Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11002 del 09/06/2020

Cassazione civile sez. lav., 09/06/2020, (ud. 16/01/2020, dep. 09/06/2020), n.11002

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18678/2017 proposto da:

ABBANOA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PAOLA FALCONIERI, 100, presso

lo studio dell’avvocato PAOLA FIECCHI, rappresentata e difesa

dall’avvocato GIUSEPPE MACCIOTTA;

– ricorrente –

contro

P.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIUNIO

BAZZONI 1, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO ASCIANO, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati ANNA INGIANNI,

GIOVANNI MARIA LAURO e CECILIA SAVONA;

REGIONE AUTONOMA SARDEGNA, in persona del Presidente pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUCULLO, 24, presso Ufficio

legale dell’Ente, rappresentata e difesa dagli avvocati ALESSANDRA

CAMBA e ANDREA SECCHI;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 452/2016 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,

depositata il 27/01/2017, R.G.N. 384/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/01/2020 dal Consigliere Dott. ADRIANO PIERGIOVANNI PATTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CIMMINO Alessandro, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato PAOLA FIECCHI per delega verbale avvocato GIUSEPPE

MACCIOTTA;

udito l’Avvocato CECILIA SAVONA;

udito l’Avvocato ANDREA SECCHI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza in data 27 gennaio 2017, la Corte d’appello di Cagliari rigettava l’appello proposto da Abbanoa s.p.a. avverso la sentenza di primo grado, che l’aveva condannata al pagamento, a titolo di incentivo a norma della L. n. 9 del 1994, art. 18 (legge quadro in materia di lavori pubblici): in via solidale ai sensi dell’art. 2112 c.c., con la Regione Sardegna (subentrata nei rapporti giuridici di Esaf, ai sensi della L.R. n. 4 del 2006, art. 21, comma 5), della somma di Euro 926,35 oltre accessori di legge, per i lavori eseguiti da P.F. quale dipendente dell’Ente Sardo Acquedotti e Fognature (Esaf) fino alla data di cessione del ramo d’azienda alla prima società; in via esclusiva, della somma di Euro 2.885,97, oltre accessori di legge, per i lavori eseguiti dal predetto in epoca successiva.

A motivo della decisione, la Corte territoriale riteneva la responsabilità di Abbanoa s.p.a., ai sensi dell’art. 2112 c.c., quale incorporante per atto di fusione 22 dicembre 2005 di Esaf s.p.a., cessionaria da Esaf del ramo d’azienda relativo alla gestione del servizio idrico integrato, per ogni voce del trattamento retributivo percepito dal cedente, compreso il compenso incentivante richiesto; così escluso il prospettato difetto di legittimazione passiva della predetta società in ordine a tutti i crediti maturati alle dipendenze di Esaf.

Inoltre, neppure poteva esserne negata la legittimazione per i crediti del lavoratore riguardanti l’intervento presso i collettori fognari (asseritamente sorti il 3 agosto 2006), in applicazione di una disciplina normativa (Regolamento per la ripartizione del fondo interno approvato con Delib. Esaf 20 luglio 2000, n. 24, non più vigente all’epoca di insorgenza del credito) di natura privatistica, relativa in particolare ai crediti accessori, cui non erano pertinenti le categorie giuridiche dell’illegittimità derivata e della disapplicazione (invece proprie degli atti di normazione secondaria o espressione di pubbliche potestà): atto, in ogni caso, riconosciuto valido sia dal responsabile del procedimento (ex Esaf), autore della liquidazione, sia dal destinatario dell’obbligo di fare condizionante la detta liquidazione, recepita da Abbanoa s.p.a. il 4 agosto 2006.

Infine, la Corte sarda negava alla società la legittimazione di sindacare nè la validità, nè l’applicabilità alla fattispecie del Regolamento per la ripartizione del fondo interno in merito alla distribuzione degli incentivi, siccome atto interno a Esaf, rilevante quale mero fatto nei confronti della prima.

