Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10888 del 23/04/2021

Cassazione civile sez. VI, 23/04/2021, (ud. 16/12/2020, dep. 23/04/2021), n.10888

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 27225/2019 R.G. proposto da:

G.F. (C. F. (OMISSIS)), rappresentato e difeso

dall’Avv. FABIO FEDELI, elettivamente domiciliato presso lo studio

dell’Avv. FRANCESCO MORELLI in Roma, Via Collina, 28;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE DOGANE E DEI MONOPOLI (C.F.), in persona del Direttore

pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi,

12;

– controricorrente –

avverso la sentenza della CTR dell’Umbria, n. 12/02/2019, depositata

il 26 febbraio 2019.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio non partecipata

del 16 dicembre 2020 dal Consigliere Relatore Filippo D’Aquino.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Risulta dalla sentenza impugnata che il contribuente G.F. ha impugnato due atti di irrogazione sanzioni in materia di accise, quale amministratore di fatto della società Bastia 1940 SRL, conseguenti alla detenzione ed utilizzo di gasolio di provenienza comunitaria in relazione al quale non era stata assolta l’accisa.

La CTP di Perugia ha rigettato il ricorso e la CTR dell’Umbria, con sentenza in data 26 febbraio 2019, ha rigettato l’appello del contribuente. Il giudice di appello ha preliminarmente riportato la motivazione del giudice di primo grado, ove osservava che al contribuente era stata irrogata sia la sanzione di cui al D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 471, art. 13, relativamente all’accisa non versata, nonchè la sanzione di cui al citato D.Lgs., art. 13, comma 5, in relazione alla indebita richiesta di rimborso per fornitura inesistente di carburante ed era stata esclusa l’esimente di cui al D.L. 30 settembre 2003, n. 269, art. 7. Il giudice di appello ha osservato che nel caso di specie il giudizio riguarda l’irrogazione della prima delle due sanzioni (omesso versamento dell’accisa sul gasolio) e ha escluso che vi sia stata duplicazione di imposta a carico del contribuente. Il giudice di appello ha, inoltre, ritenuto che – benchè il richiamo alle disposizioni relative alla esclusione dalla società dell’applicazione delle sanzioni sia avvenuto in sede contenziosa – non sussiste mutatio libelli, trattandosi di integrazioni argomentative di principi contenuti nell’avviso impugnato. Ha, infine, ritenuto il giudice di appello che la responsabilità del contribuente discende dall’avere ecceduto dal mandato e dall’interesse della società, nel quale non opera la norma di cui al D.Lgs. n. 269 del 2003, art. 7.

Propone ricorso per cassazione il contribuente affidato a due motivi, ulteriormente illustrati da memoria; resiste con controricorso l’Ufficio.

La proposta del relatore è stata comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

1.1 – Con il primo motivo si deduce “contraddittoria ed omessa motivazione della sentenza e violazione di legge in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5”. Deduce il ricorrente di essere stato chiamato a rispondere sia in solido con la società Bastia SRL a termini del D.Lgs. 26 ottobre 1995, n. 504, art. 2, comma 4, lett. a) e art. 7, comma 1, lett. a), sia personalmente “per intero” a termini del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, art. 2, comma 2, e art. 9, comma 1, laddove il D.Lgs. n. 472 del 1997, non consentirebbe che un contribuente possa essere chiamato a rispondere per due volte di una sola violazione, con conseguente duplicazione di imposta. Deduce il ricorrente come la sentenza impugnata non avrebbe reso adeguata motivazione alle deduzioni di parte contribuente articolate in appello, con particolare riferimento alla dedotta duplicazione delle sanzioni.

1.2 – Il motivo è inammissibile in ordine al profilo della duplicazione delle sanzioni in relazione alle disposizioni di cui al D.Lgs. 26 ottobre 1995, n. 504, art. 2, comma 4, lett. a) e art. 7, comma 1, lett. a), nonchè a quella di cui al D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, art. 2, comma 2, e art. 9, comma 1, (motivo di ricorso di cui non è chiaramente evidenziato il profilo di doglianza), posto che di tali questioni non vi è traccia nella sentenza impugnata, nè il ricorrente ha trascritto gli atti di causa in cui tali questioni sarebbero state trattate. E’ principio condiviso quello secondo cui qualora una questione giuridica – implicante un accertamento di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che la proponga in sede di legittimità, onde non incorrere nell’inammissibilità per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, per consentire alla Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la censura stessa (Cass., Sez. VI, 13 dicembre 2019, n. 32804; Cass., Sez. II, 24 gennaio 2019, n. 2038).

