Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11014 del 06/05/2010

Cassazione civile sez. I, 06/05/2010, (ud. 18/02/2010, dep. 06/05/2010), n.11014

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ADAMO Mario – Presidente –

Dott. FIORETTI Francesco Maria – rel. Consigliere –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. CULTRERA Maria Rosaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 8979-2005 proposto da:

ANNUNZIATA SALVATORE & C. S.N.C. (P.I. (OMISSIS)) in persona

dell’Amministratore Unico pro tempore, A.S.,

R.T., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA SALARIA 227,

presso l’avvocato IASONNA STEFANIA, rappresentati e difesi dagli

avvocati PROCACCINI ERNESTO, FERRARO ERMANNO, – 51 giusta procura a

margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

FALLIMENTO DELLA ANNUNZIATA SALVATORE & C. S.N.C. E DEI

SOCI

ILLIMITATAMENTE RESPONSABILI S.A., T.R.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 596/2005 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 03/03/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/02/2010 dal Consigliere Dott. FRANCESCO MARIA FIORETTI;

udito, per i ricorrenti, l’Avvocato DOMENICO VISONE, con delega, che

ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ABBRITTI Pietro che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione, notificato il 2 giugno 2002 al curatore del Fallimento della s.n.c. Annunziata Salvatore e C. e dei soci illimitatamente responsabili A.S. e R. T., detta società e detti soci proponevano opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento, pronunciata d’ufficio ex art. 162, L. Fall. dal Tribunale di Nola in data 22/30 marzo 2000, con la quale contestavano la sussistenza dei presupposti per la dichiarazione di fallimento e chiedevano, previa revoca della opposta sentenza, l’ammissione al concordato preventivo. Il Tribunale adito rigettava l’opposizione.

Tale sentenza veniva impugnata dalla società e dai soci illimitatamente responsabili dinanzi alla Corte d’Appello di Napoli, che, con sentenza del 19 gennaio-3 marzo 2005, rigettava il gravame.

Avverso detta sentenza la Annunziata Salvatore & C. ed i soci A.S. e T.R. hanno proposto ricorso per cassazione sulla base di due motivi illustrati con memoria.

L’intimato Fallimento non ha spiegato difese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo i ricorrenti denunciano violazione e falsa applicazione del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, artt. 5, 18, 147, 160, 161 e 162 (cd. Legge Fallimentare), degli artt. 2448 e segg., 2697, 2727 e 2730 c.c., degli artt. 99, 112, 116 e 184 c.p.c. e degli artt. 3 e 24 Cost. Italiana; omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione; omesso esame di punto decisivo della controversia; in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

Deducono i ricorrenti che il fallimento della società e dei soci sarebbe stato dichiarato omettendo qualsivoglia accertamento in ordine alla sussistenza, nella fattispecie in esame, dei presupposti per la apertura del fallimento.

Proponendo la istanza di concordato preventivo, gli attuali ricorrenti avevano manifestato la volontà di uscire dal mercato, ripianando ogni posizione debitoria con la cessione dei beni immobili di proprietà della società e dei soci, per cui la verifica dello stato di insolvenza non avrebbe potuto prescindere dall’esame di tale circostanza.

Una valutazione dello stato di insolvenza, che prescindesse dal verificare se i beni, oggetto della proposta di concordato, consentissero di realizzare il soddisfacimento dei creditori, sarebbe illegittima.

La corte di merito avrebbe omesso di effettuare, a mezzo di c.t.u., tale accertamento, quando da una relazione tecnica, depositata dai ricorrenti, risultava che il patrimonio immobiliare messo a disposizione per il soddisfacimento dei creditori era di valore nettamente superiore alle passività.

La Corte d’Appello, alla quale era stata denunciata tale omissione, avrebbe erroneamente affermato che lo stato di insolvenza fosse stato correttamente ritenuto, traendo conferma della insufficienza degli elementi conoscitivi offerti dagli attuali ricorrenti ai fini della previsione della misura del soddisfacimento delle ragioni creditorie, pur non avendo il primo giudice effettuato alcun accertamento di natura tecnico-estimativa in ordine alla situazione patrimoniale e finanziaria dei ricorrenti.

Sarebbe mancata, pertanto, una effettiva verifica della esistenza dei presupposti per la declaratoria di fallimento.

Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano violazione e falsa applicazione del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, artt. 5, 15, 147, 160, 161 e 162 (cd. Legge Fallimentare), degli artt. 2214 e 2261 e segg.

c.c., degli artt 99 e 112 c.p.c. e degli artt. 3, 24 e 111 Cost.

Italiana; omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione; omesso esame di punto decisivo della controversia; in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.. Deducono i ricorrenti che non sarebbero stati posti in condizione, pur essendo stata fissata e tenuta l’udienza di comparizione delle parti, di fornire chiarimenti in ordine alla sussistenza dei presupposti e della condizione legittimanti l’accesso alla procedura di concordato preventivo. I giudici di merito avrebbero, pertanto, violato la garanzia costituzionale di esercizio del diritto di difesa, non essendo stati i ricorrenti posti in grado di conoscere e contraddire, con adeguati mezzi, le ragioni che avevano portato alla declaratoria di inammissibilità della istanza di concordato preventivo. Avrebbero errato, ancora, i giudici di merito nel considerare, al fine di verificare la meritevolezza del concordato preventivo, la situazione debitoria risultante dallo stato passivo, essendo questa comprensiva anche dei debiti personali dei soci e, quindi, di debiti che esulavano dall’oggetto dell’attività commerciale svolta dalla società. Pertanto, detti giudici, nel ritenere inattendibili le scritture contabili societarie, illegittimamente e contraddittoriamente, avrebbero fatto riferimento a debiti chirografari accertati solo in sede di ammissione al passivo, estranei all’attività di impresa, perchè debiti personali dei soci illimitatamente responsabili, debiti questi che non potevano incidere, quindi, sulle vicende economiche della società. Il primo motivo è infondato.

