Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10923 del 26/04/2021

Cassazione civile sez. II, 26/04/2021, (ud. 10/11/2020, dep. 26/04/2021), n.10923

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – rel. Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 2568/2017 proposto da:

G.J.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE

REGINA MARGHERITA 262-264, presso lo studio dell’avvocato CATALDO

D’ANDRIA, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato

MARIANGELA MASTROGREGORI, giusta procura speciale per Notaio;

– ricorrente –

contro

MINISTERO ECONOMIA FINANZE, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2031/2016 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 13/06/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/11/2020 dal Consigliere Dott. ELISA PICARONI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE

RENZIS Luisa, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato CATALDO D’ANDRIA, difensore del ricorrente, che ha

chiesto di riportarsi agli atti depositati.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Oggetto di ricorso per cassazione è la sentenza della Corte d’appello di Milano, pubblicata il 13 giugno 2016, che ha rigettato l’appello proposto da G.J.F. avverso la sentenza del Tribunale di Como n. 614 del 2014, e nei confronti del Ministero dell’economica e delle finanze.

1.1. Il Tribunale aveva rigettato l’opposizione proposta dal G. avverso il decreto del MEF emesso il 13 ottobre 2011, che gli ingiungeva il pagamento di Euro 178.842,00 per violazione del D.Lgs. 19 novembre 2008, n. 195, art. 3, recante “Modifiche ed integrazioni alla normativa in materia valutaria in attuazione del regolamento (CE) n. 1889/2005”.

L’opponente era stato fermato alla dogana di Chiasso il giorno 1 aprile 2011, al confine con la Svizzera, e trovato in possesso di 63 cambiali al portatore, per un valore di Euro 725.289,72.

2. La Corte d’appello ha confermato la decisione, rigettando i motivi di appello con i quali il G. aveva lamentato la violazione del diritto di difesa per mancata nomina di un traduttore al momento della contestazione e per mancanza di traduzione del verbale di contestazione e del decreto in lingua comprensibile al destinatario, nonchè la nullità del decreto per mancanza di indicazione della data, l’estinzione dell’obbligazione per decorrenza del termine fissato nel D.Lgs. n. 195 del 2008, art. 8, comma 3 e la carenza di motivazione del decreto.

3. Per la cassazione della sentenza G.J.F. ha proposto ricorso articolato in tre motivi, ai quali resiste con controricorso il MEF, rappresentato e difeso dall’Avv. gen. dello Stato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo è denunciata violazione o falsa applicazione dei principi fondamentali e delle disposizioni regolanti il “diritto di essere ascoltati” nei rapporti con l’amministrazione doganale ai sensi dell’art. 22, comma 6, regolamento UE n. 952 del 2013, art. 41 Carta diritti fondamentali UE, artt. 24 e 97 Cost. e art. 112 c.p.c., per violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato.

Il ricorrente lamenta che la Corte d’appello, come già il Tribunale, abbia richiamato la disciplina di cui alla L. n. 689 del 1981, per fondare il giudizio di rigetto dei primi due motivi di appello e ritenere insussistente il diritto del soggetto sottoposto ad accertamento e contestazione ad essere ascoltato prima di qualsiasi determinazione sfavorevole.

La normativa alla quale si sarebbe dovuto fare riferimento è, invece, quella del codice doganale comunitario, all’epoca dei fatti contenuta nel regolamento CE n. 450 del 2008, e oggi nel regolamento UE n. 952 del 2013, che all’art. 22, prevede tale diritto con contraddittorio preventivo, che non può realizzarsi in assenza di garanzia della esatta comprensione linguistica, da attuare con la presenza di un traduttore.

Nel verbale di accertamento e contestazione i verbalizzanti hanno dato atto che il cittadino lussemburghese sottoposto a controllo non conosceva la lingua italiana, e la Corte d’appello ha ritenuto che la contestazione immediata era stata resa possibile dalla presenza a bordo del veicolo del G. di un’altra persona, tale R.A., il quale aveva provveduto a fare da interprete e traduttore. Trattasi di persona che i verbalizzanti hanno indicato come compagno di viaggio, senza però procedere a formale identificazione nè ad indicare i rapporti tra costui ed il G..

Di conseguenza, la consegna del verbale al G., che si era rifiutato di sottoscriverlo, era priva di effetti ai fini della contestazione immediata, e quindi il verbale di accertamento, contestazione e sequestro non risultava essere stato notificato.

Tale ultimo profilo di doglianza non era stato neppure esaminato dalla Corte d’appello.

