Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10998 del 26/04/2021

Cassazione civile sez. lav., 26/04/2021, (ud. 05/11/2020, dep. 26/04/2021), n.10998

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizio – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25071-2017 proposto da:

RFI – RETE FERROVIARIA ITALIANA S.P.A. (già FEROVIE DELLO STATO

SOCIETA’ DI TRAPOSTI E SERVIZI PER AZIONI) Società con Socio Unico,

soggetta all’attività di direzione coordinamento di Ferrovie dello

Stato S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, L.G. FARAVELLI 22, presso lo

studio dell’avvocato ARTURO MARESCA, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato ANTONINO SACCA’;

– ricorrenti –

contro

M.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FLAMINIA 195,

presso lo studio dell’avvocato SERGIO VACIRCA, rappresentato e

difeso dagli avvocati GIADA D’ORSO, GIUSEPPE FERRARO;

– controricorrente –

Avverso la sentenza n. 2206/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 21/04/2017 R.G.N. 7761/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

05/11/2020 dal Consigliere Dott. LORITO MATILDE.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

La Corte di appello di Roma in parziale riforma della decisione del Tribunale della stessa sede, accertava la nullità dei contratti di arruolamento (a viaggio e/o a termine) stipulati fra M.D. e Rete Ferroviaria Italiana S.p.A. per l’utilizzo reiterato, concretante una ipotesi di frode alla legge ex art. 1344 c.c., e determinava dell’indennità risarcitoria la L. n. 183 del 2010, ex art. 32, nella misura di quattro, anzichè di sei mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto liquidata dal primo giudice.

Avverso tale decisione Rete Ferroviaria Italiana S.p.A. propone ricorso per cassazione affidato a cinque motivi, ai quali oppone difese con controricorso, l’intimato.

Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. Con il primo motivo la società denuncia violaziorfe dell’art. 112 c.p.c., assumendo che la Corte di Appello sia incorsa nel vizio di ultrapetizione perchè il ricorrente nell’atto introduttivo del giudizio si sarebbe limitato a contestare la validità della clausola appositiva del termine massimo di durata, mentre la Corte territoriale avrebbe dichiarato la conversione del rapporto per una diversa ragi9ne rappresentata da “una frode qualificata”.

2. Il motivo è infondato.

La Corte territoriale, nel proprio iter motivazionale, ha evidenziato. che la questione attinente alla realizzazione di un’ipotesi di frode alla legge, era stata già dedotta come profilo di nullità dei contratti a termine nel ricorso di primo grado. Nel corpo del ricorso introduttivo, era stato rimarcato come la stipula di una molteplicità di contratti di arruolamento, in una situazione di carenza di organico, mascherava “in realtà un intento elusivo del principio generale di preferenza del contratto a tempo indeterminato”. Tali allegazioni avevano “ad oggetto tutti i fatti costitutivi della fattispecie prevista dall’art. 1344 c.c.”, non comportavano il dibattito su alcun nuovo tema di indagine nè alteravano i termini sostanziali della controversia.

Nell’ottica descritta deve ritenersi che la pretesa violazione del canone processuale che impone la “corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato”, così come rubrica l’art. 112 c.p.c., nella specie non sussista, in quanto la Corte territoriale ha evidentemente interpretato l’atto introduttivo del giudizio nel suo complesso ed ha ritenuto che in esso fosse contenuta la domanda poi accolta.

Si verte infatti, nella specie, in tema di interpretazione della domanda e dei suoi confini che è competenza del giudice del merito (cfr., tra le altre, Cass. n. 18 del 2015, Cass. n. 21421 del 2014; Cass. n. 12944 del 2012; Cass. n. 21208 del 2005 nonchè, in fattispecie analoghe a quella in questa sede delibata, Cass. 10/7/2018 n. 18155, Cass. 31/5/201p n. 13974).

Va infatti rimarcato che il vizio di ultra o extra petizione sussiste solo quando il giudice pronuncia oltre i limiti della domanda e delle eccezioni proposte dalle parti, ovvero su questioni non formanti oggetto del giudizio e non rilevabili di ufficio, attribuendo un bene non richiesto o diverso da quello domandato (Cass. n. 18868 del 2015; Cass. n. 455 del 2011).

