Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10606 del 30/04/2010

Cassazione civile sez. III, 30/04/2010, (ud. 05/03/2010, dep. 30/04/2010), n.10606

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Presidente –

Dott. AMATUCCI Alfonso – Consigliere –

Dott. SPAGNA MUSSO Bruno – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

S.E. (OMISSIS) in proprio e nella qualità di

amministratrice della s.d.f. A.G. e A.G.

Torrefazione Vittoria elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MUGGIA

33, presso lo studio dell’avvocato GIGANTE PIETRO, rappresentata e

difesa dagli avvocati D’ANDREA ORESTE, D’ANDREA GIANFRANCO giusta

delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

A.G. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA PO’ N. 2 PRESSO VILLA MARIGNOLI, presso lo studio

dell’avvocato CANONACO PAOLO, rappresentato e difeso dagli avvocati

FUNARI PIERO, AMANTEA ALESSANDRA giusta delega a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 948/2005 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

2^ SEZIONE CIVILE, emessa il 25/10/2005, depositata il 27/12/2005,

R.G.N. 424/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/03/2010 dal Consigliere Dott. RAFFAELE FRASCA;

udito l’Avvocato PIETRO GIGANTE per delega dell’Avvocato GIANFRANCO

D’ANDREA e ORESTE D’ANDREA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GOLIA Aurelio, che ha concluso per l’accoglimento.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

p. 1. S.E., in proprio e nella qualità di amministratrice della s.d.f. ” A.G. e A.G.” Torrefazione Vittoria ha proposto ricorso per cassazione contro A.G. avverso la sentenza del 27 dicembre 2005, con la quale la Corte d’Appello di Catanzaro – investita da essa ricorrente dell’appello avverso la sentenza del Tribunale di Cosenza, che in primo grado, oltre a rigettare la domanda di merito proposta da A.G. (inerente la pretesa di restituzione di un immobile dato in comodato per lo svolgimento di un’attività di torrefazione caffè nell’ambito di un rapporto societario), aveva dichiarato inammissibile per tardività la domanda di risarcimento danni ai sensi dell’art. 96 c.p.c., proposta da essa ricorrente – ha rigettato il suo appello su questo punto, compensando le spese del grado.

La Corte d’Appello, pur dando atto che infondatamente il Tribunale aveva ritenuto tardiva la domanda ai sensi dell’art. 96 c.p.c., ha rigettato l’appello reputando infondata la domanda, sia perchè l’appellante non aveva fornito gli elementi probatori occorrenti per la liquidazione del danno, sia perchè nemmeno era stato dedotto quale fosse stato il tipo di danno subito per effetto della condotta della controparte.

p. 1.1. Al ricorso, che prospetta due motivi, ha resistito con controricorso A.G..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

p. 1. Con il primo motivo di ricorso si deduce “omesso esame ed errata conoscenza e valutazione su un punto decisivo e fondamentale ai fini della decisione; violazione nonchè errata applicazione degli artt. 1225, 1226, 2059 cod. civ., nonchè art. 114 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 5”.

Vi si critica la decisione impugnata quanto alla motivazione con cui ha rigettato la domanda ai sensi dell’art. 96 c.p.c.:

1) innanzitutto perchè “la consistenza e la sussistenza dei danni, anche se non singolarmente richiamati, erano facilmente individuabili, deducibili e determinabili, proprio attraverso le ammissioni e deduzioni”, ed in particolare: a) dal danno derivante dalla distruzione di alcune apparecchiature e di due furgoncini, ai quali si faceva riferimento in una C.T.U. espletata; b) dal danno da lucro cessante, che sarebbe stato “evidente, molto facilmente deducibile e conoscibile” e si sarebbe identificato nel non avere più la s.d.f. potuto operare ed avrebbe dovuto liquidarsi ai sensi dell’art. 2056 c.c.; c) dal “danno per fatto illecito, così come previsto dall’art. 2043 c.c., la cui valutazione è demandata in via equitativa, al Giudice, così come prevista dal già citato art. 2056 c.c.”.

2) in secondo luogo, perchè sulla base dei detti elementi, la liquidazione del danno avrebbe potuto aver luogo in via equitativa.

p. 1.1. Il motivo è inammissibile per la parte in cui evoca l’esistenza di specifici danni patrimoniali.

L’inammissibilità sussiste sotto un primo profilo, in quanto il motivo non precisa in quale sede del giudizio di merito gli elementi indicati sub a) e sub b), quali evidenziatori dell’esistenza di danni di natura patrimoniale, riconducibili alla fattispecie dell’art. 96 c.p.c., erano stati introdotti dalla qui ricorrente e, quindi, prospettati, in ottemperanza al dovere di allegazione dei fatti costitutivi riconducibile all’invocazione di detta norma.

Il motivo, in parte qua, risulta, dunque, illustrato in modo che non evidenzia un vizio della sentenza della Corte territoriale là dove le si imputa un errore nell’avere affermato che la qui ricorrente non aveva fornito gli elementi per individuare l’esistenza di danno risarcibile ai sensi dello stesso art. 96 c.p.c..

