Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10741 del 05/06/2020

Cassazione civile sez. I, 05/06/2020, (ud. 08/01/2020, dep. 05/06/2020), n.10741

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6164/2015 proposto da:

C.S., Cu.An.Ma., Cu.An.,

Cu.Ca.Ri.Pa., Cu.Do.Gi.,

Cu.Ma.Co., Cu.Si., elettivamente domiciliati in Roma, via

Crescenzio, 9, presso lo studio dell’avvocato Caldarera Mario, che

li rappresenta e difende unitamente all’avvocato Munafò Francesco,

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Snam Rete Gas s.p.a., in persona del legale rappresentante pro

tempore, domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria

civile della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa dagli

avvocati Nichetti Ugo, Parise Achille, giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6/2014 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 13/01/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

08/01/2020 dal Cons. Dott. DE MARZO GIUSEPPE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CARDINO Alberto, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso

o in subordine accoglimento del terzo motivo;

udito Avvocato Alessio Papa per i ricorrenti con delega, che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza depositata il 13 gennaio 2014 la Corte d’appello di Messina, in riforma della decisione di primo grado: a) ha costituito, in favore di SNAM Rete Gas s.p.a. (d’ora innanzi, la Snam), ai sensi dell’art. 2932 c.c., la servitù di metanodotto sul fondo sito in (OMISSIS) (in catasto al foglio (OMISSIS), mappale (OMISSIS)); b) ha rigettato le domande proposte da Cu.Do., Cu.Ma., C.S., quale erede di Cu.Co., nonchè, quali coeredi di quest’ultimo e di Cu.Gi., da Cu.An., Cu.An.Ma., Cu.Ma.Co., Cu.Ca.Ri.Pa., Cu.Si., Cu.Do.Gi. (d’ora innanzi, i Cu.); c) ha condannato questi ultimi alla restituzione, in favore della Snam, della somma da quest’ultima versata in esecuzione della sentenza di primo grado, oltre accessori come per legge.

2. Per quanto ancora rileva, la Corte territoriale ha osservato: a) che erroneamente il giudice di primo grado non aveva riconosciuto effetto alla convenzione del 7 novembre 1984, con la quale le parti avevano concordato la costituzione della servitù, ritenendo che ad essa le parti non avessero dato seguito, come dimostrato dall’avvio, da parte della Snam, della procedura espropriativa; b) che, in realtà, l’accordo con il quale i concedenti (all’epoca, Cu.Co., Cu.Gi., Cu.Do. e Cu.Ma.) avevano consentito alla Snam, nel caso di costruzione del metanodotto, di attraversare i fondi siti in (OMISSIS) (foglio (OMISSIS), mappale (OMISSIS)), aveva efficacia obbligatoria e rendeva irrilevante il successivo Decreto 30 ottobre 1985, n. 100, con il quale la Snam era stata autorizzata dall’Assessore all’Industria della Regione siciliana all’occupazione temporanea ed urgente del fondo; c) che, peraltro, tale decreto era stato richiesto e ottenuto per rendere legittima l’occupazione anche nei confronti della Mediterranea Petroli s.p.a., in ragione dell’incertezza all’epoca esistente sulla effettiva titolarità del bene; d) che, comunque, ai sensi dell’art. 1372 c.c., il contratto non avrebbe potuto essere risolto per determinazione unilaterale della parte che aveva firmato la scrittura; e) che era insussistente la nullità della convenzione del 1984 per asserita indeterminatezza o indeterminabilità dell’oggetto, dal momento che essa conteneva i dati essenziali per la costituzione della servitù; f) che, pertanto, la servitù non doveva essere costituita, secondo quanto ritenuto dal giudice di primo grado, ai sensi dell’art. 1032 c.c. (e ciò a causa del numero chiuso delle servitù coattive), ma, ai sensi dell’art. 2932 c.c.; g) che, pertanto, la somma dovuta era quella concordata di 1.100.000 lire e non quella determinata dal Tribunale in 330.406,00 Euro, a titolo di indennità per l’occupazione ai fini dell’asservimento e per l’imposizione della servitù.

