Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10930 del 05/05/2017


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Cassazione civile, sez. III, 05/05/2017, (ud. 21/03/2017, dep.05/05/2017),  n. 10930

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. SAIJA Salvatore – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 30027/2014 proposto da:

F.V., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ANTONIO

GRAMSCI, 24, presso lo studio dell’avvocato MARIA STEFANIA NASINI,

che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato MICHELE ANGELO

MARIA MANNIRONI, giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

F.B. ved. P., nella sua qualità di erede legittima del

defunto P.G.P., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

GERMANICO 146, presso lo studio dell’avvocato ERNESTO MOCCI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARIA ELVIRA PIGOZZI,

giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 10254/2014 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

di ROMA, depositata il 12/05/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/03/2017 dal Consigliere Dott. FRANCO DE STEFANO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SOLDI Anna Maria, che ha concluso per l’inammissibilità del

ricorso;

udito l’Avvocato STEFANIA MASINI;

udito l’Avvocato ERNESTO MOCCI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. F.V., quale socio della Chlamis srl, convenne nel luglio 1991 in giudizio il cognato P.G.P. per conseguirne condanna, ai sensi degli artt. 2043 e 2395 c.c., al risarcimento dei danni causatigli, quale socio e presidente del consiglio di amministrazione della società, rappresentando una situazione economica e patrimoniale della società non veritiera, sulla cui base egli aveva corrisposto, per l’acquisto di quote sociali nel novembre 1988 per persona da nominare e poi intestate a moglie e figlio, un prezzo notevolmente superiore al valore effettivo.

2. Accolta la domanda dal tribunale di Nuoro con sentenza n. 652/07, l’appello dell’erede del P., F.B., fu peraltro a sua volta accolto dalla corte di appello di Cagliari – sez. dist. di Sassari, per ritenuto difetto di legittimazione attiva del contraente originario di un contratto per persona da nominare, in luogo dei contraenti indicati a seguito della electio amici: e tanto con sentenza n. 433/09, per la cui cassazione propose ricorso allora il F., articolandolo su due motivi (di violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 e 2395 c.c. e di vizio motivazionale).

3. Il ricorso fu peraltro dichiarato inammissibile, perchè questa Corte ritenne non impugnata quella che fu ravvisata come ulteriore ratio decidendi della corte territoriale, individuata nella circostanza del pagamento delle quote per un prezzo effettivo non superiore al dovuto (in buona sostanza, per essere rimasti almeno in parte impagati i titoli versati a corrispettivo del trasferimento delle quote), ricavata dal rilievo di un giudicato evidentemente esterno e fondato su di una sentenza del Tribunale di Nuoro del 30.3.93 ed oggetto di contraddittorio.

4. Per la revocazione di tale sentenza, pubblicata il 12.5.14 col n. 10254, ricorre oggi il F., affidandosi ad un motivo per la fase rescindente e riproponendo i due motivi di fase rescissoria; resiste con controricorso Bianca F. ved. P.; e, per la pubblica udienza del 21.3.17, entrambe le parti depositano memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il Collegio ha disposto la redazione della motivazione in forma semplificata.

2. Il ricorrente configura quale errore revocatorio la qualificazione come autonoma e non impugnata ratio decidendi della gravata sentenza la circostanza del pagamento delle quote per un prezzo effettivo non superiore al dovuto, in forza del mancato pagamento e della conseguita inesigibilità degli assegni rilasciati a quel titolo: circostanza che, invece, sarebbe riferita dalla sentenza di appello come mera argomentazione dell’appellante e non posta a base di alcuna decisione.

3. A ben vedere, peraltro, la qui gravata sentenza di questa Corte, a prescindere dall’inquadramento della circostanza tra i motivi posti o meno in modo espresso dalla corte territoriale a fondamento della decisione dinanzi ad essa gravata, è comunque poi univoca nel rilevare un giudicato esterno incontrovertibilmente formatosi tra le parti, come documentato su atti resi oggetto di contraddittorio fra le parti, quale elemento fondamentale per escludere il danno addotto anche a titolo di responsabilità extracontrattuale: secondo quanto si legge a pag. 6 della qui gravata sentenza.

4. Tale effettivo passaggio motivazionale di quest’ultima, che rileva cioè un giudicato esterno e risolve sulla sua base – non rilevando se esso potesse essere o fosse in concreto stato posto a fondamento della decisione della corte territoriale – la controversia deve qualificarsi come un giudizio o una valutazione e comunque come un apprezzamento: circostanza questa che (basti un richiamo, tra molte, a Cass. Sez. U. 16/11/2016, n. 23306) esclude quella radicale e insanabile contrapposizione fra due divergenti rappresentazioni dello stesso oggetto (costituite l’una da quella risultante dalla sentenza del giudice e l’altra da quella che si ricava univocamente dagli atti e dai documenti di causa) in cui sola si risolve l’errore rilevante ai fini della revocazione, per trasmodare in una valutazione giuridica o in un autentico giudizio di fatto.

5. E’ infatti esclusa dal novero dell’errore di fatto rilevante ai fini della revocazione, come prevista dall’attuale sistema processuale, ogni valutazione od omessa valutazione sulla sussistenza di un giudicato, perchè quest’ultimo – sia esso interno od esterno costituisce la “regola del caso concreto” e partecipa della qualità dei comandi giuridici, sicchè l’erronea presupposizione della sua inesistenza, equivalendo ad ignoranza della regula juris, rileva non quale errore di fatto, ma quale errore di diritto (fin da Cass. Sez. U., 16 novembre 2004, n. 21639): inidoneo, come tale, a integrare gli estremi dell’errore revocatorio contemplato dall’art. 395 c.p.c., n. 4, essendo, in sostanza, assimilabile al vizio del giudizio sussuntivo, consistente nel ricondurre la fattispecie ad una norma diversa da quella che reca, invece, la sua diretta disciplina, e, quindi, ad una falsa applicazione di norma di diritto.

6. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile per la non configurabilità del presupposto dell’errore revocatorio ed il ricorrente, soccombente, condannato alle spese del giudizio di legittimità.

7. Infine, si deve dare atto – mancando ogni discrezionalità al riguardo (Cass. 14/03/2014, n. 5955) – della sussistenza dei presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, in tema di contributo unificato per i gradi o i giudizi di impugnazione e per il caso di reiezione integrale, in rito o nel merito.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 7.800,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 21 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 5 maggio 2017

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