1.3 – Il motivo è inammissibile quanto alla dedotta omessa motivazione, posto che a seguito della riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, non sono più ammissibili nel ricorso per cassazione le censure di contraddittorietà e insufficienza della motivazione della sentenza di merito impugnata, essendo il sindacato di legittimità sulla motivazione resta circoscritto alla sola verifica della violazione del minimo costituzionale in caso di mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale (Cass., Sez. III, 12 ottobre 2017, n. 23940). Nè, del resto, risultano trascritti gli atti irrogativi di sanzioni, al fine di verificare processualmente la dedotta duplicazione di sanzioni.

1.4 – Il motivo si rivela, peraltro, sotto questo aspetto ulteriormente inammissibile a termini del combinato disposto dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e dell’art. 348-ter c.p.c., comma 5, posto che, trattandosi di “doppia conforme”, devono essere indicate le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse (Cass., Sez. I, 22 dicembre 2016, n. 26774), il che nella specie fa difetto.

1.5 – Il motivo è inammissibile anche in relazione alla nullità della sentenza per non avere la sentenza di appello risposto a tutte le questioni poste dal ricorrente in appello (tralasciandosi l’omessa indicazione, da parte del ricorrente, del parametro normativo a supporto del motivo), posto che – pur essendo il giudice di legittimità giudice del fatto processuale in caso di error in procedendo, come in caso di omissione di pronuncia – è necessario che la questione dell’omessa motivazione sia esposta dal ricorrente compatibilmente con il principio di specificità dei motivi, dovendo il potere-dovere di esame diretto degli atti essere effettuato a condizione che la parte ricorrente abbia compiutamente indicato gli atti, non essendo il giudice di legittimità legittimato a procedere ex officio ad una loro autonoma ricerca (Cass., Sez. U., 25 luglio 2019, n. 20181; Cass., Sez. I, 2 febbraio 2017, n. 2771), ma solo ad una verifica degli stessi e, quindi, solo ove gli stessi siano riportati nelle parti essenziali (Cass. Sez. Lav., 5 agosto 2019, n. 20924), ovvero siano allegati al ricorso o sia stato indicato il luogo della loro produzione in giudizio (Cass., Sez. Lav., 4 luglio 2014, n. 15367). Sotto tale profilo, il ricorrente non trascrive l’atto di appello, nè ne riporta gli elementi essenziali al fine di individuare la dedotta omessa pronuncia.

1.6 – Il motivo è, in ogni caso, infondato quanto alla omessa motivazione in ordine alla duplicazione delle sanzioni, avendo il giudice di appello reso specifica motivazione sul punto (“Dalla lettura degli atti di contestazione non risulta alcuna duplicazione di imposta a carico dell’appellante. L’istituto della solidarietà è stato applicato dall’Ufficio unicamente con riferimento all’obbligazione tributaria sottesa alla sanzione, questione estranea al presente giudizio”).

2.1 – Con il secondo motivo si deduce “errata valutazione di atti in relazione alla qualifica del ricorrente ed alla duplicazione dei ruoli”, nella parte in cui la sentenza impugnata non ha considerato che le sanzioni relative a società di capitali fanno carico esclusivamente a quest’ultima, non pronunciandosi sulle deduzioni di parte ricorrente articolate nei gradi del giudizio di merito. Deduce l’erroneo richiamo nella sentenza impugnata al D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 13, nonchè violazione del D.Lgs. n. 269 del 2003, art. 7, norma che restringerebbe il perimetro di applicazione alle sole persone giuridiche, con esclusione di coobbligati solidali. Contesta la natura di amministratore di fatto della società contribuente Si duole, inoltre, del fatto che le motivazioni dell’Ufficio sarebbero state integrate in sede giurisdizionale. Contesta, infine, la motivazione della sentenza con la quale è stata ritenuta la natura della società Bastia 1940 SRL come “strumentale” per la commissione di scopi illeciti, deducendo trattarsi di società pienamente operativa.

2.2 – Il motivo è inammissibile in relazione alle diverse questioni trattate.

2.3 – In primo luogo, si osserva come il motivo non evidenzia specifici profili di doglianza di cui all’art. 360 c.p.c., nè si raffronta specificamente con la ratio decidendi della sentenza impugnata, riproponendo le argomentazioni sostenute nei gradi del giudizio di merito. Si osserva, al riguardo, che questa Corte è forma nel ritenere che con i motivi di ricorso per cassazione la parte non può limitarsi a riproporre le tesi difensive svolte nelle fasi di merito, senza considerare le ragioni offerte dalla sentenza impugnata, poichè in tal modo si determina una mera contrapposizione della propria valutazione al giudizio espresso dalla sentenza impugnata che si risolve, in sostanza, nella proposizione di un “non motivo”, come tale inammissibile ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4 (Cass., Sez. I, 24 settembre 2018, n. 22478; Cass., Sez. VI, 2 marzo 2018, n. 5001; Cass., Sez. III, 31 agosto 2015, n. 17330; Cass., Sez. III, 11 gennaio 2005, n. 359).