Il giudice può, però, assegnare una diversa qualificazione giuridica ai fatti ed ai rapporti dedotti in lite nonchè all’azione esercitata in causa, ricercando le norme giuridiche applicabili alla concreta fattispecie ò sottoposta al suo esame e ponendo a fondamento ò della sua decisione principi di diritto diversi da quelli erroneamente richiamati dalle parti (Cass. n. 25140 del 2010; Cass. n. 12943 del 2012).

Del resto, nell’esercizio del potere di interpretazione e qualificazione della domanda il giudice, da un lato, non è condizionato dalle espressioni adoperate dalle parti, dall’altro ha il potere-dovere di accertare e valutare il contenuto sostanziale della pretesa, quale desumibile non solo dal tenore letterale degli atti, ma anche dalla natura delle vicende rappresentate dalla parte e dalle precisazioni dalla medesima fornite nel corso del giudizio, nonchè del provvedimento concreto dalla stessa richiesto (cfr. Cass. Sez. Un. 27 del 2000; Cass. n. 20322 del 2005).

Nessuna violazione dell’art. 112 c.p.c., può, dunque, dirsi consumata, perchè nel caso sottoposto al vaglio della Corte, in buona sostanza, non si discute effettivamente di una pronuncia omessa o ultrapetita, quanto piuttosto dell’interpretazione della domanda e del suo contenuto (v. Cass. n. 7932 del 2012); in tal caso non è sufficiente che l’interpretazione offerta di giudici di merito alte domande di cui al ricorso non corrisponda alle attese della società per determinare la cassazione della sentenza, impugnata, ove la diversa qualificazione sia sorretta – come nella specie da adeguata motivazione (Cass. n. 14650 del 2012; Cass. 22893 del 2008; Cass. n. 14751 del 2007).

3. Con il secondo motivo la società denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 326 c.n. e dell’art. 1344.

Si deduce che in forza dei principi espressi dalla giurisprudenza di legittimità, l’art. 326 c.n. rappresenta una misura adeguata a prevenire e sanzionare eventuali abusi nel susseguirsi di contratti a tempo determinato. Si osserva che la stipula di una pluralità di contratti a termine fra le stesse parti sia legittima, purchè in linea con le previsioni di cui alla richiamata disposizione. In tale prospettiva si critica che la valutazione della Corte si sia basata in tale contesto, sul numero dei contratti, sulla loro frequenza e sulla loro concentrazione temporale.

Viene rimarcato che l’avviamento del marittimo è avvenuto sulla base di una rigida disciplina scandita dalle disposizioni del codice della navigazione (art. 125 c.n.) e da regolamenti (D.M. n. 534 del 1992), a conferma del fatto che la cronologia dei periodi di imbarco è del tutto occasionale perchè esclusivamente frutto dell’incontro della richiesta numerica dell’armatore e della posizione in graduatoria del marittimo nel turno generale, il che escluderebbe ogni intento fraudolento.

Nella prospettazione della ricorrente, la Corte, in ispregio all’art. 326 c.n., ha ritenuto erroneamente di prendere in considerazione la reiterazione dei contratti senza considerare che il lavoratore avrebbe dovuto provare interamente di aver svolto la propria attività in favore di RFI per una durata continuativa superiore ad un anno.

Perchè si realizzi un abuso qualificato della previsione di legge, è necessario che le parti, pur rispettando formalmente il precetto normativo, stipulino un contratto a termine attraverso cui eludere l’applicazione delle norme sul contratto a tempo indeterminato e detta ipotesi, nella specie, non si sarebbe verificata”.

4. Il motivo è privo di fondamento.

In base ai consolidati dicta di questa Corte, la previsione di una presunzione legale di natura indeterminata del rapporto, nel caso in cui fra la cessazione di un contratto e la stipulazione del contratto successivo intercorra un periodo non superiore ai sessanta giorni (ai sensi dell’art. 326 c.n., u.c.) è da ritenersi, in via generale ei astratta, una misura adeguata e idonea a prevenire abusi nel susseguirsi di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato (vedi per tutte Cass. 13/7/2018 n. 18718).

La necessità, poi, di un intervallo di tempo superiore ai sessanta giorni fra un’assunzione a termine e quella successiva è stata ritenuta, in linea di massima, idonea ad ostacolare una preordinata volontà di aggirare quanto previsto dalla citata fonte comunitaria. Interruzioni superiori ai sessanta giorni non consentirebbero infatti al datore di lavoro una valida programmazione dell’attività e disincentiverebbero la frantumazione dell’unico reale rapporto di lavoro a tempo indeterminato in plurimi apparenti rapporti a termine.