Al riguardo, viene in rilievo il principio di diritto, secondo cui “La liquidazione del danno da responsabilità processuale aggravata, ex art. 96 cod. proc. civ., postula che la parte istante abbia quanto meno assolto l’onere di allegare gli elementi di fatto, desumibili dagli atti di causa, necessari ad identificarne concretamente l’esistenza ed idonei a consentire al giudice la relativa liquidazione, anche se equitativa.” (Cass. n. 27383 del 2005; si veda anche Cass. n. 21393 del 2005. In precedenza Cass. sez. un. n. 7583 del 2004, secondo cui “La domanda di risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c., non può trovare accoglimento tutte le volte in cui la parte istante non abbia assolto all’onere di allegare (almeno) gli elementi di fatto necessari alla liquidazione, pur equitativa, del danno lamentato”.

Il motivo – sempre per l’aspetto relativo agli specifici danni patrimoniali su indicati -sarebbe inammissibile in via gradata anche sotto un secondo profilo, cioè perchè comunque, in violazione del principio di autosufficienza non indica in quale sede del giudizio sarebbero riscontrabili gli elementi individuatoli di detti danni (cd. danni evento) e, quando la indica (con il riferimento alla c.t.u.) omette di riprodurne il passo che evidenzierebbe la relativa circostanza.

p. 1.2. Il motivo, viceversa, dev’essere ritenuto fondato, là dove la sentenza impugnata, pur avendo riconosciuto l’esistenza di una lite temeraria, ha escluso l’esistenza di un qualsiasi danno al di là della mancata prova di specifici pregiudizi da parte della ricorrente.

Recentemente le Sezioni Unite della Corte hanno affermato che ai fini del riconoscimento del danno da responsabilità aggravata il giudice “può fare riferimento a nozioni di comune esperienza, tra cui il pregiudizio che la controparte subisce per il solo fatto di essere stata costretta a contrastare un’ingiustificata iniziativa dell’avversario, non compensata, sul piano strettamente economico, dal rimborso delle spese e degli onorari del procedimento stesso, liquidabili secondo tariffe che non concernono il rapporto tra parte e cliente” (Cass. sez. un. n. 3057 del 2009). Non si tratta di riconoscere un danno in re ipsa, il che sarebbe contrario alla logica della necessaria individuazione del danno come danno-conseguenza, bensì di prendere atto, secondo nozioni di comune esperienza, che il subire iniziative giudiziarie temerarie o resistenze temerarie a pretesa giudiziali, comporta, per il fisiologico “scarto” fra la liquidazione delle spese giudiziali – che obbedisce a tariffe predeterminate e, per gli onorari, contempla una discrezionalità del giudice nella liquidazione, sia pure sulla base di elementi del caso concreto – e quanto normalmente riconosciuto nel rapporto fra cliente e difensore, la sicura verificazione a carico della parte vittoriosa, che pure si veda liquidare le spese giudiziali, di una perdita economica per il dippiù che avrà riconosciuto al difensore.

In quest’ottica, una volta riconosciuta la temerarietà della lite, in mancanza di dimostrazione di concreti e specifici danni patrimoniali conseguiti al suo svolgimento, è giustificabile che il giudice, avuto riguardo a tutti gli elementi della controversia ed anche alle spese giudiziali che concretamente competerebbero alla parte vittoriosa, attribuisca alla parte vittoriosa il riconoscimento di un danno patrimoniale procedendo alla sua liquidazione in via equitativa.

Va, poi, considerato che l’art. 96 c.p.c., prevede che debba essere riconosciuto il risarcimento non del danno, bensì dei danni.

L’ampiezza della formulazione, volta che si consideri che nel tessuto del Codice Civile, nella disciplina dell’illecito aquiliano, è presente la distinzione fra il danno patrimoniale e quello non patrimoniale, siccome ora definita dalle Sezioni Unite nella nota sentenza n. 26972 del 2008, giustifica che il legislatore processuale del Codice del 1940 abbia inteso consentire anche la liquidazione del danno non patrimoniale, il che, alla luce degli insegnamenti delle Sezioni Unite, appare giustificato anche nella prospettiva è sicuramente un diritto costituzionale fondamentale, qual è il diritto di azione e di difesa in giudizio.

Risulta, dunque, possibile ritenere che, riconosciuta la temerarietà della lite, un danno di natura non patrimoniale sofferto dalla parte vittoriosa si verifichi sotto il profilo di una lesione dell’equilibrio psico-fisico, come ha ritenuto un precedente di questa Corte, affermando che il danno rilevante ai sensi dell’art. 96 c.p.c., può desumersi in base a “nozioni di comune esperienza anche alla stregua del principio, ora costituzionalizzato, della ragionevole durata del processo (art. 111 Cost., comma 2) e della L. n. 89 del 2001 (cd. legge Pinto), secondo cui, nella normalità dei casi e secondo l’id quod plerumque accidit, ingiustificate condotte processuali, oltre a danni patrimoniali (quali quelli di essere costretti a contrastare una ingiustificata iniziativa dell’avversario sovente in una sede diversa da quella voluta dal legislatore e per di più non compensata sul piano strettamente economico dal rimborso delle spese ed onorari liquidabili secondo tariffe che non concernono il rapporto tra parte e cliente), causano ex se anche danni di natura psicologica, che per non essere agevolmente quantificabili, vanno liquidati equitativamente sulla base degli elementi in concreto desumibili dagli atti di causa” (Cass. n. 24645 del 2007).

