Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10895 del 23/04/2021

Cassazione civile sez. VI, 23/04/2021, (ud. 16/12/2020, dep. 23/04/2021), n.10895

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 27974/2019 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, (C.F. (OMISSIS)), in persona del Direttore pro

tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi,

12;

– ricorrente –

contro

IMMOBILIARE IDEAL SRL (C.F. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avv.

MAURIZIO DE LORENZI, elettivamente domiciliata presso il suo studio

in Roma, Via Pietro Aretino, 63;

– controricorrente –

avverso la sentenza della CTR della Toscana, n. 941/2018, depositata

il 16 maggio 2018.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio non partecipata

del 16 dicembre 2020 dal Consigliere Relatore Filippo D’Aquino.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

La società contribuente IMMOBILIARE IDEAL SRL, esercente l’attività di locazione di beni immobili propri, ha impugnato – per quanto rileva in questa sede – alcuni avvisi di accertamento relativi ai periodi di imposta degli esercizi 2010, 2011, con i quali si contestava alla società contribuente il mancato superamento del test di operatività della disciplina antielusiva in materia di società di comodo, con recupero di IRES, IRAP e IVA.

La CTP di Lucca, per quanto qui rileva, ha accolto i ricorsi riuniti della società contribuente. A seguito di impugnazione proposta dell’Ufficio, la CTR della Toscana, con sentenza del 16 maggio 2018, ha rigettato l’appello. Ha ritenuto il giudice di appello che è stata fornita nel caso di specie dalla società contribuente la prova contraria della sussistenza di una oggettiva situazione che ha reso impossibile il superamento dei ricavi. La CTR ha rilevato – dando atto che il giudice di primo grado aveva evidenziato l’impossibilità di utilizzo del titolo autorizzativo inerente lo sfruttamento delle cave – una anormalità di gestione conseguente all’esistenza di impedimenti oggettivi allo sfruttamento economico delle cave e ha ritenuto irrilevante il possesso di beni e di partecipazioni societarie da parte della contribuente, in quanto consistenti in un bene immobile di categoria A4 e in beni mobili obsoleti.

Propone ricorso per cassazione l’Ufficio affidato a un unico motivo; resiste con controricorso la società contribuente.

La proposta del relatore è stata comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1 – Con l’unico motivo si deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione della L. 23 dicembre 1994, n. 794, art. 30, degli artt. 2697,2727,2729 c.c., nella parte in cui la sentenza impugnata ha ritenuto assolta la prova contraria della sussistenza di situazioni oggettive tali da rendere impossibile il conseguimento dei ricavi presunti, quale effetto delle difficoltà di sfruttamento di cave. Deduce il ricorrente l’irrilevanza di tale circostanza – stanti le immobilizzazioni e le liquidità differite (crediti) iscritte in bilancio, tra le quali non risultano menzionate cave – essendo la stessa fondata su asset patrimoniali non inclusi nella base di calcolo del reddito presunto, dei quali la società contribuente non aveva la disponibilità. Deduce, invero, che il test di operatività è stato essenzialmente condotto sulla base di beni immobili e di partecipazioni societarie.

2 – Il ricorso è inammissibile in quanto il ricorrente, pur allegando una erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa – nella parte in cui la sentenza ha ritenuto provate le circostanze addotte dalla contribuente circa il mancato superamento del test di operatività delle società di comodo – intende giungere a una revisione del ragionamento decisorio, questione esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerente alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura non è consentita in cassazione come violazione di legge (Cass., Sez. I, 5 febbraio 2019, n. 3340; Cass., Sez. I, 14 gennaio 2019, n. 640; Cass., Sez. I, 13 ottobre 2017, n. 24155; Cass., Sez. V, Sez. 5, 4 aprile 2013, n. 8315), se non sotto l’aspetto del vizio di motivazione (Cass., Sez. U., 5maggio 2006, n. 10313; Cass., Sez. VI, 12 ottobre 2017, n. 24054). Parte ricorrente, difatti, si duole del fatto che la CTR abbia valorizzato un asset che non sarebbe entrato nella disponibilità della società contribuente, anzichè valorizzare le immobilizzazioni indicate dall’Ufficio, a fronte dell’opposto giudizio reso dal giudice di appello (“la Commissione ritiene che il giudice di prime cure abbia ampiamente motivato in ordine alla presenza di impedimenti oggettivi che hanno determinato una anormalità di gestione dovut(a) principalmente al modesto sfruttamento economico delle cave (…) La titolarità di beni posseduti dalla società e le modeste partecipazioni societarie della stessa non apportano alcun elemento ulteriore (..)”), il che inerisce alla scelta degli elementi indiziari rimessa al giudice del merito (Cass., Sez. III, 27 marzo 2018, n. 7512; Cass., Sez. V, 6 giugno 2012, n. 9108).

Nè, del resto, sarebbe possibile dedurre nel caso di specie l’omesso esame di fatto storico oggetto di discussione tra le parti, se non nel rispetto del combinato disposto dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e dell’art. 348-ter c.p.c., comma 5, ricorrendo nel caso di specie – come osserva parte controricorrente – il caso di “doppia conforme”, per cui si sarebbero dovute indicare le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse (Cass., Sez. I, 22 dicembre 2016, n. 26774).

4 – Il ricorso va, pertanto, dichiarato inammissibile, con spese regolate dalla soccombenza.

P.Q.M.

La Corte, dichiara inammissibile il ricorso, condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali in favore della controricorrente, che liquida in complessivi Euro 5.600,00, oltre 15% rimborso spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 16 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 aprile 2021

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