Ciò non toglie, tuttavia, che, pur ammessa in linea di principio la legittimità del termine apposto a contratti di arruolamento con la causale sopra ricordata e ribadita l’idoneità della disciplina dettata dal codice della navigazione a prevenire abusi, non si possa escludere che, in concreto, attraverso ripetute assunzioni a tempo determinato, sia possibile porre in essere una condotta che integri una frode alla legge sanzionabile ai sensi dell’art. 1344 c.c..

Va qui ribadito che l’art. 1 cpv. c.n. non osta all’applicazione del generale principio civilistico previsto dall’art. 1344 c.c. (non esistendo nel codice della navigazione norme che diversamente regolino il fenomeno della frode alla legge).

Sebbene, infatti, l’art. 326 c.n., u.c., preveda che la prestazione del servizio debba essere considerata ininterrotta, quando fra la cessazione di un contratto e la stipulazione del contratto successivo intercorra un periodo non superiore ai sessanta giorni, ciò non comporta, al contrario, che, di per sè, la circostanza che i contratti separati da intervalli superiori ai sessanta giorni siano sempre e comunque legittimi e che non si debba indagare circa l’esistenza di un eventuale intento fraudolento che riveli un abuso dello strumento pur astrattamente legittimo (cfr. Cass. 23/7/2018 n. 19518 in motivazione).

Precisato ciò, all’accertamento dell’utilizzazione abusiva del contratto a tempo determinato si può addivenire attraverso una ricostruzione degli elementi allegati nel processo che, congiuntamente valutati, convergano nel far ritenere provato un intento fraudolento del datore di lavoro il quale ripetutamente si sia avvalso di prestazioni di lavoro a termine.

Si tratta di una indagine demandata al giudice di merito il quale dovrà desumere da elementi quali il numero dei contratti di lavoro a tempo determinato stipulati, l’arco temporale complessivo in cui si sono succeduti e ogni altra circostanza fattuale che emerga dagli atti, l’uso deviato e fraudolento del contratto a termine (vedi ex aliis, Cass. 13/5/2014. n. 5787), e la ricostruzione elaborata dal giudice di merito è censurabile in cassazione sotto il profilo del vizio di motivazione, nei limiti dettati dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 nel testo ratione temporis applicabile alla fattispecie, ovvero per violazione delle regole dettate dagli artt. 2727 e 2729 c.c..

5. Orbene nello specifico, la Corte di appello di Roma ha proceduto ad un apprezzamento complessivo dei fatti acquisiti al processo in base alle direttive impartite dagli enunciati principi.

Ha quindi espresso il convincimento che, in sostanza, sussistevano, nella fattispecie concreta, elementi riguardanti il concreto dinamismo dei rapporti, capaci di supportare la tesi del carattere fraudolento delle plurime relazioni negoziali; ha ravvisato quel quid pluris rappresentato da circostanze di fatto o comportamenti oggettivamente o+ soggettivamente idonei a rappresentare il quadro, anche solo indiziario, di una macchinazione funzionale alla frode, nelle seguenti circostanze: numero complessivo di contratti (ben otto); stipula di detti contratti in un arco temporale di circa cinque anni per un totale di 638 giorni effettivi di lavoro; omogeneità dei contratti aventi tutti ad oggetto le medesime mansioni e tutti stipulati per far fronte alle esigenze della medesima tratta (Civitavecchia-Golfo Aranci), sulla stessa nave traghetto; molteplicità, dunque, di contratti di arruolamento concernenti lo stesso periodo, il medesimo servizio di linea, la medesima tipologia ed in relazione ai quali ò era stato incardinato un cospicuo contenzioso, che rivelava “l’attuazione di un sistema di rotazione fra più dipendenti temporanei per provvedere ad esigenze permanenti”.

Va al riguardo osservato che è compito istituzionalmente demandato al giudice del merito selezionarè gli elementi certi da cui “risalire” al fatto ignorato (art. 2727 c.c.) che presentino una positività parziale o anche solo potenziale di efficacia probatoria e l’apprezzamento circa l’idoneità degli elementi presuntivi a consentire illazioni che ne discendano secondo il criterio dell’id quod plerumque accidit è sottratto al controllo di legittimità (Cass. 10/10/2003, n. 16831; Cass. 5/12/2011, n. 26022; Cass. 16/5/2017, n. 12002). Chi poi censura il risultato del ragionamento presuntivo non può limitarsi a prospettare, così comè fatto nella specie da parte ricorrente, l’ipotesi di un convincimento diverso da quello espresso dal giudice del merito, ma deve far emergere, nel vigore del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, così come rigorosamente interpretato da Cass. SS.UU. nn. 8053 e 8054 del 2014.