I principi qui richiamati giustificano allora l’accoglimento del primo motivo di ricorso e la cassazione della sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’Appello di Catanzaro, che si conformerà ad essi e procederà a riconoscere, con opportuno riferimento alla concretezza del caso, sia il danno patrimoniale minimale innanzi individuato, sia quello non patrimoniale, p. 2. Con il secondo motivo si lamenta “errata e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., per una ingiustificata quanto illecita e contraddittoria compensazione di spese in entrambi i giudizi di merito di primo e secondo grado, in violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 5”.

Vi si censura la sentenza impugnata in primo luogo perchè, pur avendo ritenuto fondato l’appello sul punto della tardività della domanda ai sensi dell’art. 96 c.p.c., erroneamente ritenuta dal Tribunale, avrebbe lasciato immutata la statuizione di compensazione delle spese disposta in primo grado dal Tribunale. In secondo luogo, si postula – almeno parrebbe – che la compensazione delle spese per il grado d’appello dovrebbe cadere ove venga accolto il primo motivo e, per questa parte, tale deduzione non integra in alcun modo un motivo di ricorso, limitandosi ad invocare una mera conseguenza dell’eventuale cassazione della sentenza in accoglimento del primo motivo.

Riguardo al primo profilo, il motivo è palesemente privo di fondamento, atteso che la prospettazione che suppone l’assunto della ricorrente è che Essa sarebbe stata vittoriosa in appello sol per il fatto che la Corte d’Appello ha disatteso la valutazione del Tribunale in punto di tardività della domanda ai sensi dell’art. 96 c.p.c., Viceversa, dovendosi la soccombenza apprezzare con riferimento all’accoglimento o meno della domanda ai sensi dell’art. 96 c.p.c., ed avendo la Corte territoriale rigettato nel merito questa domanda, la ricorrente è stata soccombente in appello e, pertanto, non solo non poteva ottenere che la statuizione sulle spese di primo grado nel senso della compensazione fosse rimossa, ma non poteva aspirare a più di quello che ha ottenuto, cioè la compensazione delle spese del grado di appello, per quelle di tale grado.

L’accoglimento del primo motivo, tuttavia, determina l’assorbimento del motivo in discorso, atteso che la Corte di rinvio dovrà rendere una nuova decisione e, quindi, statuire nuovamente sulle spese del giudizio di appello ed inoltre dovendo necessariamente accogliere – salvo procedere alla liquidazione del danno – il motivo di appello sulla domanda ai sensi dell’art. 96 c.p.c., dovrà valutare nuovamente anche il motivo di appello concernente la disposta compensazione sulle spese del giudizio di primo grado, in quanto la sentenza di primo grado risulterà riformata.

p. 3. Il ricorso è, dunque, accolto nei sensi indicati quanto al primo motivo. Il secondo motivo è dichiarato assorbito.

La sentenza impugnata è cassata in relazione, con rinvio alla Corte d’Appello di Catanzaro, che deciderà con diversa sezione ed in diversa composizione anche sulle spese del giudizio di cassazione.

p. 4. Per completezza, il Collegio ritiene, in fine di formulare un rilievo quanto alla costituzione del resistente.

Il controricorso deve dichiararsi inammissibile, in quanto il suo contenuto non discorre dell’avverso ricorso per cassazione, bensì enuncia che la S. avrebbe proposto ricorso avverso la sentenza di primo grado, assume di costituirsi con riferimento all’avverso atto di appello, riguardo al quale controdeduce, e chiede alla Corte d’Appello di dichiarare inammissibile e/o inammissibile “il gravame proposto”. L’unico riferimento al giudizio di cassazione è rappresentato dall’intestazione “Ecc.ma Corte Suprema di Cassazione – Controricorso”. In tale situazione il preteso controricorso non è atto riconoscibile come tale, perchè non ne presenta la sostanza, che è rappresentata dall’intento di “contraddire” al ricorso per cassazione, per come indicato dall’art. 370 c.p.c.. Ne consegue che esso è inidoneo al raggiungimento dello scopo e, pertanto, nullo ai sensi dell’art. 156 c.p.c., comma 2, perchè mancante dei requisiti formali indispensabili per il raggiungimento dello scopo previsto dall’ordinamento.

P.Q.M.

La Corte accoglie per quanto di ragione il primo motivo di ricorso e dichiara assorbito il secondo. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia ad altra sezione della Corte d’Appello di Catanzaro in diversa composizione anche per le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 5 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 30 aprile 2010

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