3. Avverso tale sentenza i Cu. (con la precisazione che, nel frattempo, deceduti Cu.Do. e Cu.Ma., le restanti parti sopra menzionate hanno impugnato anche quali eredi di questi ultimi) hanno proposto ricorso per cassazione affidato a sei motivi, cui la Snam ha resistito con controricorso. Tutte le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione della L. n. 2359 del 1865, artt. 51, 71, 72 e 73 e del D.P.R. n. 327 del 2001, artt. 44 e segg.; violazione e falsa applicazione degli artt. 1256,1372,1373,1453, 1463 c.c. e del principio di tipicità degli atti amministrativi. Rilevano i ricorrenti: a) che erroneamente la Corte territoriale aveva ritenuto irrilevante il decreto di occupazione temporanea e d’urgenza, facendo riferimento ad una situazione di incertezza nella titolarità dei beni, smentita sia dal fatto che il decreto (al pari degli atti successivi) era stato notificato nei confronti dei Cu., sia dal fatto che, all’epoca del decreto di occupazione, la titolarità del diritto dominicale era stata acclarata con sentenza del giudice amministrativo passata in giudicato; b) che la convenzione – peraltro non sottoscritta dalla Snam – doveva ritenersi caducata per effetto dell’avvio del procedimento amministrativo, destinato ad esprimere una risoluzione per impossibilità sopravvenuta o per mutuo dissenso o comunque una rinuncia da parte della Snam; c) che, d’altra parte, non era mai intervenuto il contratto costitutivo della servitù, laddove l’opera pubblica programmata era stata realizzata; d) che il recesso, ancorchè implicito, da parte dell’Amministrazione era riconducibile alla L. n. 241 del 1990, art. 11, comma 4; e) che, in ogni caso, la mancata attuazione della convenzione da parte della Snam aveva comportato un inadempimento idoneo a determinarne la risoluzione; f) che del tutto irrilevanti, alla luce del principio di tipicità degli atti amministrativi, sono le ragioni – esterne all’atto e comunque non esplicitate – che avevano condotto alla sua emanazione; g) che, del resto, l’inadempimento della Snam doveva essere colto anche nel mutamento della localizzazione, della lunghezza e dell’andamento del metanodotto; h) che la scrittura privata, in quanto collegata all’esecuzione di un’opera pubblica, perde efficacia, qualora, come nella specie, non giunga a compimento il procedimento amministrativo; i) che, in definitiva, l’Amministrazione doveva ritenersi obbligata alla rimozione della conduttura, alla restituzione delle aree e al risarcimento dei danni.

2. Con il secondo motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 c.c., rilevando che, anche a voler ritenere che la convenzione del 1984 avesse conservato la sua efficacia, nonostante l’avvio del procedimento espropriativo, comunque essa faceva salvi i danni recati nel corso dei lavori o successivamente agli stessi, così come il grave deprezzamento subito dal fondo.

Osservano i ricorrenti: a) che essi, sin dall’atto di citazione, avevano reclamato il risarcimento dei danni per la devastazione e la temporanea occupazione del fondo; b) che tali richieste, pur riconosciute in primo grado, erano state confermate in sede di costituzione in appello; c) che, in definitiva, spettava loro il risarcimento relativo alla svalutazione dell’area residua di 2.962 mq., al deprezzamento e alla diminuzione di valore della restante porzione di terreno ubicata a monte della conduttura per “i danni recati dalla Snam ai ricorrenti per tutte quelle opere eseguite sul terreno e non coperte, poichè non previste, nella convenzione”.

3. Con il terzo motivo, si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., artt. 1321,1418,1325 c.c., art. 111 Cost., comma 5, art. 132 c.p.c.; nonchè, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, per non avere la Corte territoriale esaminato l’eccezione di nullità della scrittura privata per mancata sottoscrizione da parte della Snam e comunque per avere omesso di motivare sul punto.

4. Con il quarto motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 1346 e 1418 c.c., per avere la Corte territoriale respinto l’eccezione di indeterminabilità dell’oggetto della convenzione, sebbene la scrittura privata del 1984 non contenesse alcuna indicazione circa la posizione e l’andamento del condotto, nè alcun criterio per addivenire alla loro determinazione.

5. Con il quinto motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 1454, 2043 e 2932 c.c., per avere la Corte d’appello trascurato di considerare che la convenzione doveva comunque considerarsi risolta per l’inadempimento della Snam nell’esecuzione dei lavori di posa delle condutture.

6. Con il sesto motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., artt. 1454 e 1467 c.c., art. 111 Cost., comma 5; e art. 132 c.p.c.; nonchè, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, con riguardo alla eccezione di risoluzione della scrittura privata per mancata verificazione dell’evento presupposto (ossia, la lunghezza massima del condotto) e comunque per inadempimento.

7. Per ragioni di ordine logico è necessario partire dall’esame del terzo motivo di ricorso, che investe la stessa validità della scrittura privata posta dalla Corte territoriale a fondamento della decisione.

Ora, si osserva che è certamente esatto che la nullità del contratto posto a fondamento dell’azione di adempimento è rilevabile d’ufficio, ma non può essere accertata sulla base di una “nuda” eccezione, sollevata per la prima volta con il ricorso per cassazione, basata su contestazioni in fatto in precedenza mai effettuate, a fronte della quale l’intimato sarebbe costretto a subire il vulnus delle maturate preclusioni processuali (Cass. 9 agosto 2019, n. 21243).

