Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11012 del 06/05/2010

Cassazione civile sez. I, 06/05/2010, (ud. 18/02/2010, dep. 06/05/2010), n.11012

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ADAMO Mario – Presidente –

Dott. FIORETTI Francesco Maria – rel. Consigliere –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. CULTRERA Maria Rosaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 8247-2005 proposto da:

AERIMPIANTI MERIDIONALI CRISTIANI DI CRISTIANI MARIO CARMINE &

C.

S.N.C. (C.F. (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro

tempore, C.M.C. in proprio (C.F.

(OMISSIS)), C.P. (C.F. (OMISSIS)),

C.G. (C.F. (OMISSIS)), domiciliati in ROMA,

PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA CIVILE DELLA CORTE DI

CASSAZIONE, rappresentati e difesi dall’avvocato PREZIOSI CLAUDIO,

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

A.D., VE.RI.CO. S.R.L., O.M.T. OFFICINA MECCANICA

TARTARINI S.P.A.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 3086/2004 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 03/11/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/02/2010 dal Consigliere Dott. FRANCESCO MARIA FIORETTI;

udito, per i ricorrenti, l’Avvocato CLAUDIO PREZIOSI che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ABBRITTI Pietro che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 17.2.2000, il Tribunale di Nola dichiarò il fallimento della Aerimpianti Meridionali Cristiani di Cristiani Mario Carmine & C. s.n.c., nonchè dei soci illimitatamente responsabili C.M.C., C.P. e C. G..

Avverso detta sentenza la società ed i soci proposero opposizione, che, però, fu respinta. Tale sentenza venne impugnata dinanzi alla Corte d’Appello di Napoli, che con sentenza del 26 ottobre – 4 novembre 2004 respinse il gravame.

Avverso detta sentenza Aerimpianti Meridionali Cristiani di Cristiani Mario Carmine e C. s.n.c., nonchè i soci C.M.C., C.P. e C.G. hanno proposto ricorso per cassazione sulla base di un unico motivo. Gli intimati curatela del Fallimento, soc. VE.RI.CO. s.r.l., soc. O.M.T. Officina Meccanica Tartarini s.p.a. non hanno spiegato difese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con l’unico motivo di ricorso i ricorrenti denunciano violazione e falsa applicazione dell’art. 5, L. Fall., art. 2697 e segg. c.c., art. 116 c.p.c. in relazione al disposto dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4. Omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa punti decisivi della controversia, ovvero insufficiente ricostruzione della fattispecie, in relazione al disposto dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Deducono i ricorrenti che la società dichiarata fallita non versava in una crisi irreversibile, ma si trovava esclusivamente in una situazione di temporanea difficoltà di adempiere le proprie obbligazioni, come si sarebbe dovuto arguire dal fatto che l’impresa non era gravata da pendenze fiscali e previdenziali, non aveva perduto il proprio merito creditizio, atteso che non vi erano state istanze di fallimento proposte da banche. Ulteriore riprova di tale assunto sarebbe data dal fatto che l’intera posizione debitoria era stata ripianata in meno di un anno dalla dichiarazione di fallimento.

La prospettiva del recupero della solvibilità non risulterebbe dalla sentenza impugnata minimamente indagata.

Sarebbe, inoltre, incongrua la pretesa di desumere lo stato di insolvenza della società summenzionata dall’avvenuto trasferimento, in prossimità della dichiarazione di fallimento, della sede legale o dalla circostanza del deposito di un certo numero di istanze di insinuazione al passivo a fallimento dichiarato, atteso che nessuno dei creditori insinuati aveva intentato azioni prima della dichiarazione di fallimento. Sarebbe, altresì, censurabile l’avere desunto lo stato di insolvenza dalla circostanza che le risorse utilizzate per ripianare le passività fossero state ricavate dalla liquidazione di beni di appartenenza dei soci ovvero da finanziamenti reperiti presso familiari o terzi, evidenziando la anormalità degli strumenti impiegati, senza avere indicato gli elementi che potessero far ritenere anormali tali interventi.

In definitiva la Corte territoriale sarebbe incorsa nel vizio di incompleta ricostruzione della fattispecie, posto che non risulterebbe minimamente indagata la consistenza patrimoniale della soc. Aerimpianti e dei suoi soci, non essendo stata esaminata la documentazione in atti ed in particolare la relazione del curatore, che avrebbe fornito utili indicazioni sul punto.

Il ricorso è infondato.

Secondo l’orientamento consolidato di questa Suprema Corte di Cassazione la temporanea difficoltà di adempiere le proprie obbligazioni e lo stato di insolvenza costituiscono due gradazioni del medesimo fenomeno economico: la crisi dell’impresa, con l’unica differenza costituita dal fatto che nel primo caso la crisi si presenta come reversibile, nel secondo come irreversibile e definitiva. Se la crisi sia superabile oppure no costituisce un accertamento di fatto riservato al giudice di merito ed incensurabile in sede di legittimità, qualora la sentenza sia adeguatamente e coerentemente motivata. Nel caso che ne occupa il giudice di merito è pervenuto al convincimento della irreversibilità della crisi dell’impresa summenzionata, dopo aver proceduto alla valutazione di tutte le circostanze emergenti da tutto il materiale sottoposto al suo vaglio costituito dal fascicolo del fallimento, dalla relazione del curatore e dalle allegazioni della curatela fallimentare. In base a detto materiale probatorio ha accertato che la Aerimpianti non era stata in grado di adempiere le obbligazioni maturate nel 1997 e nel 1998, che non era stata neppure in condizione di rispettare i concordati piani di rientro dell’esposizione debitoria nella misura di quaranta milioni nei confronti della VE.RI.CO., venti milioni nei confronti della O.M.T. e di sessanta milioni con la Venticlima, che furono presentate ben trentadue domande di insinuazione al passivo, tra le quali quelle di istituti bancari e dell’INAIL. Alla stregua di questa situazione debitoria il giudice di merito ha ritenuto che la chiusura del fallimento in poco meno di un anno per mancanza di passivo con il ricorso alla vendita di beni di famiglia o a finanziamenti di familiari o di terzi intervenuto dopo la dichiarazione di fallimento, anzi che deporre per la reversibilità della crisi dell’impresa, costituiva ulteriore dimostrazione della impossibilità della impresa, prima della dichiarazione del fallimento, di far fronte alle obbligazioni assunte e quindi di una crisi irreversibile (posto che l’insolvenza deve essere accertata con riferimento alla situazione in atto alla data della dichiarazione di fallimento) e definitiva.

Tale motivazione appare adeguata, logica ed immune da vizi giuridici, per cui il ricorso deve essere respinto senza alcuna pronuncia sulle spese, non essendosi gli intimati difesi in questa fase del giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 18 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 6 maggio 2010

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