2.4 – In secondo luogo, il motivo è inammissibile quanto agli specifici profili denunciati dell’erroneo richiamo del D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 13 (evidentemente sotto il profilo della violazione di legge) e della natura di amministratore di fatto della società contribuente, posto che – sotto il primo profilo – il ricorrente non trascrive gli atti dei giudizi di merito (come anche l’atto impugnato), al fine di evidenziare l’erroneo richiamo della suddetta disposizione e che sotto il secondo profilo – il motivo (in ogni caso coperto dall’inammissibilità a termini dell’art. 348-ter c.p.c.) si risolve in una inammissibile revisione del ragionamento decisorio svolto dal giudice di appello circa lo status del contribuente di amministratore di fatto della società Bastia 1940 SRL.

2.5 – Altrettanto inammissibile è il motivo in relazione alla natura della società Bastia 1940 SRL non quale mero schermo per finalità illecite (e, quindi, quale società fantasma) ma quale società operativa (come il ricorrente ribadisce in memoria), posto che il ricorrente – senza, peraltro, confrontarsi con la ratio decidendi della sentenza impugnata – intende ripercorrere il ragionamento decisorio in ordine a tale specifica questione operato dal giudice del merito, peraltro coperto dal principio della “doppia conforme”.

2.6 – Quanto alla illegittima integrazione delle motivazioni dell’atto impugnato solo in sede giurisdizionale, il motivo si rivela inammissibile, non avendo il ricorrente individuato le ragioni poste a fondamento dell’atto di irrogazione sanzioni e quelle (in tesi diverse) indicate dall’amministrazione finanziaria nelle controdeduzioni. In ogni caso il ricorrente non ha impugnato la motivazione della sentenza, secondo cui “non si configura una mutatio libelli ma unicamente una esplicitazione di principi facilmente desumibili già nel pvc di contestazione e nell’avviso in causa. Nel processo tributario le parti possono integrare il supporto argomentativo delle proprie posizioni senza alterare o modificare nella sostanza la natura delle loro pretese”. E’, pertanto, passata in giudicato l’affermazione secondo cui non è stata alterata la causa petendi indicata nell’atto impugnato.

2.7 – Quanto, infine, alla dedotta violazione del D.Lgs. n. 269 del 2003, art. 7, il ricorso è infondato, avendo questa Corte affermato il principio secondo cui le sanzioni amministrative relative al rapporto tributario proprio di società o enti con personalità giuridica D.L. n. 269 del 2003, ex art. 7, sono esclusivamente a carico della persona giuridica non opera nell’ipotesi di società artificiosamente costituita, poichè in tal caso la persona giuridica è una mera fictio creata nell’interesse della persona fisica, esclusiva beneficiaria delle violazioni, sicchè non vi è alcuna differenza fra trasgressore e contribuente (Cass., Sez. VI, 18 aprile 2019, n. 10975; Cass., Sez. V, 28 agosto 2013, n. 19716). Nè rileva che l’Ufficio (come sostiene invece il ricorrente in memoria) non avrebbe dimostrato che gli illeciti abbiano “accresciuto la potenzialità economica del G.”, così come non rileva in questa sede il contenuto delle dichiarazioni rese dal ricorrente al pubblico ministero.

La sentenza impugnata ha accertato, con motivazione immune da vizi logici, che “l’appellante è stato l’unico ideatore del percorso evasivo in causa. Il suo ruolo di amministratore di fatto è stato svolto unicamente per fini propri (…) il principio generale della imputazione alla società delle sanzioni tributarie trova un limite derogatorio in fattispecie, in quanto è dimostrata la strumentalità sociale a fini personali”, ove “gli amministratori anche di fatto hanno condotto una gestione affetta da gravissime irregolarità o commesso reati fiscali o finanziari, non riconducibili nell’alveo del mandato e dell’interesse societario”.

3 – Il ricorso va, pertanto, rigettato, con spese regolate dalla soccombenza e liquidate come da dispositivo, oltre che raddoppio del contributo unificato.

PQM

La Corte, rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 5.600,00, oltre spese prenotate a debito; dà atto che sussistono i presupposti processuali, a carico del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per il versamento degli ulteriori importi a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, se dovuti.

Così deciso in Roma, il 16 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 aprile 2021

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