Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10628 del 04/06/2020

Cassazione civile sez. I, 04/06/2020, (ud. 20/02/2020, dep. 04/06/2020), n.10628

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DIDONE Antonio – Presidente –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 4388/2019 proposto da:

T.H., elettivamente domiciliato in Roma, presso la

Cancelleria civile della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso

dall’Avvocato Roberto Denti, giusta procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di MILANO depositato il 13/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

20/02/2020 dal Cons. Dott. Alberto Pazzi.

Fatto

RILEVATO

che:

1. con decreto in data 13 dicembre 2018 il Tribunale di Milano rigettava il ricorso proposto da T.H., cittadino del (OMISSIS), avverso il provvedimento di diniego di protezione internazionale emesso dalla locale Commissione territoriale al fine di domandare il riconoscimento dello status di rifugiato, del diritto alla protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex artt. 2 e 14 e del diritto alla protezione umanitaria;

il Tribunale in particolare, dopo aver ritenuto non credibile il racconto del richiedente asilo (il quale aveva riferito di essere partito per paura dei soprusi e delle violenze perpetrati dallo zio paterno), riteneva, fra l’altro, che secondo le informazioni aggiornate disponibili la zona del Mali da dove proveniva il migrante non presentasse una generalizzata situazione di violenza indiscriminata e, nel contempo, escludeva che potesse essere riconosciuta la protezione umanitaria, in quanto il ricorrente non aveva raggiunto in Italia una situazione personale e familiare rilevante ai sensi dell’art. 8 CEDU nè aveva allegato che il suo allontanamento dovesse essere ricondotto alla necessità di sottrarsi a condizioni di vita al limite della sopravvivenza;

2. per la cassazione di tale decreto ha proposto ricorso T.H. prospettando due motivi di doglianza;

l’amministrazione intimata non ha svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

che:

3.1 il primo motivo di ricorso denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2 e 14: il Tribunale avrebbe negato la protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), non ravvisando i presupposti a ciò necessari sulla base di non meglio individuate fonti, a dispetto dell’infimo livello di sicurezza esistente in tutto il Mali, dove non era possibile individuare zone pericolose e zone meno pericolose;

3.2 il motivo è in parte inammissibile, in parte infondato;

ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, in particolare ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), è dovere del giudice verificare, avvalendosi dei poteri officiosi di indagine e di informazione di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, se la situazione di esposizione a pericolo per l’incolumità fisica indicata dal ricorrente, astrattamente riconducibile a una situazione tipizzata di rischio, sia effettivamente sussistente nel paese nel quale dovrebbe essere disposto il rimpatrio, sulla base di un accertamento che deve essere aggiornato al momento della decisione (Cass. 17075/2018);

a questo proposito il Tribunale ha osservato che “nel caso in esame, secondo le informazioni aggiornate il Mali non presenta una generalizzata situazione di violenza indiscriminata”, ha spiegato come una situazione di violenza generalizzata non possa essere ravvisata nella parte sud del paese ed ha aggiunto infine che “tanto emerge dalle copiose fonti indicate nel provvedimento impugnato e, peraltro, non fatte oggetto di alcuna specifica contestazione da parte del ricorrente”;

l’onere del giudice di specificare la fonte in concreto utilizzata e il contenuto dell’informazione da essa tratta risulta così assolto, seppur per relationem;

nè le fonti alternative citate sono idonee a dimostrare che il giudice di merito abbia deciso sulla base di informazioni non più attuali (Cass. 26728/2019), dato che le stesse evocano una condizione di insicurezza e rischio, ma non di violenza generalizzata di carattere tale da giustificare, nei termini richiesti dalla giurisprudenza Europea e di questa Corte, il riconoscimento della protezione richiesta;

la critica in realtà, sotto le spoglie dell’asserita violazione di legge, cerca quindi di sovvertire l’esito dell’esame dei rapporti internazionali apprezzati dalla Commissione territoriale e dal Tribunale malgrado l’accertamento del verificarsi di una situazione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, rilevante a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), costituisca un apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito non censurabile in sede di legittimità (Cass. 32064/2018) e peraltro facendo leva su fonti recenti ma di nessun effettivo rilievo;

4.1 il secondo motivo di ricorso lamenta, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, artt. 5 e 19, in quanto il Tribunale avrebbe omesso di compiere un’effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva del richiedente asilo con riferimento al paese di origine, onde verificare se il rimpatrio avrebbe potuto determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale;

a fronte della piena integrazione nel paese di accoglienza e del venir meno di ogni rapporto umano con familiari, amici e parenti, un eventuale rimpatrio avrebbe comportato – in tesi di parte ricorrente un reinserimento in una situazione pericolosa e di grave rischio, determinando una privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale;

il giudice di merito avrebbe dovuto invece riconoscere che il panorama socio-politico esistente nel paese di provenienza del ricorrente e la sua vicenda personale consentivano di ravvisare seri motivi idonei a riconoscere la protezione umanitaria;

4.2 il motivo è inammissibile;

vero è che il Tribunale era chiamato a valutare, secondo il regime applicabile ratione temporis, la sussistenza del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6, all’esito di una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio potesse determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel paese d’accoglienza (Cass., Sez. U., 29459/2019, Cass. 4455/2018);

il che tuttavia presupponeva che il migrante allegasse e dimostrasse, oltre alle ragioni che l’avevano spinto ad allontanarsi dal paese di origine, la situazione di integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, dato che la domanda diretta a ottenere il riconoscimento della protezione internazionale non si sottrae all’applicazione del principio dispositivo, sicchè il ricorrente ha l’onere di indicare i fatti costitutivi del diritto azionato, pena l’impossibilità per il giudice di introdurli d’ufficio nel giudizio (Cass. 27336/2018);

nel caso di specie il Tribunale, all’esito del giudizio di non credibilità, ha ritenuto che la documentazione prodotta non assumesse valore dimostrativo di una condizione di integrazione significativa, constatando poi la mancata allegazione di motivi (credibili) di allontanamento di qualche rilievo;

a fronte di questi accertamenti – che rientrano nel giudizio di fatto demandato al giudice di merito – la doglianza intende nella sostanza proporre una diversa lettura dei fatti di causa, traducendosi in un’inammissibile richiesta di rivisitazione del merito (Cass. 8758/2017);

5. in forza dei motivi sopra illustrati il ricorso va pertanto respinto;

la mancata costituzione in questa sede dell’amministrazione intimata esime il collegio dal provvedere alla regolazione delle spese di lite.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 20 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2020

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