Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10871 del 23/04/2021

Cassazione civile sez. lav., 23/04/2021, (ud. 05/11/2020, dep. 23/04/2021), n.10871

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 32822/2018 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLE TRE MADONNE 8,

presso lo studio dell’avvocato MARCO MARAZZA, che la rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

L.A.C., elettivamente domiciliata in ROMA, V. PANAMA

74, presso lo studio dell’avvocato GIANNI EMILIO IACOBELLI, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 121/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 11/05/2018 R.G.N. 2259/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

05/11/2020 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PAGETTA.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. la Corte d’appello di Roma, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha condannato Poste Italiane s.p.a. all’immediata assunzione a tempo indeterminato di L.C., accertando che la stessa aveva diritto ad essere assunta con decorrenza 1 ottobre 2010; ha condannato la società al risarcimento del danno quantificato sulla base delle retribuzioni dirette ed indirette perdute in base ad un contratto di lavoro part time verticale (al 50%, da svolgersi quindi full time per sei mesi all’anno), retribuzioni pari a Euro 1.356,00 mensili, oltre successivi aumenti contrattuali, detratto quanto percepito per il contratto a tempo determinato decorrente dal 10 luglio 2017 per la parte svoltasi successivamente al 1 ottobre 2010, oltre rivalutazione ed interessi;

2. il giudice di appello, per quel che ancora rileva, dato atto in motivazione che il riferimento in dispositivo al contratto a tempo determinato decorrente dal 10 luglio 2017, in luogo di quello decorrente dal 10 luglio 2010, era frutto di errore materiale, ha ritenuto per avverata, ai sensi dell’art. 1359 c.c., la condizione sospensiva alla quale era stato sottoposto il negozio di assunzione della L., condizione rappresentata dalla idoneità della lavoratrice alla guida di motomezzo aziendale; la relativa verifica non si era, infatti, svolta con caratteri di trasparenza ed obiettività ed il conseguente giudizio negativo appariva del tutto pretestuoso; a tanto conseguiva la condanna della società oltre che all’assunzione della originaria ricorrente al risarcimento del danno quantificato come in dispositivo;

3. per la cassazione della decisione ha proposto ricorso Poste Italiane s.p.a. sulla base di tre motivi; la parte intimata ha resistito con tempestivo controricorso; entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 380- bis.1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. con il primo motivo di ricorso la società Poste Italiane s.p.a. deduce violazione e/o falsa applicazione dell’accordo collettivo 13 gennaio 2006, che assume erroneamente interpretato dal giudice di merito; con tale accordo, intervenuto tra Poste Italiane s.p.a. e le Organizzazioni sindacali, non si era inteso riconoscere in favore dei lavoratori (che avevano in precedenza prestato attività di lavoro in favore della società sulla base di contratti a termine) alcun diritto all’assunzione ma solo il diritto, previa sottoscrizione di un verbale di conciliazione individuale, ad essere inseriti in graduatorie nazionali dalle quali Poste Italiane avrebbe attinto per la costituzione di futuri rapporti di lavoro, sia flessibili che stabili; analogamente, con il successivo accordo del 10 luglio 2008; neppure dall’accordo sindacale del 2006 e dagli accordi transattivi conclusi dalla ricorrente scaturiva l’automatico diritto alla costituzione ex tunc di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, non suscettibile di esecuzione in forma specifica ai sensi dell’art. 2932 c.c., ma solo di tutela risarcitoria;

2. con il secondo motivo deduce omesso esame di fatti decisivi per il giudizio oggetto di discussione tra le parti e violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’omesso accertamento delle capacità della L. a guidare il motomezzo aziendale. Premesso che non era contestato che le mansioni di adibizione potevano comportare la necessità di utilizzo di veicoli a motore, deduce che, in ogni caso, costituiva onere della L. allegare e dimostrare che l’espletamento delle mansioni di portalettere poteva avvenire anche con automezzo diverso dallo specifico motociclo in uso presso Poste Italiane; sotto diverso profilo nega che fosse rimasta incontestata la circostanza della conduzione del motomezzo da parte della L. nel periodo in cui aveva lavorato per Poste sulla base di contratto a termine; lamenta, quindi, la mancata ammissione della prova articolata da essa società sul punto; rappresenta che la lavoratrice nel corso del giudizio aveva modificato le deduzioni relative alle attività in concreto svolte nei periodi di assunzione a termine;

3. con il terzo motivo di ricorso deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 41 Cost. e dell’accordo collettivo del 13 gennaio 2006, censurando la sentenza impugnata per avere affermato che la prova della capacità di utilizzo del mezzo era stata espletata senza alcuna garanzia di imparzialità e che il relativo giudizio era stato espresso in modo totalmente apodittico; evidenzia che le scelte imprenditoriali non sono sindacabili, non potendo il giudice del merito interloquire sui criteri di gestione dell’impresa, espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall’art. 41 Cost..