1.1. Il motivo è infondato sotto tutti i profili evocati.

In primo luogo si deve evidenziare che la Corte d’appello ha esaminato e pronunciato su tutte le questioni sottoposte con i motivi di appello, come indicati nelle conclusioni riportate a pag. 3 della sentenza, sicchè non sussiste la violazione dell’art. 112 c.p.c..

Nel merito, va confermato il rilievo della Corte d’appello, secondo cui il rifiuto di sottoscrizione del verbale di contestazione non priva la consegna del medesimo verbale a mani del destinatario del valore di notifica dell’atto.

Quanto alla violazione del diritto di difesa, per un verso si deve escludere, come correttamente affermato dalla Corte territoriale, che la mancata traduzione del verbale di contestazione di illecito amministrativo costituisca motivo di invalidità del verbale stesso (Cass. 23/02/2009, n. 4377; Cass. 16/01/2015, n. 709), e, per altro verso, si deve confermare che l’utilizzo della persona trasportata dal G., ai fini della contestazione immediata nella lingua nota al medesimo G., abbia consentito al predetto di esporre nell’immediato la propria versione dei fatti, come in concreto avvenuto (a pag. 8 della sentenza impugnata si dà atto che il G. ha rilasciato dichiarazioni dettagliate per giustificare il trasporto delle cambiali).

Ulteriormente si osserva che l’attività difensiva svolta dal G. con la memoria D.Lgs. n. 195 del 2008, ex art. 8, comma 3 (nel testo in vigore fino al 5 ottobre 2011, applicabile ratione temporis) e, successivamente, con la proposizione del ricorso in opposizione, conferma l’insussistenza del vulnus.

2. Con il secondo motivo è denunciata violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 195 del 2008, art. 9,D.P.R. n. 148 del 1988, art. 23, commi 1 e 3, L. n. 689 del 1981, art. 11, del principio di proporzionalità delle sanzioni (art. 5, par. 3, Trattato UE, art. 3 Cost., L. n. 241 del 1990, art. 1, comma 2), dell’art. 132 c.p.c., n. 4, per motivazione apparente.

Il ricorrente contesta il rigetto della richiesta subordinata di riduzione della sanzione irrogata evidenziando, in primo luogo, l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte d’appello nell’affermare che la sanzione è consistita nel sequestro pari al 25% del valore dei titoli al portatore illegittimamente trasportati. Diversamente, come emergerebbe dagli atti, il sequestro ha riguardato cambiali per complessivi Euro 286.115,88 (pari al 40% dell’importo complessivo) e la sanzione irrogata, pari ad Euro 178.822,00, corrisponde al 25% del valore complessivo riportato sui titoli cambiari.

L’errore sarebbe sintomatico della superficialità dell’esame condotto dalla Corte d’appello, che neppure aveva considerato il profilo dell’elemento soggettivo della condotta contestata, desumibile dal tenore delle dichiarazioni rese dal G. in merito alla proprietà delle cambiali in capo alla Nordest Investiments & Opportunities SA, società di diritto lussemburghese, ed alla ragione del trasferimento dei titoli (“per chiedere il nostro diritto, non sono state pagate e le riportiamo in (OMISSIS). Noi consideriamo che non c’è trasferta di denaro, e queste cambiali sono nei bilanci pubblicati in (OMISSIS) e in Italia dalle nostre partecipate”).

In tesi del ricorrente si sarebbe trattato del trasferimento materiale di titoli da una sede all’altra della società proprietaria, che in taluni casi è stato ritenuto legittimo, con la conseguenza che i giudici di merito avrebbero dovuto considerare l’obiettiva incertezza della materia in sede di valutazione della congruità della sanzione, mentre si erano limitati a richiamare l’ingente valore delle cambiali trasportate e non dichiarate.

Il ricorrente denuncia, inoltre, motivazione apparente avuto riguardo alle affermazioni della Corte d’appello concernenti la falsità delle dichiarazioni rilasciate dal G. all’autorità doganale, la condizione economica del G., desunta dall’attività professionale dallo stesso svolta, in assenza di qualsiasi attività istruttoria, tanto più a fronte della indicazione contenuta nel verbale di contestazione secondo cui il G. svolge la professione di contabile.

2.1. Il motivo è infondato.

Ai sensi del D.Lgs. n. 195 del 2008, art. 9, nel testo applicabile ratione temporis, “la violazione delle disposizioni di cui all’art. 3, è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria fino al quaranta per cento dell’importo trasferito o che si tenta di trasferire, eccedente la soglia di cui all’art. 3, con un minimo di 300 Euro”.

