Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10814 del 05/05/2010

Cassazione civile sez. trib., 05/05/2010, (ud. 03/02/2010, dep. 05/05/2010), n.10814

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente –

Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere –

Dott. MARIGLIANO Eugenia – rel. Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

COMUNE DI GENOVA in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIALE GIULIO CESARE 14 A-4 presso lo studio

dell’Avvocato PAFUNDI GABRIELE, che lo rappresenta e difende

unitamente all’Avvocato PESSAGNO MARIA PAOLA giusta delega a margine

del ricorso;

– ricorrente –

contro

LA TECNICA DI TORALBO ROBERTO & C. S.N.C.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 89/2001 della COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE

di GENOVA, depositata il 30/01/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/02/2010 dal Consigliere Dott. MARIGLIANO Eugenia;

udito per il ricorrente l’Avvocato Gabriele PAFUNDI, che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CICCOLO Pasquale Paolo Maria, che ha concluso per il rigetto del

primo motivo di ricorso e l’accoglimento del secondo e del terzo

motivo di ricorso.

 

Fatto

La società La Tecnica di Roberto Toralbo & C. s.n.C., esercente l’attività produttiva di semilavorati, quali serramenti in metallo, alluminio ecc., e, pertanto, produttrice di rifiuti speciali, impugnava innanzi alla C.T.P. di Genova l’avviso di accertamento n. (OMISSIS), per la T.A.R.S.U relativa all’anno 2001 riguardante un locale adibito a laboratorio di mq. 795, sostenendo l’intassabilità delle superfici ove vengono prodotti rifiuti speciali, allo smaltimento dei quali provvedeva la società a proprie cure e spese e che la tariffa era stata impugnata innanzi al T.A.R. della Liguria.

Lamentava, inoltre, l’omessa applicazione della riduzione del 30% ex art. 11, comma 3, lett. d), del Regolamento comunale n. 34/2001 e la mancanza di legittimazione attiva del Comune a pretendere l’addizionale dei 15% di competenza della Provincia. Resisteva il Comune, sostenendo la legittimità del l’applicazione delle tariffe del 2000, a seguito dell'”annullamento di quelle del 2001 da parte del Consiglio di Stato.

La C.T.P. accoglieva parzialmente il ricorso riducendo la superficie tassabile a mq. 792 e disponendo l’applicazione delle tariffe del 2000 in applicazione del D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 69 dato l’intervenuto annullamento da parte del giudice amministrativo delle tariffe del 2001.

La società proponeva appello chiedendo la riforma della sentenza di primo grado Si costituiva il Comune, contrastando quanto argomentato dall’appellante.

La C.T.R. accoglieva il gravame annullando l’avviso di accertamento sul presupposto della non applicabilità nella specie del disposto del D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 69 applicabile solo nell’ipotesi di mancata deliberazione del Comune e dell’intassabilità dell’area produttiva e di quella adibita a stoccaggio perchè i residui di lavorazione erano compresi nelle tabelle allegate al D.Lgs. n. 22 del 1997 e la società aveva prodotto a proprie spese allo smaltimento degli stessi.

Avverso detta decisione il Comune propone ricorso per Cassazione sulla base di tre motivi. Non risulta costituita la società La Tecnica.

Diritto

Con il primo motivo si lamenta la violazione dell’art. 83 c.p.c., per non avere la C.T.R. rilevato che dall’atto di appello risultava solo il conferimento dell’incarico difensivo e non anche la procura ad impugnare, con conseguente mancanza di legittimità per il difensore a proporre appello.

Con la seconda censura si evidenzia la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 69, D.Lgs. n. 22 del 1999, art. 21 e dell’art. 2967 c.c., contestando l’affermazione della C.T.R. relativa all’intassabilità del locale de quo perchè i residui di lavorazione erano compresi nelle tabelle allegate al D.Lgs. n. 22 del 1997 e la società aveva provveduto a proprie spese allo smaltimento degli stessi, mentre trattandosi di esenzione ad imposta incombeva sulla società La Tecnica provare sia la spettanza del beneficio che la delimitazione delle aree per le quali il tributo non grava, onere non assolto. Peraltro, aggiunge il Comune, è stata sempre ribadita l’assimilabilità dei rifiuti prodotti dall’attività svolta dalla società a quelli urbani, già approvata con la Delib.

n. 3507 del 1985, poi confermata con Delib. Consiglio Comunale 19 giugno 2000, n. 80 in quanto il quantitativo annuo prodotto era al di sotto del massimo previsto e tale limite avrebbe dovuto essere stato impugnato innanzi al giudice amministrativo.