4. il primo motivo di ricorso è inammissibile;

4.1. le censure articolate risultano, infatti, prive di pertinenza con le ragioni che stanno alla base della decisione. L’errore che si ascrive alla Corte di merito è quello di avere ritenuto che il diritto all’assunzione scaturisse direttamente e dall’accordo sindacale del 2006. Tale affermazione, tuttavia, non è rinvenibile nella sentenza impugnata la quale, anzi, muove dal presupposto, ripetutamente ribadito, che l’accordo sindacale 2006 prevedeva esclusivamente l’obbligo di Poste Italiane di redigere una graduatoria dalla quale attingere per le future assunzioni e che dallo stesso non scaturiva immediatamente il diritto all’assunzione (v. sentenza, pagg. 3 e 4); secondo la ricostruzione del giudice di appello, il diritto ad essere assunto si radicava esclusivamente nel contratto individuale, affermazione non investita da censura e coerente con la complessiva prospettazione dell’odierna ricorrente;

5. il secondo motivo di ricorso è inammissibile;

5.1. la sentenza impugnata ha interpretato il contratto individuale di assunzione sottoscritto dalla L. come sottoposto alla condizione sospensiva della verifica circa l’idoneità della lavoratrice all’utilizzo del mezzo aziendale in relazione alle mansioni di portalettere ed ha mostrato di ritenere, con l’evocazione dell’art. 1359 c.c., che il mancato avveramento della condizione fosse imputabile alla parte che aveva interesse contrario al suo avveramento vale a dire la società Poste. Ha ritenuto pretestuosa la valutazione negativa di mancato superamento della prova di guida di veicolo espressa dalla società e richiamate le modalità non trasparenti ed obiettive del relativo espletamento nonchè l’assenza di un giudizio motivato di inidoneità, tenuto conto che la L. aveva già usato un motomezzo durante il periodo nel quale era stata assunta a termine; ha, inoltre osservato che l’area di inquadramento contrattuale della L. prevedeva (anche) la possibilità di guida di automezzi e che la società non aveva dimostrato la essenzialità imprescindibile della guida di un motomezzo al fine dell’espletamento delle mansioni di adibizione;

5.2. le considerazioni sulla base della quali la Corte di merito ha ascritto a Poste Italiane il mancato avveramento della sospensione non sono validamente censurate dalla società; occorre a riguardo rimarcare che la valutazione di pretestuosità delle ragioni che avevano indotto Poste Italiane a ritenere non positivamente superata la prova di guida del mezzo aziendale è insindacabile in quanto espressione di apprezzamento discrezionale riservato al giudice di merito; parimenti inammissibile la denunzia di vizio motivazionale ove riferita all’omesso esame della circostanza che nel periodo di assunzione a termine la L. non aveva guidato un motomezzo aziendale, per la dirimente considerazione che parte ricorrente non chiarisce con quali modalità la circostanza poteva ritenersi acquisita al giudizio, come invece prescritto (ex plurimis Cass. Sez. Un. 8053/2014), non potendo tale acquisizione stessa farsi discendere dalla mera allegazione, formulata con la memoria di costituzione in primo grado dalla società, circa il fatto che la L. non aveva mai svolto mansioni di portalettere;

5.3. inammissibile è la censura che ascrive alla sentenza impugnata il rigetto delle istanze istruttorie relative alla pregressa conduzione di un motomezzo aziendale da parte della lavoratrice, non avendo parte ricorrente assolto all’onere su di essa gravante di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, il giudice di legittimità deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (Cass. n. 19985/2017, n. 17915/2010);

6. il terzo motivo di ricorso è inammissibile in quanto generico e privo di pertinenza con la decisione la quale non si fonda su affermazione in contrasto con il principio della libera iniziativa imprenditoriale tutelato dall’art. 41 Cost., ma risulta incentrata sull’obbligo di Poste di assumere la L., obbligo dalla stessa contrattualmente assunto nell’esplicazione dell’autonomia privata e non inficiato dalla valutazione, ritenuta pretestuosa, di non idoneità della lavoratrice all’utilizzo del veicolo aziendale;

7. alla declaratoria di inammissibilità del ricorso segue il regolamento delle spese di lite secondo soccombenza;

8. sussistono i presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis (Cass. Sez. Un. 23535/2019).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese di lite che liquida in Euro 4.000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% e accessori come per legge. Con distrazione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della società ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 5 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 aprile 2021

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