Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10882 del 08/06/2020

Cassazione civile sez. I, 08/06/2020, (ud. 21/01/2020, dep. 08/06/2020), n.10882

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DIDONE Antonio – Presidente –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29599/2016 proposto da:

(OMISSIS) S.n.c., in persona dei legali rappresentanti pro tempore e

soci C.C. e F.R. anche in proprio, domiciliati

in Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria Civile della Corte di

Cassazione, rappresentati e difesi dall’avvocato Giuseppe

Passaretti, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Fallimento Soc. (OMISSIS) S.n.c.; CDP S.r.l.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 206/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 05/12/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/01/2020 dal cons. Dott. VELLA PAOLA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con la sentenza impugnata, la Corte di Appello di Napoli ha rigettato il reclamo proposto dalla società (OMISSIS) S.n.c. e dai soci collettivisti avverso la sentenza con cui il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ne aveva dichiarato il fallimento.

2. Avverso detta decisione gli stessi reclamanti hanno proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi, corredato da memoria ex art. 380-bis1 c.p.c., nella quale è stato rappresentato anche il sopravvenuto decesso del socio C.C..

3. Gli intimati non hanno svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

3.1. Con il primo motivo si denuncia la “violazione ed errata applicazione della L. Fall., artt. 1-5 e art. 15, u.c. “, per non avere i giudici di merito considerato la prova fornita dai reclamanti: sul minor “reddito percepito” dalla società negli anni (OMISSIS) (anche perchè, asseritamente, “nei ricavi indicati nelle sentenze non si era tenuto conto dei costi di produzione”); sulla effettiva esposizione debitoria, notevolmente inferiore al limite previsto dalla L. Fall., art. 15, u.c.; sul fatto che solo il socio C.C. risultava protestato.

3.2. Con il secondo mezzo si censura, testualmente, la “carenza di motivazione ex art. 360 c.p.c., commi 1 – 4 – 5”, poichè la corte d’appello non aveva “formalmente apprezzato le prove documentali prodotte in atti” e si era “discostata dalle risultanze probatorie senza offrire adeguatamente motivazione di tale scelta”, ed anche violato il principio per cui “in caso di rinuncia dell’unico creditore all’istanza presentata, l’abrogazione dell’iniziativa d’ufficio comporta l’estinzione del procedimento”.

4. Le censure sono radicalmente inammissibili, prima ancora che infondate, perchè del tutto generiche e afferenti questioni di merito, sottratte al sindacato di legittimità.

4.1. Va subito chiarito che la corte d’appello, dando atto come il creditore istante C.D.P. S.r.l. avesse formalizzato la propria rinuncia in data successiva alla dichiarazione di fallimento, ha deciso conformemente al consolidato orientamento di questa Corte per cui “Nel giudizio di reclamo avverso la sentenza dichiarativa di fallimento hanno rilievo esclusivamente i fatti esistenti al momento della sua decisione, e non quelli sopravvenuti, perchè la pronuncia di revoca del fallimento, cui il reclamo tende, presuppone l’acquisizione della prova che non sussistevano i presupposti per l’apertura della procedura alla stregua della situazione di fatto esistente al momento in cui essa venne aperta; ne discende che la rinuncia all’azione o desistenza del creditore istante, che sia intervenuta dopo la dichiarazione di fallimento, è irrilevante perchè al momento della decisione del tribunale sussisteva ancora la sua legittimazione all’azione” (Cass. 16180/2017; conf. Cass. 8980/2016; cfr. Cass. 21478/2013, 33116/2018).

4.2. Nè a tal fine potrebbe accedersi alla precisazione fatta recentemente da Cass. 16122/2019 – nel senso che “In tema di revoca della sentenza di fallimento, qualora l’unico creditore istante desista dalla domanda, occorre distinguere la desistenza dovuta al pagamento del credito da quella non accompagnata dall’estinzione dell’obbligazione: in questo secondo caso la desistenza, quale atto di natura meramente processuale rivolto, al pari della domanda iniziale, al giudice, che ne deve tenere conto ai fini della decisione, è inidonea a determinare la revoca della sentenza di fallimento, ove prodotta soltanto in sede di reclamo, al contrario, la desistenza conseguente all’estinzione dell’obbligazione fa venir meno la legittimazione del creditore istante al momento della dichiarazione di fallimento se il pagamento risulti avvenuto in epoca antecedente a questa, con atto di data certa ai sensi dell’art. 2704 c.c.” – poichè, nel caso in esame, l’intervenuto soddisfacimento integrale del creditore istante risulta genericamente dedotto a pag. 3 del ricorso, senza che risultino assolti gli oneri di specificità e autosufficienza che gravano sul ricorrente in sede di legittimità.

5. Entrambi i motivi, come anticipato, impingono palesemente nel merito, alla luce del costante insegnamento di questa Corte per cui “il convincimento espresso dal giudice di merito circa la sussistenza dello stato di insolvenza costituisce apprezzamento di fatto, incensurabile in cassazione, ove sorretto da motivazione esauriente e giuridicamente corretta” (Cass. 17105/2019; Cass. 23437/2017; Cass. 7252/2014).

6. Il ricorrente non rispetta nemmeno i canoni del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) (applicabile ratione temporis) circa l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo per l’esito della controversia, non avendo assolto l’onere di indicare – nel rispetto dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), – il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e, soprattutto, la sua “decisività” (Cass. Sez. U, 8503/2014; conf., ex plurimis, Cass. 27415/2018).

7. Parimenti inammissibile è la larvata richiesta di rivisitazione del merito attraverso il materiale probatorio offerto, poichè “In tema di ricorso per cassazione, una censura relativa alla violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma solo se si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione” (Cass. 1229/2019, 27000/2016); circostanze, queste, che non sono state nemmeno allegate dai ricorrenti.

7.1. E’ stato altresì chiarito che “il principio del libero convincimento, posto a fondamento degli artt. 115 e 116 c.p.c., opera interamente sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicchè la denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice del merito non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme processuali, sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, bensì un errore di fatto, che deve essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012” (Cass. 23940/2017).

7.2. Al riguardo le Sezioni Unite di questa Corte hanno anche di recente ribadito come sia “inammissibile il ricorso per cassazione che, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio miri, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito” (Cass. Sez. U, 34476/2019).

8. Segue il rigetto del ricorso, senza statuizione sulle spese, in mancanza di difese delle parti intimate. (Cass. 16122/2019)

9. Sussistono i presupposti processuali per il cd. raddoppio del contributo unificato ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (Cass. Sez. U, 23535/2019).

PQM

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 21 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 8 giugno 2020

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