L’art. 160, L. Fall., che detta le condizioni per l’ammissione alla procedura di concordato preventivo, dispone che il concordato preventivo può essere proposto ai creditori dall’imprenditore “che si trova in stato di insolvenza”. Il seguente art. 162 dispone che se non ricorrono le condizioni dettate dall’art. 160 “Il tribunale dichiara d’ufficio il fallimento del debitore”. Nè è soltanto quest’ultima la norma che prevede la possibilità di dichiarazione d’ufficio del fallimento del debitore, ma tale previsione è rinvenibile anche in ulteriori norme relative alla procedura di concordato preventivo e precisamente negli artt. 163, 173, 179, 181 e 186 L. Fall.. Da questo complesso di enorme si evince chiaramente che la procedura di concordato preventivo, che ha quale presupposto il medesimo presupposto del fallimento: lo stato di insolvenza del debitore, è procedura alternativa al fallimento.

Pertanto il debitore, che avanza un proposta di concordato preventivo, è consapevole che tale domanda, ove la soluzione concordataria non risulti praticabile, può avere quale esito la automatica dichiarazione del proprio fallimento. Inoltre, proponendo detta domanda, il debitore ammette – anche se questa sua ammissione non ha il valore di una confessione, ma può valere soltanto come elemento indiziario di valutazione – di trovarsi in stato di insolvenza.

In particolare, poi, l’art. 160, comma 1, n. 1, L. Fall., prevede, tra le condizioni per la ammissibilità del concordato, che l’imprenditore sia iscritto nel registro delle imprese da almeno un biennio o almeno dall’inizio della impresa, se questa ha avuto una minore durata, ed ha tenuto una regolare contabilità per la stessa durata.

Con riferimento al requisito della regolare contabilità questa Suprema Corte ha affermato costantemente il principio, secondo cui detto requisito deve essere inteso sia in senso formale che in senso sostanziale e che va, pertanto, escluso se la contabilità stessa non sai idonea alla chiara ricostruzione delle vicende economiche dell’impresa nell’ultimo biennio anteriore alla proposta di concordato (cfr. in tal senso cass. n. 2056 del 2000; cass. n. 2809 del 1988; cass. n. 3664 del 1984; cass. n. 3663 del 1984).

La mancanza di tale requisito comporta, ai sensi dell’art. 162 L. Fall., la declaratoria di inammissibilità della proposta di concordato e la dichiarazione d’ufficio del fallimento.

Fatte queste necessarie premesse in diritto, il collegio osserva che, nel caso di specie, la richiesta di concordato preventivo è stata effettuata offrendo ai creditori la cessione di tutti i beni esistenti nel patrimonio della società e che la proposta di concordato è stata dichiarata inammissibile, in considerazione del fatto che le scritture contabili, a causa della loro irregolare tenuta, non consentivano di reperire le informazioni idonee a ricostruire la gestione ed il giro di affari della impresa nell’ultimo biennio ai fini della valutazione della sufficienza dei beni al soddisfacimento delle ragioni creditorie. Conseguentemente alla ritenuta inammissibilità della proposta, il Tribunale ha dichiarato d’ufficio il fallimento della società ricorrente, unica alternativa ammissibile nel caso in cui il tribunale rilevi la inesistenza di una delle condizioni di ammissibilità del concordato.

La sussistenza dello stato di insolvenza, di cui la presentazione della proposta di concordato costituisce ammissione, è stata, poi, confermata, come risulta dalla sentenza impugnata, in sede di formazione dello stato passivo quando, a fronte delle passività esposte in sede di richiesta di ammissione al concordato preventivo, è emerso invece uno stato passivo di consistenza nettamente superiore, e, quindi, che le garanzie patrimoniali offerte non erano idonee a soddisfare, nei limiti indicati dalla legge, le ragioni creditorie.

La motivazione della sentenza impugnata appare, pertanto, del tutto ineccepibile atteso che appare adeguata, logica e giuridicamente corretta, avendo il giudice a quo applicato, nel valutare i fatti accertati, i principi di diritto sopra enunciati. Anche il secondo motivo è infondato.

Dalla sentenza impugnata risulta che il Tribunale, prima di pronunciarsi sulla proposta di concordato, ha ordinato la comparizione in camera di consiglio del rappresentante legale della società per l’esercizio del diritto di difesa, e tanto basta, non essendo previsto l’obbligo, una volta dichiarata la inammissibilità della proposta di concordato, di convocare nuovamente il debitore, prima di dichiararne d’ufficio il fallimento.

Con il motivo di ricorso si accenna ad una eccezione di legittimità costituzionale che non risulta, però, adeguatamente riproposta, per cui devesi ritenere inammissibile. Si deduce, ancora, con detto motivo che il giudice di merito avrebbe errato nel ritenere inattendibili le scritture contabili, avendo considerato anche i debiti personali dei soci, e, quindi, passività estranee alla contabilità della società.

Anche tale censura è inammissibile, mancando del requisito della autosufficienza, atteso che non viene offerto a questa Corte con il ricorso alcun elemento di riscontro che permetta di verificare la attendibilità e la rilevanza di quanto sostenuto dalla ricorrente.

Per quanto precede il ricorso deve essere respinto senza alcuna pronuncia sulle spese, non essendosi controparte difesa in questa fase del giudizio.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 18 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 6 maggio 2010

 

 

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