Infatti, non è conferito alla Corte di cassazione il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, ma solo quello di controllare, sul piano della coerenza logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice del merito, mentre trascende i limiti di tale controllo la mera denuncia di difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato dal giudice attribuiti agli elementi delibati, risolvendosi, altrimenti, il motivo di ricorso in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e del convincimento di quest’ultimo, tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed ai fini del giudizio di cassazione (vedi per tutte Cass., Sez. U, 25/10/2013, n. 24148).

Il motivo, alla stregua delle sinora esposte considerazioni, non può, dunque, rinvenire accoglimento.

6. Il terzo motivo prospetta violazione e falsa applicazione dell’art. 373 c.n..

Si sostiene che dal momento in cui si sarebbe perfezionato ciascuno sbarco, sarebbe decorsa e maturata la prescrizione biennale prevista dalla legge ed alla ò data di deposito del ricorso (18/5/2010) risultava ampiamente decorso il termine di prescrizione rispetto a tutte le date di sbarco. Si deduce altresì che la mancata indicazione del viaggio o della durata priva il contratto di arruolamento nautico a termine di un elemento essenziale ai fini della sua effettiva configurazione “e come tale lo connota da subito come contratto a tempo indeterminato, senza che sia ipotizzabile una nullità parziale”. Se il Tribunale avesse esaminato l’eccezione di prescrizione e, in tale esame, avesse adeguatamente interpretato l’art. 332 c.n. avrebbe dovuto accogliere l’eccezione. preliminare di prescrizione proposta dalla società.

7. Il motivo è infondato.

Non si dubita, invero, (vedi Cass. 14/7/2005 n. 14814) che nel caso di scadenza di un contratto di lavoro a termine illegittimamente stipulato l’azione diretta all’accertamento dell’illegittimità del termine sia qualificabile come azione imprescrittibile di nullità parziale del contratto; si trattà di concetto consolidato e riconducibile a diritto vivente, affermato anche in ipotesi di pluralità di contratti a termine illegittimamente apposto (in quanto stipulati in frode alla legge) con conseguente conversione in unico contratto a tempo indeterminato (vedi Cass. 7/9/2012 n. 14996).

Per giurisprudenza consolidata di questa Corte, invero, l’azione diretta a far valere la illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro, per violazione delle disposizioni che individuano le ipotesi in cui è consentita l’assunzione a tempo determinato, si configura come azione di nullità parziale del contratto per contrasto con norme imperative ex art. 1418 c.c. e art. 1419 c.c., comma 20 ed è di natura imprescrittibile pur essendo soggetti a prescrizione i diritti che discendono dal rapporto a tempo indeterminato risultante dalla conversione “ex lege” del rapporto a tempo determinato cui era stato apposto illegittimamente il termine (ex plurimis, vedi Cass. 15/11/20a0 n. 23057).

Nei contratti di lavoro, secondo l’insegnamento del Giudice delle leggi, art. 1419 c.c., comma 1, in base al quale la nullità parziale di un contratto o la nullità di singole clausole importa la nullità dell’intero contratto, se risulta che i contraenti non lo avrebbero concluso senza quella parte del suo contenuto che è colpita dalla nullità, non è applicabile rispetto al contratto di lavoro, allorquando la nullità della clausola derivi dalla contrarietà di essa a norme imperative poste 9 tutela del lavoratore (vedi C. Cost. n. 2010 del 1992).

L’eccezione di prescrizione estintiva sollevata dalla società ricorrente, non avrebbe potuto incidere sulla azione di nullità del termine per la natura che le è propria e che ridonda in termini di non prescrittibilità della azione, atteso che sia la nullità della clausola a viaggio, sia la nullità del termine finale illegittimamente apposto, non inficiano l’intero contratto, comportando la conversione dello stesso in un unico rapporto a tempo indeterminato decorrente dal primo degli imbarchi.

8. Il quarto motivo attiene alla violazione dell’art. 1372 c.c.. Si critica la statuizione con la quale i giudici del gravame hanno respinto l’eccezione di risoluzione del rapporto per mutuo consenso.