Avverso tale sentenza la società, con atto notificato il 27 e 28 luglio 2017, ricorreva per cassazione con tre motivi, cui resistevano il lavoratore e la Regione Autonoma della Sardegna con distinti controricorsi e memorie ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, la società ricorrente deduce violazione o falsa applicazione dell’art. 2112 c.c., L. n. 109 del 1994, artt. 2,18, 19, per erronea condanna in via esclusiva di Abbanoa s.p.a. al pagamento di Euro 2.885,97 per crediti esigibili dopo il 18 luglio 2005 (per attività svolte da P.F. in opere pubbliche di “adeguamento di alcune sezioni di trattamento dell’impianto di depurazione di (OMISSIS)”, per interventi di “risanamento ambientale mediante realizzazione di un impianto di depurazione centralizzato e relativi collettori fognari nei Comuni di Barisardo, Loceri, Cardedu e relative zone a mare” e di risanamento degli stagni di (OMISSIS), del tratto vallivo e montano del (OMISSIS) e del tratto vallivo del fiume Tirso, mediante realizzazione di nuove opere fognario-depurative del completamento di opere esistenti. Comparto 2), riguardanti opere ricevute in carico in forza dell’atto di conferimento di ramo d’azienda da Esaf a Esaf s.p.a. del 18 luglio 2005, del contratto di service tra le stesse parti del 1 dicembre 2005 e dell’atto di fusione di Esaf s.p.a. in Abbanoa s.p.a. del 22 dicembre 2005, in particolare risultando l’esclusione del compenso accessorio aggiuntivo ed incentivante (stabilito dalla L. n. 109 del 1994, art. 18 e riconosciuto al lavoratore), a norma dell’art. 2, comma 2, lett. b) L. cit. “… alle società con capitale pubblico, in misura anche non prevalente, che abbiano ad oggetto della propria attività la produzione di beni o servizi non destinati ad essere collocati sul mercato in regime di libera concorrenza”, quali appunto la società ricorrente e l’attività dalla stessa realizzata.

1.1. Esso è inammissibile.

1.2. In via di premessa, la Corte isolana ha correttamente ritenuto la responsabilità della società, incorporante la cessionaria del ramo di azienda cui era addetto il lavoratore rivendicante il compenso incentivante a norma della L. n. 109 del 1994, art. 18, in applicazione dell’art. 2112 c.c.. Esso prevede, infatti, la solidarietà tra cedente e cessionario per i crediti vantati dal lavoratore al momento del trasferimento d’azienda, a prescindere dalla conoscenza o conoscibilità degli stessi da parte del cessionario, sul presupposto di vigenza del rapporto di lavoro al momento del trasferimento d’azienda (Cass. 29 marzo 2010, n. 7517; Cass. 6 marzo 2015, n. 4598), introducendo a favore dei dipendenti dell’imprenditore, che trasferisce l’azienda o un suo ramo, la garanzia della conservazione di tutti i diritti derivanti dal rapporto lavorativo con l’impresa cedente, in funzione della tutela dei crediti già maturati dal lavoratore ed al rispetto dei trattamenti in vigore (pur senza garantire l’omogeneità dei trattamenti retributivi e normativi all’interno del complesso aziendale risultante dal trasferimento: Cass. 23 dicembre 2003, n. 19681; Cass. 12 novembre 2019, n. 19291).

1.3. Tuttavia, occorre rilevare la novità della questione prospettata, che non risulta trattata dalla sentenza impugnata (essendo anzi stata dedotta nel diverso senso dell’avvenuta abrogazione della L. n. 109 del 1994, art. 18, in riferimento all’inapplicabilità del Regolamento per la ripartizione del fondo interno approvato con Delib. Esaf 20 luglio 2000, n. 24, redatto in attuazione della predetta norma: così agli ultimi due capoversi di pg. 11 della sentenza), neppure avendo la ricorrente indicato specificamente, nè trascritto gli atti nei quali l’avrebbe posta nei gradi di merito: ciò riflettendosi sulla genericità del motivo, in violazione del principio prescritto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 4 e n. 6 (Cass. 11 gennaio 2007, n. 324; Cass. 18 ottobre 2013, n. 23675; Cass. 13 giugno 2018, n. 15430).

