Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10604 del 04/06/2020

Cassazione civile sez. lav., 04/06/2020, (ud. 07/05/2019, dep. 04/06/2020), n.10604

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12623/2015 proposto da:

G.H.M.L., elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA NICOLA RICCIOTTI 11, presso lo studio dell’avvocato COSTANZA

ACCIAI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ORLANDO

NAVARRA;

– ricorrente –

contro

CASA DI RIPOSO G.B. FESTAZ, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PACUVIO, 34, presso

lo studio dell’avvocato LORENZO ROMANELLI, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato FABRIZIO CALLA’;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1216/2014 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 23/02/2015 r.g.n. 234/2014.

Fatto

RILEVATO

che la Corte di Appello di Torino, con sentenza pubblicata in data 23.2.2015, ha respinto il gravame interposto da G.H.M.L., nei confronti della Casa di Riposo G.B. Festaz, avverso la sentenza del Tribunale di Aosta resa il 12.3.2014, con la quale era stato dichiarato inammissibile – per intervenuta decadenza a causa del mancato rispetto dei termini stabiliti dalla L. n. 183 del 2010, art. 32 – il ricorso della lavoratrice, diretto ad ottenere la dichiarazione della nullità del termine apposto ai contratti di somministrazione stipulati con la S.p.A. Obiettivo Lavoro e che “vedevano come utilizzatore la Casa di Riposo”, con la conseguente conversione in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e la condanna della Casa di Riposo G.B. Festaz alla ricostituzione dello stesso ed al risarcimento del danno in misura pari ad una indennità compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità;

che per la cassazione della sentenza ricorre G.H.M.L. sulla base di due motivi, cui resiste con controricorso la Casa di Riposo G.B. Festaz;

che sono state comunicate memorie nell’interesse della parte datoriale;

che il P.G. non ha formulato richieste.

Diritto

CONSIDERATO

che, con il ricorso, si censura: 1) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, “Violazione delle norme relative all’onere e valutazione della prova, artt. 113,115,116 c.p.c., art. 167 c.p.c., comma 1; violazione delle norme relative all’applicazione delle presunzioni semplici, artt. 2729,2697 c.c.; violazione regole interpretazione dei contratti artt. da 1362 a 1376 c.c.; violazione art. 416 c.p.c., in relazione alla prova del contratto di somministrazione; violazione art. 32, comma 3, lett. a) e b), (quanto ai contratti di CO.CO.CO.) e art. 4, lett. d), (quanto al contratto di somministrazione); violazione D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 22, comma 2”, e si lamenta, in particolare, che se nella sentenza impugnata “la qualificazione della domanda fosse stata corretta ed i documenti valutati per quanto riportati in essi (contratti e documento n. 8), non vi sarebbe stato spazio per una declaratoria di decadenza, posto che i contratti sono stati impugnati con lettera del 27.5.2013 (entro 120 giorni dalla scadenza dell’ultimo rapporto) e che il ricorso è stato presentato il 22.11.2013. Del resto alla scadenza dell’ultimo contratto CO.CO.CO. con la Casa di Riposo il rapporto è proseguito con la controparte senza una valida e documentata proroga scritta”; 2) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, per avere la Corte territoriale omesso di motivare la decisione impugnata in merito alla questione “del collegamento in frode alla legge tra i vari contratti”;

