Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10893 del 08/06/2020

Cassazione civile sez. I, 08/06/2020, (ud. 19/06/2019, dep. 08/06/2020), n.10893

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – rel. Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25629/2018 proposto da:

F.I., rappresentato e difeso dall’avv. Francesco Roppo, presso

il cui studio in Forlì, viale Matteotti, n. 105, è elettivamente

domiciliato;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno, (OMISSIS);

– resistente –

avverso la sentenza n. 793/2018 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 19/03/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/06/2019 da Dott. SAN GIORGIO MARIA ROSARIA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – Il Tribunale di Bologna ha rigettato il ricorso proposto da F.I. avverso la decisione della Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Bologna, sez. distaccata di Forlì-Cesena, con la quale erano stati negati allo stesso il riconoscimento dello status di rifugiato, la protezione sussidiaria e il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Il richiedente aveva dedotto di essere cittadino del (OMISSIS), e di essere espatriato perchè, essendo (OMISSIS), temeva di essere ucciso dal patrigno, (OMISSIS), che, dopo averlo costretto ad interrompere gli studi coranici, aveva picchiato sia lui che la madre, di religione (OMISSIS), per il rifiuto di convertirsi, ed aveva cacciato di casa entrambi. Egli era stato poi in vari Paesi, tra i quali il Niger, la Libia, dove era stato arrestato e torturato, e poi in Burkina Faso e Niger, dove era stato maltrattato dalla Polizia.

Avverso la decisione del Tribunale il richiedente ha proposto appello.

2. La Corte d’appello di Bologna ha rigettato il gravame. A sostegno della propria decisione, il giudice di secondo grado ha rilevato che la impossibilità di ottenere protezione contro l’imposizione della conversione al cristianesimo in un Paese a maggioranza islamica è poco credibile. Quanto alla situazione politica (OMISSIS), sulla quale si sono concentrati essenzialmente gli argomenti dell’appellante, la Corte ha osservato che le informazioni di autorevoli fonti internazionali (Freedom in the world 2017, Amnesty International ed altre citate) indicano che la condizione di violenza e mancanza di tutela dei diritti è profondamente mutata dopo le elezioni presidenziali del dicembre 2016 e il Paese è avviato verso la normalizzazione democratica, sicchè il richiedente, se rimpatriato, non rischierebbe l’assenza di un giudice terzo per le sue questioni con il patrigno, nè una situazione di violenza armata indiscriminata.

La Corte ha altresì confermato il diniego del permesso di soggiorno per motivi umanitari, non versandosi in ipotesi riconducibile ai “seri motivi” di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per essere il nuovo regime politico del (OMISSIS), pur se di standard ancora inferiore a quello Europeo, comunque capace di risposta istituzionale a problemi della natura di quelli che il richiedente dichiara di avere con il patrigno, ed essendo comunque lo stesso richiedente un uomo forte, nell’età vigorosa della vita e del lavoro.

2. – Per la cassazione di tale sentenza F.I. propone ricorso sulla base di tre motivi. Il Ministero dell’Interno non si è costituito.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- Con il primo motivo di ricorso si deduce la “violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, ed omesso esame di fatto decisivo quale quello del riesame del ricorrente”. La Corte avrebbe omesso di indicare le ragioni del proprio convincimento della non credibilità del racconto del richiedente in merito alla propria vicenda, convincimento maturato senza confrontarsi con i parametri legali di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, nè con le ragioni del primo giudice, che aveva rigettato la istanza sulla base di diverse motivazioni, ritenendo però veridiche le dichiarazioni dell’attuale ricorrente.

2. – Il motivo è infondato.

La Corte felsinea ha fornito un’adeguata e plausibile giustificazione delle ragioni che fondano la sua valutazione di inattendibilità delle dichiarazioni rese dall’attuale ricorrente, sottolineando la inverosimiglianza – peraltro rilevata, per quanto si legge nella sentenza impugnata, anche dal giudice di primo grado – della denunciata impossibilità di ricevere protezione interna contro l’imposizione della conversione al (OMISSIS) in un Paese a maggioranza (OMISSIS), ove vige anche la sharia. Risulta dunque del tutto ragionevole e convincente l’apprezzamento al riguardo operato dalla Corte di merito.