2. Con il secondo motivo, la ricorrente deduce violazione o falsa applicazione dell’art. 2112 c.c., L.R. Sardegna n. 10 del 2005, artt. 1 e 2, per esclusione della responsabilità, invece riconosciutale in via solidale (con quella principale della Regione Sardegna), di Abbanoa s.p.a. per i crediti del lavoratore da compenso accessorio incentivante, anteriori al suo subentro per effetto dell’incorporazione per fusione di Esaf s.p.a., attesa la previsione di liquidazione da parte dell’ente di provenienza di tutti i crediti esigibili maturati dal prestatore all’atto del trasferimento (art. 1, comma 3 L.R. cit.), nè integrando trasferimento d’azienda un’operazione dipendente da un provvedimento autoritativo, come nel caso di soppressione di enti pubblici, nè in ogni caso potendo dal lavoratore essere mantenuto un trattamento economico non connotato da fissità e continuità nel passaggio per mobilità tra due amministrazioni pubbliche.

3. Con il terzo, essa deduce violazione o falsa applicazione della L. n. 109 del 1994, artt. 16, 18, ed omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, quale la titolarità esclusiva di Esaf in liquidazione dell’ordine dei pagamenti per i lavori eseguiti da P.F. negli anni 2003/05, essendo ad essa indirizzate le comunicazioni delle relative ripartizioni dei fondi da Abbanoa s.p.a., in mancanza da parte del primo ente, nè di pagamento, nè di trasferimento alla società dei finanziamenti pubblici per provvedervi (come non contestato dalla Regione Sardegna, succeduta all’ente soppresso).

3.1. Essi sono congiuntamente esaminabili, per ragioni di stretta connessione ed entrambi infondati.

3.2. E’ innanzi tutto priva di alcuna conferenza la previsione oggetto della legge regionale denunciata, in ordine alla liquidazione da parte dell’ente di provenienza di tutti i crediti esigibili maturati dal prestatore all’atto del trasferimento, in quanto radicante la responsabilità (principale, siccome diretta) dell’ente datore all’epoca di maturazione del diritto retributivo del prestatore, rispetto a quella solidale a carico della parte cessionaria del ramo d’azienda, a norma dell’art. 2112 c.c.. E tale norma è ben applicabile, nel testo modificato dalla L. n. 428 del 1990, art. 47, che ha recepito la direttiva comunitaria 77/187/CE (successivamente modificato dal D.Lgs. n. 18 del 2001, art. 1, in applicazione del canone di interpretazione adeguatrice della norma di diritto nazionale alla norma di diritto comunitario ed in considerazione dell’orientamento espresso dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee con le sentenze 20 novembre 2003, C- 340-01, 25 gennaio 2001, C-172/99, 26 settembre 2000, C-175/99 e 14 settembre 2000, C-343/98), anche nei casi in cui il trasferimento dell’azienda non derivi dall’esistenza di un contratto tra cedente e cessionario, ma sia riconducibile ad un atto autoritativo della RA.: con il conseguente diritto dei dipendenti dell’impresa cedente alla continuazione del rapporto di lavoro subordinato con l’impresa subentrante, purchè sia accertata l’esistenza di una cessione di elementi materiali significativi tra le due imprese (Cass. 15 ottobre 2010, n. 21278; Cass. 13 aprile 2011, n. 8460; Cass. 25 novembre 2019, n. 30663).

3.3. Quanto al vizio motivo denunciato (neppure ricorrendo alcuna omissione di esame, sul deliberato assunto di assorbimento delle ulteriori questioni: al primo capoverso di pg. 17 della sentenza), ricorre nel caso di specie l’ipotesi di cd. “doppia conforme” prevista dall’art. 348 ter c.p.c., comma 5, applicabile ratione temporis, in difetto di indicazione dalla parte ricorrente, per evitare l’inammissibilità del motivo di cui al novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, delle ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrandone la diversità (Cass. 10 marzo 2014, n. 5528; Cass.22 dicembre 2016, n. 26774; Cass. 17 gennaio 2019, n. 1197).

4. Dalle superiori argomentazioni discende il rigetto del ricorso, con la regolazione delle spese del giudizio secondo il regime di soccombenza.

PQM

La Corte:

rigetta il ricorso e condanna la società alla rifusione, in favore delle parti controricorrenti, delle spese del giudizio, che liquida per ciascuna in Euro 200,00 per esborsi e Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 16 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 giugno 2020

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