9. Il motivo è privo di pregio.

Si rileva che nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato per l’illegittima apposizione al contratto di un termine finale ormai scaduto, affinchè possa configurarsi “una risoluzione del rapporto per mutuo consenso è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonchè del comportamento tenuto dalla parti e di eventuali circostanze significative una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo.

Si tratta di una valutazione di fatto che compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono ò vizi logici o errori di diritto (Cass. Sez. 6 – L, Ordinanza n. 16932 del 4/8/2011, Sez. L, Sentenza n. 23319 del 18/11/2010 e numerose altre).

In particolare, poi, con riferimento alla prova presuntiva, questa Corte ha più volte affermato che è incensurabile in sede di legittimità l’apprezzamento del giudice di merito circa la valutazione della ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge per valorizzare elementi di fatto come fonti di presunzione, sempre che la motivazione adottata appaia congrua dal punto di vista logico, immune da errori di diritto e rispettosa dei principi che regolano la prova per presunzioni (v. fra le altre Cass. 20/7/2006 n. 16728, Cass. 23/1/2006 n. 1216 ed in motivazione, Cass. 15/1/2015 n. 10958).

Sulla scia di Cass. SS.UU. n. 21691 del 2016, va pertanto rimarcato come l’apprezzamento circa l’idoneità degli elementi presuntivi a consentire inferenze, rientri nei compiti affidati al giudice del fatto, senza che il convincimento espresso in relazione al complesso degli indizi, soggetti ad una valutazione globale e non con riferimento singolare a ciascuno di essi, possa essere suscettibile di un diverso o rinnovato apprezzamento in sede di legittimità.

Nello specifico la Corte d’Appello ha osservato che il decorso del tempo è solo uno dei possibili elementi oggetto della indagine giudiziale, cui devono aggiungersi elementi positivi ed univoci che obiettivamente depongano per l’avvenuto scioglimento del contratto; ha, quindi, rimarcato che la mancanza di ogni diversa allegazione di altre condotte del lavoratore, concludenti nel senso di una implicita volontà solutoria del rapporto, dovevano far escludere una presunzione fondante un’ipotesi di scioglimento di quello per mutuo consenso, in relazione alla mera inerzia protrattasi per un tempo inferiore ai limiti di prescrizione.

Ha precisato comunque, che già prima del ricorso ex art. 414 c.p.c., l’appellato aveva manifestato la volontà di contestare la validità dei termini apposti ai contratti di arruolamento; il lasso di tempo intercorso fra la cessazione dell’ultimo contratto e la manifestazione di tale volontà, era estremamente ridotto; non significativa era da reputarsi la ricezione del tfr e neanche, era stato prospettato il reperimento di altra occupazione (elemento questo, comunque irrilevante, secondo la giurisprudenza di legittimità).

La statuizione emessa dalla Corte territoriale, in quanto sorretta da congrua motivazione, si sottrae, quindi, alle critiche formulate.

9. Con il quinto motivo la società denuncia violazione della L. n. 183 del 2010, art. 32 per avere la Corte di Appello liquidato l’indennità risarcitoria nella misura di quattro mensilità (in luogo delle sei fissate dal primo giudice).

Si sostiene che il criterio adottato per rimodulare tale indennità in considerazione della modesta anzianità di servizio maturata dal ricorrente, era comunque errato giacchè il periodo lavorato alle dipendenze della società di un anno e nove mesi nell’arco di cinque anni, avrebbe dovuto giustificare una liquidazione dell’indennità in misura minima.

10. La censura non è accoglibile.

La Corte di merito ha indicato le ragioni per le quali ha ritenuto corretta la determinazione in quattro mensilità dell’indennità di cui all’art. 32 cit. individuandole, precipuamente, nella esigua anzianità del lavoratore.

Si tratta, all’evidenza, di urta corretta applicazione dei criteri di cui alla citata L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 8, involgente, peraltro, valutazioni di merito che non possono essere sindacate in questa sede di legittimità (vedi, fra molte, Cass. n. 1320, n. 5198, n. 6122, n. 18902 del 2014, Cass. n. 15020 del 2018 in motivazione).

In definitiva, al lume delle sinora esposte argomentazioni, il ricorso è respinto.

Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza, liquidate come da dispositivo.

Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, della sussistenzà dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.250,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza Camerale, il 5 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 26 aprile 2021

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