivazione “manchi del tutto, nel senso che alla premessa dell’oggetto del decidere risultante dallo svolgimento del processo segue l’enunciazione della decisione senza alcuna argomentazione, ovvero quando essa formalmente esista come parte del documento, ma le sue argomentazioni siano svolte in modo talmente contraddittorio o da non permettere di individuarla, cioè di riconoscerla come giustificazione del decisum” (Cass., Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053; Cass. 18/9/2009, n. 20112). Ipotesi queste che, per le ragioni suddette, non ricorrono nel caso di specie.

5. Il terzo motivo, quantunque prospettato sotto la specie della violazione di legge, denuncia in realtà un difetto di motivazione, in ordine alla mancata ammissione della consulenza tecnica d’ufficio sollecitata dalla parte e al rilievo che il giudice del merito ha dato ad argomenti che il ricorrente ritiene essere meramente presuntivi. In altri termini con il motivo in esame è genericamente criticata l’attività valutativa del giudice dell’appello.

5.1. Esso pertanto è inammissibile dovendosi rammentare che “In tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione. Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa” (cfr. al riguardo, ex plurimis: Cass., 26/3/2010, n. 7394). Ne consegue l’inammissibilità del motivo, del quale difettano gli elementi indispensabili per la sua riconducibilità al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3 (cfr. Cass. 8/3/2007, n. 5353; Cass. 19/1/2005, n. 1063; Cass. 6/4/2006, n. 8106).

5.2. Va peraltro rilevato che, nel caso in esame, trova applicazione il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come sostituito dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134, il quale prevede che la sentenza può essere impugnata per cassazione “per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”. A norma dell’art. 54, comma 3, del medesimo decreto, tale disposizione si applica alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione (pubblicata sulla G.U. n. 187 dell’11.8.2012). La sentenza gravata è stata depositata in cancelleria l’11/11/2014, sicchè trova applicazione ratione temporis la nuova disposizione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

5.3. Con la sentenza del 7 aprile 2014 n. 8053, le Sezioni Unite hanno chiarito, con riguardo ai limiti della denuncia di omesso esame di una quaestio facti, che il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, consente tale denuncia nei limiti dell’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

5.4. In proposito, è stato, altresì, affermato che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (sent. 8053/14 cit.).

6. Nel caso in esame, manca il “fatto storico” censurabile ex art. 360 c.p.c., n. 5, il quale non può identificarsi con il giudizio espresso dalla Corte territoriale circa la incompatibilità dell’attività fisica compiuta durante lo stato di malattia dal lavoratore con la lesione riportata e le probabilità di un rallentamento della guarigione, giudizio che la Corte territoriale ha adeguatamente e coerentemente espresso tenendo conto anche dei vari certificati medici prodotti dallo stesso ricorrente con i quali le prognosi di guarigione sono state via via prorogate, a conferma della gravità dell’infortunio e, comunque, dell’incidenza negativa sulla guarigione della attività fisica, sia pure di tipo moderato, svolta.

7. In definitiva, il ricorso deve essere rigettato e il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese del presente giudizio, in applicazione del principio della soccombenza.

Poichè il ricorso è stato notificato in data successiva al 31 gennaio 2013, sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in complessivi Euro 4.200, di cui Euro 4000,00 per compensi professionali, oltre al 15% di spese generali e altri accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 30 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 5 maggio 2017

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