La sanzione in concreto applicata è pari al 25% del valore complessivo dei titoli trasportati, e la valutazione di congruità fuoriesce dal perimetro del sindacato di legittimità, purchè plausibilmente argomentata come nella specie, mentre risulta manifestamente privo di decisività è l’errore in cui è incorsa la Corte d’appello nel riferire l’entità del sequestro dei titoli, che non era oggetto di decisione.

Quanto alla prospettata incertezza della materia, che avrebbe dovuto indurre il giudice d’appello a ridurre la sanzione, è utile precisare che l’assimilabilità al danaro contante è stata esclusa nel caso di trasporto di cambiali che rechino l’indicazione del beneficiario, mentre nella fattispecie in esame si è trattato di cambiali al portatore.

Non si riscontra la denunciata motivazione apparente con riferimento agli elementi utilizzati dalla Corte d’appello ai fini del giudizio sulla congruità della sanzione.

Premesso che, secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte, la motivazione del provvedimento impugnato con ricorso per cassazione deve ritenersi apparente quando, pur se graficamente esistente, non consente alcun controllo sull’esattezza e la logicità del ragionamento decisorio, così da non attingere la soglia del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6 (ex plurimis, Cass. 30/06/2020, n. 13248; Cass. 07/04/2017, n. 9097), nella specie la Corte territoriale ha ancorato il giudizio sulla congruità della sanzione irrogata a dati oggettivi – ingente quantità delle cambiali trasportate e falsità delle dichiarazioni rese all’autorità circa i valori trasportati – che risultano sufficienti a giustificare la decisione, anche prescindendo dalla considerazione relativa all’attività svolta dal G..

3. Con il terzo motivo è denunciata violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 445 del 2000, artt. 53, 55, 57, D.L. n. 82 del 2005, artt. 44 e 47, D.Lgs. n. 195 del 2008, art. 8, comma 3, nel testo applicabile ratione temporis.

Il ricorrente, che riporta il testo del decreto di irrogazione della sanzione, contesta che il decreto non conterrebbe gli elementi formali richiesti dalla legge, vale a dire numero del protocollo e data di uscita in alto a destra (il numero di protocollo, ai sensi del D.P.R. n. 445 del 2000, art. 57, è progressivo e costituito da almeno 7 cifre numeriche), ed inoltre lamenta che la Corte d’appello abbia fatto applicazione del D.Lgs. n. 195 del 2000, art. 8, nel testo in vigore in epoca successiva ai fatti di causa.

3.1. Il motivo è infondato.

La Corte d’appello ha in effetti richiamato il nuovo testo art. 8, ma ciò non comporta le conseguenze che il ricorrente prospetta in termini di nullità del provvedimento di ingiunzione e di conseguente tardività ai sensi del D.Lgs. n. 195 del 2008, art. 8, comma 3.

Come evidenziato dal Ministero controricorrente, il protocollo apposto sul decreto in alto a destra attesta la data della firma del Ministro, il 13 ottobre 2011, e ciò è sufficiente per ritenere tempestivo il provvedimento ai sensi dell’art. 8, comma 3, cit., che prevede(va) che il decreto dovesse essere emesso entro centottanta giorni a decorrere dalla scadenza del termine di trenta giorni – di cui allo stesso art. 8, comma 1 concesso al verbalizzato per presentare memorie difensive nonchè per chiedere di essere sentito.

Nella specie, come risulta dagli atti, tale termine scadeva il 1 maggio 2011, e pertanto l’emissione del decreto in data 13 ottobre 2011 è sicuramente tempestiva.

4. Con il quarto motivo che denuncia violazione art. 91 c.p.c., si contesta che non sarebbe indicato il criterio di liquidazione delle spese, in assenza di deposito della nota spese dalla controparte.

4.1. Il motivo è inammissibile per genericità.

Secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte, la liquidazione della spese di lite è atto doveroso, non condizionato dalla presentazione della nota spese della parte vittoriosa, e il controllo di legittimità sulla entità delle spese liquidate dal giudice di merito è limitato al rispetto dei limiti delle tabelle vigenti, sicchè la parte che lamenti l’erronea liquidazione ha l’onere di specificare analiticamente le voci e gli importi considerati in ordine ai quali il giudice di merito sarebbe incorso in errore (ex plurimis, Cass. 21/12/2017, n. 30716; Cass. 27/03/2013, n. 7654).

5. Le spese seguono la soccombenza, liquidate come in dispositivo. Sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 5.800,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello richiesto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 10 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 26 aprile 2021

 

 

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