Con l’ultimo motivo si denuncia la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 507 del 1993, artt. 62, 65 e 69, per avere la C.T.R. lamentina non dovuta la TA.R.S.U. perchè in caso di annullamento della tariffa non era possibile l’applicazione di quella dell’anno precedente ex art. 69, essendo questa consentita solo in caso di mancata deliberazione, mentre detto annullamento incideva solo sul quantum e non invece sull’an. Non essendo stata formulata la domanda nel senso di ottenere una nuova quantificazione, la richiesta dell’annullamento della pretesa impositiva era da considerare inammissibile, dato che il presupposto dell’imposizione è previsto dal D.Lgs. citato, art. 62 e non dagli atti comunali, in presenza della pacifica circostanza che la società è detentrice di locali e di aree scoperte nell’agro di (OMISSIS) in cui il servizio è istituito e svolto in modo continuativo.

Il primo motivo di ricorso e infondato.

Lamenta sostanzialmente il Comune ricorrente il fatto che il difensore della società non aveva il potere di proporre l’appello in quanto pur essendo delegato alla difesa della contribuente, giusta procura posta a margine dei ricorso introduttivo, richiamata nell’atto d’impugnazione, non avrebbe avuto l’espresso mandato ad impugnare la sentenza di primo grado, essendo stato conferito solo l’incarico difensivo.

Sulla base del riportato testo della procura nel motivo di ricorso, giova osservare che l’art. 83 c.p.c., u.c., stabilisce una presunzione di conferimento della procura solo per il primo grado di giudizio che deve considerarsi operante quando vengano utilizzati termini assolutamente generici o quando la procura si limiti a conferire la rappresentanza processuale senza alcuna altra indicazione. (Cass. 2432/99). E’ noto che tale presunzione può essere superata quando dalla procura si evinca chiaramente la volontà del conferente di attribuire il potere di rappresentanza anche per i successivi gradi di giudizio.

In tal senso l’interpretazione della procura alle liti di cui all’art. 83 c.p.c. (e, cioè, di un atto di parte) e soggetta al principio ermeneutico stabilito per gli atti di parte dagli artt. 1367 c.c. e segg. e dell’art. 159 c.p.c., e, pertanto, deve essere compiuta nel rispetto della regola di conservazione del negozio (cfr.

cass. civ. sent. n. 7772 del 2003) per cui è sempre stato pacificamente ritenuto da questa Corte che l’impiego della espressione “per il presente giudizio” od altra equivalente nella procura “ad litem” resa in primo grado vale ad abilitare il difensore alla proposizione dell’appello senza necessità del rilascio di una ulteriore delega, quando dal contesto dell’atto non risulti l’esistenza di ulteriori elementi limitativi. (cfr. ex plurimis.

Cass. civ, sent. nn. 8806 del 2000, 3537 del 2002 e 1270 del 2005).

Nel caso specie, emerge chiaramente dal testo della procura, riportata dalla parte ricorrente che il mandato era stato conferito per il presente procedimento in ogni sua fase e grado, esecuzione ed appello compresi…”, per cui data la chiara volontà della società di essere assistita anche per l’appello, non appare ragionevole interpretare in senso restrittivo, per come vorrebbe il Comune, tale espressione in contrasto, peraltro, non solo con il tono letterale del testo e dell’intenzione delle parti, ma anche con la preponderante interpretazione data da questi Corte in casi similari, nè dal testo riportato emerge un qualsiasi indizio da cui dedurre una qualsiasi limitazione.

Anche il secondo motivo è infondato.

Lamenta sostanzialmente il Comune che la C.T.R. abbia ritenuto i rifiuti terrosi provenienti dal ciclo lavorativo della società come suscettibili di essere assoggettati alla TA.R.S.U. perchè compresi nelle tabelle del D.Lgs. n. 22 del 1997, malgrado il fatto che tale ente con propri provvedimenti amministrativi ne aveva dichiarato l’assimilazione a quelli urbani.

Occorre premettere che le disposizioni relative allo smaltimento dei rifiuti hanno subito nel tempo numerose modifiche legislative; così ai fine di attuare le direttive CEE 75/442, 76/403 e 78/319 veniva emanato, in base alla Legge Delega n. 42 del 1982, il D.P.R. 10 settembre 1982, n. 915, che all’art. 8 classificava i rifiuti in urbani, speciali, tossici e nocivi, definendo, al comma 4, punto 1 come rifiuti speciali “i residui derivanti da lavorazioni industriali; quelli derivanti da attività agricole, artigianali, commerciali e di servizi che, per quantità o qualità, non siano dichiarati assimilabili ai rifiuti urbani”, al cui smaltimento (stesso D.P.R., art. 3, comma 3) erano tenuti a provvedere a proprie spese i rispettivi produttori, direttamente o attraverso imprese o enti autorizzati dalla regione o mediante conferimento ai gestori del servizio pubblico con i quali fosse stata stipulata apposita convenzione.

Il D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, art. 60 equiparava ai rifiuti urbani i rifiuti derivanti da attività artigianali, commerciali e di servizi che fossero dichiarati assimilabili ai rifiuti urbani interni, con apposito regolamento, dai comuni, mantenendo il regime convenzionale per i rifiuti speciali non equiparabili.

