Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10807 del 04/05/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 04/05/2017, (ud. 22/02/2017, dep.04/05/2017),  n. 10807

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – rel. Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1558/2016 proposto da:

S.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TACITO 90,

presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE VACCARO, rappresentato e

difeso dall’avvocato GIUSEPPE BUFO, giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

BAR.S.A. SPA, in persona del legale rappresentante ed amministratore

unico, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PIETRO BORSIERI 3,

presso lo studio dell’avvocato TIZIANA DONNINI, rappresentata e

difesa dall’avvocato CARMINE PERRONE CAPANO, giusta procura in calce

al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2440/2015 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 20/10/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 22/02/2017 dal Consigliere Dott. GIULIO FERNANDES.

Fatto

RILEVATO

che il Tribunale di Trani dichiarava la nullità insanabile del ricorso proposto da S.A. nei confronti della Bar.S.A. s.p.a. avendo ritenuto che dall’esame complessivo dello stesso era impossibile l’individuazione esatta della pretesa attorea in quanto privo dell’esatta esposizione degli elementi di fatto e di diritto posti a fondamento della domanda;

che, con sentenza del 20 ottobre 2015, la Corte di Appello di Bari, rigettava la domanda proposta da S.A. nei confronti della Bar. S.A. s.p.a. ed intesa ad accertare l’illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro stipulato fra le parti a decorrere dal 15 settembre 2005 avendo rilevato: che il ricorso introduttivo del giudizio, comunque, nonostante l’esposizione dei fatti alquanto confusa, conteneva, alla stregua della documentazione allegata, un’adeguata esposizione dei fatti costitutivi della domanda di accertamento della nullità del termine apposto al contratto di lavoro del 15 settembre 2005; che tale contratto non era affetto da nullità essendo stata effettuata l’assunzione ai sensi della L. 23 luglio 1991, n. 223, art. 8, comma 2; che, come affermato dalla giurisprudenza di legittimità, tale norma aveva introdotto una fattispecie di assunzione a termine del tutto autonoma ed ulteriore rispetto alle ipotesi contemplate dalla L. 18 aprile 1962, n. 230, svincolata da ogni riferimento a cause oggettive e necessitante, per la sua legittimità, solo un requisito oggettivo (lo stato di disoccupazione del lavoratore e la sua iscrizione nelle liste di mobilità, dati questi pacifici in giudizio) con una durata massima fissata in 12 mesi;

che per la cassazione di tale decisione propone ricorso lo S. affidato a tre motivi cui la Bar.S.A. s.p.a. resiste con controricorso;

che è stata depositata la proposta del relatore ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in Camera di consiglio;

che lo S. ha depositato memoria ex art. 380 bis c.p.c.;

che il Collegio ha deliberato di adottare la motivazione semplificata.

Diritto

CONSIDERATO

che: con il primo motivo di ricorso si deduce violazione dell’art. 112 c.p.c., art. 12 preleggi, L. n. 223 del 1991, art. 8 e del D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 1 e art. 5, comma 4 (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4) in quanto la Corte territoriale non avrebbe dato ingresso alla domanda di nullità del termine al contratto di lavoro anche in relazione all’intero periodo continuativo dal 15 settembre 2005 al 16 giugno 2006, comprensivo della proroga e del tirocinio formativo relativo alla proroga, avendola ritenuta non proposta ed avrebbe “..”misconosciuto” le allegazioni relative di cui alle buste paga foglio 7 -12 del fascicolo di parte di primo grado ed al contratto del 15.10.15 di cui al foglio 25 del fascicolo di parte di primo grado..” dalle quali si evinceva la detta proroga ed il tirocinio, negando ingresso alle richieste di prova erroneamente ritenute non formulate in appello; tale ultima censura viene proposta nel secondo motivo anche sotto il profilo dell'”omesso esame ex art. 360, comma 1, n. 5 e violazione dell’art. 115 c.p.c., art. 12 preleggi..”; con il terzo mezzo si deduce violazione dell’art. 91 c.p.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) per avere il giudice del gravame “…condannato il lavoratore quando avrebbe dovuto condannare il datore di lavoro..” alle spese di lite;