2.- Peraltro, vale la pena di sottolineare che la ratio decidendi della pronuncia impugnata risulta persino andare oltre tale tema, ricollegandosi, piuttosto, all’esame della situazione politico-istituzionale del (OMISSIS), sul quale si incentra il secondo motivo del ricorso. Con esso si lamenta “violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 7 e 8 e D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 e violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, – omesso esame di fatto decisivo quale quello riguardante la situazione sociopolitica del Paese di provenienza”. Il ricorrente si sofferma sulla persistente criticità della situazione politica del Paese pur dopo la liberazione, nel 2017, da un regime ventennale di dittatura, situazione caratterizzata da scontri con i sostenitori del vecchio regime. La Corte di merito avrebbe obliterato tale realtà, ed in particolare quella delle famiglie africane, specie nelle zone rurali, in cui sussisterebbe un potere assoluto del capo famiglia, quale, nella specie, era diventato lo zio del ricorrente dopo la morte del padre, avendone, tra l’altro, sposato la madre. Sarebbe, inoltre, notoria l’inerzia delle autorità a fronte di conflitti di siffatta natura.

3. – Anche tale motivo è destituito di fondamento.

La Corte territoriale si è fatta ampiamente carico dell’esame della situazione politico-istituzionale del (OMISSIS), approfondendola attraverso lo studio delle fonti di informazioni ufficiali, debitamente citate (Freedom in the World 2017, Amnesty International 2017, EASO 2017), e desumendone che essa è profondamente mutata dopo le elezioni presidenziali del 2016, ed il Paese è “fermamente avviato verso la normalizzazione democratica”, sì da potersi presumere che, almeno relativamente al nucleo basilare della protezione dei diritti fondamentali, saranno rispettate le garanzie già previste dalla Costituzione del 1996-1997.

Il giudice di secondo grado ha, conclusivamente, escluso, da un lato, che il richiedente, ove rimpatriato, rischi la imposizione della conversione al (OMISSIS) ovvero l’assenza della tutela da parte di un giudice terzo in caso di violenze del patrigno; dall’altro, che sia configurabile in (OMISSIS) una situazione di violenza indiscriminata, cui le fonti non accennano. Dunque, nessuna violazione di legge nè omesso esame di fatto decisivo è addebitabile al giudice di secondo grado, che ha adottato la sua decisione tenendo ben presenti le condizioni alle quali la legge ammette il riconoscimento della protezione internazionale.

4. – Con il terzo motivo si deduce la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, artt. 5, comma 6, ed omesso esame di fatto decisivo, per la mancata valutazione, ai fini dell’apprezzamento della esistenza di seri motivi per il riconoscimento della protezione umanitaria, delle ragioni di vulnerabilità, tenuto conto, ancora una volta, della situazione politica del (OMISSIS), e della difficile condizione in cui il ricorrente si troverebbe, in caso di rientro, senza aiuti e senza prospettive di vita dignitosa, a fronte del percorso di integrazione sociale intrapreso in Italia.

5. – La censura non merita accoglimento.

Anche con riferimento alla istanza di protezione umanitaria, la Corte di merito ha dettagliatamente dato conto della insussistenza, nella specie, delle condizioni che, a norma del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, legittimano il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari. In particolare, ha escluso che esista per F.I. un pericolo, in caso di rientro in (OMISSIS), di mancanza di controllo da parte delle istituzioni della violenza sociale, nè di condizioni di vita non rispettose del nucleo minimo di diritti della persona, in considerazione delle attuali condizioni di vita in (OMISSIS), come già descritte. Nè, nella nuova realtà illustrata – ha valutato la Corte – esistono rischi che il richiedente, in buona salute ed in piena età lavorativa, non riesca a reperire opportunità lavorative nel suo Paese di origine.

6.- In definitiva, il ricorso deve essere rigettato. Non v’è luogo a provvedimenti sulle spese del presente giudizio, non avendo l’intimato Ministero svolto attività difensiva. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusta lo stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusta lo stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima civile, il 19 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 8 giugno 2020

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