Su tale impianto normativo interveniva la L. 22 febbraio 1994, n. 146 il cui art. 39 abrogava il citato D.Lgs. 517 del 1993, art 60 disponendo l’assimilazione ope legis ai rifiuti urbani dei rifiuti speciali “indicati al n. 1, punto 1.1.1, lettera a), della Delib.

del 27 luglio 1984 del Comitato interministeriale di cui al D.P.R., 10 settembre 1982, n. 915, art. 5, nonchè gli accessori per l’informatica. A sua volta, tale delibera aveva fatto riferimento ai punti 1, 3, 4 e 5 del ricordato D.P.R. 10 settembre 1982, n. 915, art. 2, comma 4 (residui derivanti da lavorazioni industriali da attività agricole, artigianali, commerciali e di servizi, che per quantità e qualità non fossero inizialmente assimilabili ai rifiuti urbani; materiali provenienti da demolizioni, costruzioni e scavi;

macchinari e apparecchiature deteriorati o obsoleti; veicoli a motore, rimorchi; e simili fuori uso; residui dall’attività di trattamento dei rifiuti).

Venivano così assimilati ai rifiuti urbani sostanzialmente tutti i rifiuti speciali, esclusi quelli ospedalieri e quelli tossici e nocivi di cui al D.P.R. n. 915 del 1982, art. 2, comma 4, punto 2, e al comma 5 (non incisi, come visto, dalla delibera interministeriale). A seguito di tale nuovo regime non poteva interferire l’apprezzamento discrezionale dei Comuni circa l’assimilabilità o meno del rifiuti speciali, riferendosi l’autosmaltimento anche in regime di convenzione, menzionato alla L. n. 146 del 1994, art. 39, n. 2, esclusivamente alle ultime tre categorie predette.

La L. n. 146 del 1994, art. 39, veniva successivamente abrogato da parte della L. 24 aprile 1998, n. 128, art. 17, comma 3, entrata in vigore il 22 maggio 1988, che ha reso operativo il D.Lgs. 5 febbraio 1997, n. 22 (c.d. Decreto Ronchi) e, conseguentemente, reintrodotto (vedi artt. 7 e 21 di detto decreto) la necessità di un provvedimento dell’ente impositore di assimilazione ai rifiuti urbani dei rifiuti speciali derivanti da attività commerciali, industriali e di servizi, tra le quali è astrattamente iscrivibile quella esercitata dalla contribuente per come risulta anche dall’impugnata sentenza.

Tuttavia tale ultimo D.Lgs., all’art. 21, comma 2, dispone che “I comuni disciplinano la gestione dei rifiuti con appositi regolamenti che…stabiliscono in particolare:…legg. g.: l’assimilazione per qualità e quantità dei rifiuti speciali non pericolosi ai rifiuti urbani ai fini della raccolta e dello smaltimento sulla base dei criteri fissati ai sensi dell’art. 18, comma 2, lett. d, e tale disposizione sancisce le competenze dello Stato ed, in particolare, per quanto rileva nel presente giudizio, al comma 2, lett. g, attribuisce all’autorità statale la determinazione dei criteri qualitativi e quali-quantitativi per l’assimilazione, ai fini della raccolta dello smaltimento, dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani, per cui per determinare detti criteri bisogna rifarsi a quanto stabilito nel n. 1, punto 1.1.1., lett. a, della deliberazione del 27 luglio 1984 del comitato interministeriale di cui al D.P.R. 10 settembre 1982, n. 915, art. 5, tutt’ora in vigore.

Tutto ciò premesso, poichè le delibere del Comune di Genova non hanno fatto riferimento ai criteri stabiliti dalla legge, ma l’assimilazione è avvenuta senza alcuna limitazione, senza tener conto dell’effettiva composizione di determinati industriali, come quelli prodotti dalla società La Tecnica, costituiti da materiali di risulta di spezzoni di ferro o metallici, e senza valutare il contenuto dell’elenco della Delib. Comitato Interministeriale 27 luglio 1984 redatto dal Comitato Interministeriale di cui al D.P.R. n. 915 del 1983 (Criteri generali per l’assimilabilità dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani), deve affermarsi che, laddove si tratti, come nella specie, di rifiuti speciali che non possono essere assimilati a quelli urbani per non essere compresi nell’elenco di cui alla più volte citata Delib. Interministeriale, sussiste l’intassabilità prevista dal D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 62, prima parte, per i metri quadri afferenti l’attività industriale della società.

Stante il rigetto del secondo motivo, è superfluo procedere all’esame della terza censura che può dichiararsi assorbita.

Tutto ciò premesso, dichiarata assorbita ogni altra eventuale doglianza, il ricorso deve essere rigettato. Non si statuisce sulle spese, dato che la società intimata non ha svolto nella presente fase di giudizio alcuna attività difensiva.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di Cassazione, sezione tributaria, il 3 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 5 maggio 2010

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA