Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1069 del 20/01/2014


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 1069 Anno 2014
Presidente: GOLDONI UMBERTO
Relatore: PETITTI STEFANO

equa riparazione

SENTENZA
sentenza con motivazione
semplificata

sul ricorso proposto da:

GERMANA’ Valentina (GRM VNT 79E64 G273D), rappresentata e
difesa, per procura speciale a margine del ricorso,
dall’Avvocato Antonina Fundarò, domiciliata per legge
presso la Cancelleria civile della Corte suprema di
cassazione;
– ricorrente contro
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro
tempore,

rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale

dello Stato, presso cui uffici in Roma, via dei
Portoghesi n. 12, è domiciliato per legge;
– controricorrente –

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Data pubblicazione: 20/01/2014

avverso il decreto della Corte d’appello di Caltanissetta
depositato in data 2 agosto 2011.
Udita

la relazione della causa svolta nella pubblica

udienza del 5 novembre 2013 dal Consigliere relatore Dott.

sentito l’Avvocato Antonina Fundarò;
sentito

il P.M., in persona del Sostituto Procuratore

generale Dott. Luigi Salvato, che ha chiesto
l’accoglimento del ricorso per quanto di ragione.
Ritenuto

che, con ricorso depositato in data 11 maggio

2009 presso la Corte d’appello di Caltanissetta, Germanà
Valentina chiedeva la condanna del Ministero della
giustizia al pagamento del danno non patrimoniale derivato
dalla irragionevole durata di un giudizio iniziato
dinnanzi al Tribunale di Palermo, sezione lavoro, con
ricorso depositato il 15 febbraio 2001, definito in
appello con sentenza del 15 settembre 2008;
che l’adita Corte d’appello riteneva che il ritardo
indennizzabile fosse di due anni e quattro mesi, in
relazione ai quali riconosceva alla ricorrente un
indennizzo di euro 1.750,00, oltre agli interessi legali
dalla domanda al saldo, e compensava per due terzi le
spese di lite, liquidate in euro 887,50, di cui euro
100,00 per spese, euro 460,00 per diritti, euro 240,00 per
onorari ed euro 87,50 per spese generali;

Stefano Petitti;

che per la cassazione di questo decreto Germanà
Valentina ha proposto ricorso sulla base di tre motivi;
che l’intimato Ministero ha resistito con
controricorso.

della motivazione semplificata nella redazione della
sentenza;
che con il primo motivo di ricorso la ricorrente si
duole della esiguità della liquidazione dell’indennizzo,
ritenendo che la Corte d’appello abbia riconosciuto una
somma inferiore di oltre il 45% rispetto a quella cui ella
avrebbe avuto diritto ove si fossero applicati i criteri
standard di liquidazione adottati in sede europea, tenendo
conto della intera durata del giudizio presupposto (sei
anni e otto mesi);
che il motivo è infondato, dovendosi ribadire che, in
tema di equa riparazione conseguente alla violazione del
diritto alla ragionevole durata del processo, la
valutazione equitativa dell’indennizzo a titolo di danno
non patrimoniale è soggetta, per specifico rinvio
contenuto nell’art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89
all’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei
diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (resa
esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848), al rispetto
delle Convenzione medesima, nell’interpretazione

Considerato che il Collegio ha deliberato l’adozione

giurisprudenziale resa dalla Corte di Strasburgo; tale
rispetto non concerne, però, anche il profilo relativo al
moltiplicatore della base di calcolo dell’indennizzo,
essendo peraltro il giudice nazionale vincolato al

n. 89 del 2001, ai sensi del quale è influente solo il
danno riferibile al periodo eccedente il termine
ragionevole, non toccando tale diversità di calcolo la
complessiva attitudine della citata legge n.89 del 2001 ad
assicurare l’obiettivo di un serio ristoro per la lesione
del diritto alla ragionevole durata del processo (Cass.,
sez. I, 22 agosto 2011, n. 17440);
che, del resto, siffatto approdo non collide con la
giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo,
la quale – nei precedenti Martinetti e Cavazzuti c. Italia
del 20 aprile 2010, Delle Cave e Corrado c. Italia del 5
giugno 2007 e Simaldone c. Italia del 31 marzo 2009 – “ha
osservato che il solo indennizzo, come previsto dalla
legge italiana n. 89 del 2001, del pregiudizio connesso
alla durata eccedente il ritardo non ragionevole, si
correla ad un margine di apprezzamento di cui dispone
ciascuno Stato aderente alla CEDU, che può istituire una
tutela per via giudiziaria coerente con il proprio
ordinamento giuridico e le sue tradizioni, in conformità
al livello di vita del Paese, conseguendone che il citato

rispetto del terzo comma, lett. a) dell’art. 2 della legge

metodo di calcolo previsto dalla legge italiana, pur non
corrispondendo in modo esatto ai parametri enunciati dalla
Corte EDU, non è in sé decisivo, purché i giudici italiani
concedano un indennizzo per somme che non siano

casi simili” (Cass., sez. I, 11 gennaio 2011, n. 478);
che, dunque, ove si consideri che la Corte d’appello
ha correttamente tenuto conto, ai fini della liquidazione
dell’indennizzo, della non contestata durata irragionevole
di due anni e quattro mesi, l’indennizzo in concreto
determinato dalla Corte risponde all’usuale criterio di
750,00 euro per i primi tre anni di ritardo (Cass. n. 8471
del 2012);
che con il secondo motivo la ricorrente denuncia vizio
di motivazione e violazione degli artt. 91 e 92 cod. proc.
civ., per avere la Corte d’appello disposto la
compensazione di due terzi delle spese processuali sul
rilievo che il Ministero non si era opposto
all’accoglimento della domanda;
che il motivo è inammissibile, atteso che la
compensazione parziale delle spese è stata disposta dalla
Corte d’appello sia per la ragione censurata espressamente
dalla ricorrente, sia in considerazione del fatto che la
domanda di equa riparazione è stata accolta solo
parzialmente, e tale autonoma

ratio decidendi

della

irragionevoli rispetto a quelle disposte dalla CEDU per

parziale compensazione non ha formato oggetto di specifica
censura;
che trova quindi applicazione il principio per cui «Ove
la sentenza sia sorretta da una pluralità di ragioni,

e logicamente sufficiente a giustificare la decisione
adottata, l’omessa impugnazione di una di esse rende
inammissibile, per difetto di interesse, la censura
relativa alle altre, la quale, essendo divenuta definitiva
l’autonoma motivazione non impugnata, non potrebbe
produrre in nessun caso l’annullamento della sentenza
(Cass. n. 3386 del 2011); senza dire che la statuizione
della Corte d’appello risponde al costante orientamento di
questa Corte che ha affermato in più occasioni che la
riduzione, anche sensibile, della somma richiesta con la
domanda giudiziale non integra gli estremi della reciproca
soccombenza, ma ugualmente, con valutazione discrezionale
incensurabile in Cassazione purché adeguatamente motivata,
il giudice ne può tener conto ai fini della compensazione,
totale o parziale, delle spese» (Cass. n. 16526 del 2005);
che con il terzo motivo la ricorrente si duole della
violazione dei minimi tariffari, sulla base dei quali era
stata elaborata la nota spese ritualmente prodotta nel
giudizio di merito;

6

distinte ed autonome, ciascuna delle quali giuridicamente

che il motivo è fondato, atteso che la ricorrente ha
richiamato la nota spese in data 6 aprile 2009, depositata
in data 11 maggio 2009, con la quale veniva richiesta la
liquidazione di euro 540,00 per onorari, di euro 702,36

euro 44,80 per spese, mentre la Corte d’appello si è
immotivatamente discostata dalla detta richiesta, in
violazione del principio per cui «in tema di liquidazione
di spese processuali, il giudice, in presenza d’una nota
specifica prodotta dalla parte vittoriosa, non può
limitarsi ad una globale determinazione dei diritti di
procuratore e degli onorari di avvocato, in misura
inferiore a quelli esposti, ma ha l’onere di dare adeguata
motivazione dell’eliminazione e della riduzione di voci da
lui operata, allo scopo di consentire, attraverso il
sindacato di legittimità, l’accertamento della conformità
della liquidazione a quanto risulta dagli atti ed alle
tariffe, in relazione all’inderogabilità dei relativi
minimi, a norma dell’art. 24 della legge 13 giugno 1942,
n. 794» (Cass. n. 4404 del 2009; Cass. n. 7293 del 2011;
Cass. n. 18906 del 2013);
che dunque il decreto impugnato va cassato con
riferimento alla sola determinazione delle spese, ferma la
disposta compensazione per due terzi;

per diritti, comprensivi di indennità di trasferta, e di

che non essendo tuttavia necessari ulteriori
accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel
merito determinandosi la spese nella complessiva somma di
euro 1287,16, di euro 540,00 per onorari, di euro 702,36

generali e agli accessori di legge, ferma la disposta
compensazione per due terzi;
che per quanto concerne le spese del giudizio di
legittimità, le stesse, in considerazione del limitato
accoglimento del ricorso, possono essere compensate per la
metà, e si pongono a carico dell’amministrazione intimata
nella misura indicata in dispositivo.
PER QUESTI MOTIVI
La Corte rigetta il rimo e il secondo motivo di
ricorso; accoglie per quanto di ragione il terzo; cassa il
decreto impugnato in relazione al motivo accolto e,
decidendo nel merito, determina le spese del giudizio di
merito nella complessiva somma di euro 1287,16, di euro
540,00 per onorari, di euro 702,36 per diritti e di euro
44,80 per esborsi, oltre alle spese generali e agli
accessori di

legge, ferma

la disposta compensazione per

due terzi; condanna il Ministero al pagamento della metà
delle spese del giudizio di legittimità, che liquida per
l’intero in euro 506,25, oltre accessori di legge e ad

per diritti e di euro 44,80 per esborsi, oltre alle spese

euro 100,00 per esborsi, dichiarando compensata la
restante metà.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della
Seconda Civile della Corte suprema di Cassazione, il

5 novembre 2013.

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