che il primo ed il secondo motivo, da trattare congiuntamente in quanto logicamente connessi, sono inammissibili alla luce del costante insegnamento di questa Corte secondo cui, nel giudizio di legittimità, va tenuta distinta l’ipotesi in cui si lamenti l’omesso esame di una domanda da quella in cui si censuri l’interpretazione che ne ha dato il giudice del merito: nel primo caso, si verte in tema di violazione dell’art. 112 c.p.c. e si pone un problema di natura processuale per la soluzione del quale la Corte di Cassazione ha il potere-dovere di procedere all’esame diretto degli atti, onde acquisire gli elementi di giudizio necessari ai fini della pronuncia richiesta; nel secondo caso, invece, poichè l’interpretazione della domanda e l’individuazione del suo contenuto integrano un tipico accertamento di fatto riservato, come tale, al giudice del merito, in sede di legittimità va solo effettuato il controllo della correttezza della motivazione che sorregge sul punto la decisione impugnata. (Cass. n. 21874 del 27/10/2015; Cass. n. 7932 del 18/05/2012; Cass. n. 15603 del 07/07/2006 (Rv. 592485)); ed infatti, entrambi i motivi all’esame finiscono con il lamentare una errata interpretazione della domanda piuttosto che un omesso esame di un capo della medesima, interpretazione che è riservata al giudice del merito e non è sindacabile in questa sede ove correttamente motivata;

che, nel caso in esame, l’impugnata sentenza risulta sorretta da una esaustiva motivazione avendo la Corte di appello elencato le ragioni per le quali l’unica domanda “sufficientemente chiara” e da ritenere, quindi, proposta era quella di accertamento della nullità del termine apposto al contratto di lavoro stipulato in data 15 settembre 2005 con scadenza al 14 ottobre 2005, precisando: che mancava un’espressa allegazione circa la successiva proroga dell’11 ottobre 2005 fino a tutto il 13 novembre 2005 anche e soprattutto in sede di conclusioni e non essendo stata formulata alcuna espressa domanda in ordine al successivo stage formativo avviato il 17 maggio 2006 e cessato il 16 settembre 2006;

che quanto alla documentazione “misconosciuta” ed alle richieste istruttorie erroneamente non ammesse si osserva che l’impugnata sentenza ha motivato il loro rigetto avendole ritenute non idonee “..a supportare l’assunto (dedotto al punto 7 del ricorso) della continuità del rapporto e dell’assenza di una soluzione di continuità tra la scadenza (della successiva proroga, v. sopra) e inizio del progetto formativo (v. sopra)” sicchè la censura, quindi, finisce con il sollecitare una nuova valutazione delle risultanze e delle richieste istruttorie e la contestazione si risolve nella inammissibile prospettazione di un preteso migliore e più appagante coordinamento dei dati acquisiti; peraltro, con riferimento alla prova testimoniale il ricorso è, sul punto, carente di specificità non essendo stati neppure trascritti i relativi capitoli onde consentire a questa Corte una valutazione della loro rilevanza e decisività;

che il terzo motivo è evidentemente infondato avendo il giudice del gravame condannato lo S. alle spese del grado in applicazione del principio della soccombenza;

che, per completezza, va rilevato come nella memoria ex art. 380 bis c.p.c., il ricorrente riprenda delle argomentazioni già contenute in ricorso con le quali si critica i principi affermati da questa Corte sulla cui scorta il giudice del gravame ha ritenuto legittima l’apposizione del termine al contratto di lavoro stipulato il 15 settembre 2005 (Cass. n. 16871 del 20/06/2008; Cass. n. 3374 del 06/03/2003; più di recente, Cass. n. 22639 del 05/11/2015) argomentazioni, però, non trasfuse in specifici motivi di censura dell’impugnata sentenza e, quindi, inammissibili essendo il giudizio per cassazione a critica vincolata delimitato e vincolato dai motivi di ricorso e, comunque, non di gravità tale da comportare un mutamento del richiamato orientamento di legittimità;

che, alla luce di quanto esposto, il ricorso va rigettato;

che le spese del presente giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo in favore della controricorrente;

che sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013) trovando tale disposizione applicazione ai procedimenti iniziati in data successiva al 30 gennaio 2013, quale quello in esame, avuto riguardo al momento in cui la notifica del ricorso si è perfezionata, con la ricezione dell’atto da parte del destinatario (Sezioni Unite, sent. n. 3774 del 18 febbraio 2014); inoltre, il presupposto di insorgenza dell’obbligo del versamento, per il ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (Cass. n. 10306 del 13 maggio 2014).

PQM

La Corte, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese del presente giudizio liquidate in Euro 200,00 per esborsi, Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese forfetario nella misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 22 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 4 maggio 2017

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