Ma è altresì verso che il tema della mancata sottoscrizione della convenzione da parte della Snam è stato posto nella fase di merito dai ricorrenti, talchè nessuna preclusione, sia pure correlata alla garanzia del diritto di difesa della controparte, è configurabile.

Ciò posto, nessun dubbio sussiste sulla necessità della forma scritta ad substantiam, ai sensi dell’art. 1351 c.c., della convenzione della quale si discute, che, secondo l’incontestato accertamento della sentenza impugnata aveva efficacia obbligatoria rispetto alla produzione dell’effetto reale della costituzione del diritto di servitù (art. 1350 c.c., n. 4).

Ora, come di recente ribadito da Cass. 22 gennaio 2108, n. 1525, secondo il consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimità, nei contratti per i quali la legge richiede la forma scritta ad substantiam, la produzione in giudizio della scrittura da parte del contraente che non l’ha sottoscritta, realizza un equivalente della sottoscrizione, con conseguente perfezionamento del contratto, ma con efficacia ex nunc e non ex tunc (Cass. 24 marzo 2016, n. 5919; ciò che, ad es., comporta l’ulteriore conseguenza che la volontà di adesione al contratto, intanto determina la conclusione del contratto, in quanto la produzione intervenga in un giudizio proposto nei confronti delle altre parti del contratto che l’hanno già sottoscritto. Per contro, quando il giudizio viene proposto non già contro colui che ha sottoscritto il contratto, bensì contro una parte che non l’ha firmato – ad es., l’erede – non può certo produrre l’effetto di incontro di volontà: Cass. 11 marzo 2000, n. 2826; con riferimento al caso della morte della parte che aveva sottoscritto, in ragione del fatto che il decesso determina l’estinzione automatica della proposta, rendendola non più impegnativa per gli eredi, v. anche Cass. 23 gennaio 1995 n. 738).

Dalle superiori considerazioni discende che, quando la Snam ebbe ad attivare, prima della proposizione in giudizio della domanda da parte degli originari attori (avvenuta in data 19/23 febbraio 1988), il procedimento amministrativo finalizzato all’occupazione del fondo dei primi (il decreto di occupazione è stato notificato nel febbraio 1985), non esisteva alcuna valida convenzione impegnativa tra le parti.

Ne discende che, valutata obiettivamente la vicenda e tenuto conto degli interessi perseguiti dalla Snam, di realizzare i propri obiettivi imprenditoriali superando le incertezze sulla titolarità dei fondi, la società ritenne evidentemente – ma ciò illumina le ragioni dell’agire, senza assumere dirimente significato giuridico – di utilizzare una scrittura che non la impegnava in alcun modo, in tal modo esprimendo (ed è il tema posto dal primo motivo del ricorso), in termini non equivoci, una rinuncia a avvalersene.

In definitiva, non esiste alcun profilo di sovrapponibilità della vicenda in esame rispetto a quelle esaminata da Cass. 15 novembre 2017, n. 27131, secondo la quale l’emanazione di un tempestivo decreto di espropriazione, in luogo della stipulazione dell’atto di cessione del bene, non comporta la caducazione dell’accettazione dell’indennità provvisoria, pur espressamente condizionata alla detta stipulazione, atteso che il decreto di espropriazione è equivalente, quanto all’efficacia dell’accordo sull’indennità, all’atto di cessione del bene, non essendo ipotizzabile un interesse giuridicamente apprezzabile dell’espropriato in merito alle forme attraverso le quali si realizza, in maniera del tutto indifferente quanto agli effetti, il trasferimento della proprietà del bene), perchè nel nostro caso manca l’accordo, inteso come contratto in forma scritta, e, pertanto, non è indifferente per le controparti che la Snam avesse scelto, quali che ne fossero le ragioni, di attivare il procedimento espropriativo.

E ciò, sia perchè, come detto, al momento dell’attivazione del procedimento espropriativo non esisteva alcun valido negozio, sia, perchè, rispetto alla sostanziale equivalenza di effetti di un atto di cessione rispetto all’espropriazione del diritto dominicale, la costituzione di una servitù presenta margini di variabilità (di tracciato, di contenuto, di modalità esecutive), che non consentono di ritenere sempre e comunque realizzata un’equivalenza di effetti.

8. L’accoglimento del primo e del terzo motivo comporta l’assorbimento delle restanti doglianze e impone la cassazione con rinvio della sentenza impugnata.

P.Q.M.

Accoglie il primo e il terzo motivo di ricorso; dichiara assorbiti i restanti; cassa la sentenza in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte di appello di Messina in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 8 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 giugno 2020

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