che il primo motivo – all’evidenza teso ad ottenere un nuovo esame del merito, precluso in questa sede – è inammissibile sotto diversi e concorrenti profili; innanzitutto, infatti, la parte ricorrente non ha indicato analiticamente sotto quale profilo le numerose norme menzionate sarebbero state violate, in spregio alla prescrizione di specificità dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, che esige che il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, debba essere dedotto, a pena di inammissibilità, mediante la puntuale indicazione delle disposizioni asseritamente violate ed altresì con specifiche argomentazioni intese motivatamente a dimostrare in quale modo determinate affermazioni in diritto, contenute nella sentenza gravata, debbano ritenersi in contrasto con le disposizioni regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla prevalente giurisprudenza di legittimità (cfr., tra le molte, Cass., Sez. VI, ord. nn. 187/2014; 635/2015; Cass. nn. 19959/2014; 18421/2009); inoltre, nel corso dello stesso motivo, si deduce che le violazioni lamentate attengono all’esegesi dei “contratti e del documento 8” (pag. 17 del ricorso) che non sono stati prodotti (e neppure indicati tra i documenti offerti in comunicazione elencati nel ricorso per cassazione), nè trascritti, in violazione del principio, più volte ribadito da questa Corte, che definisce quale onere della parte ricorrente quello di indicare lo specifico atto precedente cui si riferisce, in modo tale da consentire alla Corte di legittimità di controllare ex actis la veridicità delle proprie asserzioni prima di esaminare il merito della questione (Cass. n. 14541/2014). Il ricorso per cassazione deve, infatti, contenere tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito ed a consentire la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza che sia necessario fare rinvio a fonti esterne al ricorso e, quindi, ad elementi o atti concernenti il pregresso grado di giudizio di merito (cfr., tra le molte, Cass. nn. 10551/2016; 23675/2013; 1435/2013). Per la qual cosa, questa Corte non è stata messa in grado di poter apprezzare la veridicità delle doglianze mosse dalla ricorrente al procedimento di sussunzione operato dai giudici di seconda istanza, le quali, pertanto, si risolvono in considerazioni di fatto del tutto inammissibili e sfornite di qualsiasi delibazione probatoria (cfr., ex plurimis, Cass. nn. 24374/2015; 80/2011);

che, peraltro, la Corte di Appello ha sottolineato che, correttamente, il giudice di primo grado – premesso che i contratti di cui si discute sono stati impugnati il 28.5.2013 e che l’azione giudiziaria è stata promossa il 22.11.2013 -, ha dichiarato “la inammissibilità del ricorso ai sensi dell’art. 32, comma 3, lett. a) e b) (relativamente ai contratti di Co.Co.Co.), e comma 4, lett. d) (quanto al contratto di somministrazione) della L. n. 183 del 2010” (v. pagg. 5-7 della sentenza impugnata); ed altresì che (pag. 8 e 9 della sentenza) “Le allegazioni contenute nel ricorso in appello in ordine alla “fraudolenta e concordata successione dei contratti in frode alla legge”, al fatto che la Obiettivo Lavoro e la Casa di Riposo si “sarebbero accordate tra loro al fine di danneggiare i diritti della lavoratrice” ed al fatto che si verte “su una serie di contratti predisposti fraudolentemente a danno della lavoratrice ed in frode alla legge” che realizzano un piano complessivo ed un “rapporto unico in frode alla legge” sono nuove ad anche generiche ed apodittiche” e che “Nuove sono poi le allegazioni secondo le quali sarebbe “evidente che dal 1 ottobre 2012 al 31 gennaio 2013 lo scopo perseguito dalla Casa di Riposo e Obiettivo Lavoro era quello di far decorrere i quattro mesi dalla scadenza della serie collegata di co.co.co.””; ipotesi, queste, dunque, che la ricorrente non ha provato, in quanto non ha prodotto (nè trascritto, nè indicato tra i documenti offerti in comunicazione unitamente al ricorso) il ricorso introduttivo del giudizio, in violazione, ancora una volta, del disposto di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6;

che anche il secondo motivo è inammissibile, in quanto, come sottolineato dalle Sezioni Unite di questa Corte (con la sentenza n. 8053 del 2014), per effetto della riforma del 2012, per un verso, è denunciabile in Cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali (tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione); per l’altro verso, è stato introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Orbene, poichè la sentenza oggetto del giudizio di legittimità è stata pubblicata, come riferito in narrativa, in data 23.2.2015, nella fattispecie si applica, ratione temporis, il nuovo testo dell’art. 360, comma 1, n. 5), come sostituito dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134, a norma del quale la sentenza può essere impugnata con ricorso per cassazione per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Ma, nel caso in esame, il motivo di ricorso che denuncia il vizio motivazionale non indica il fatto storico (cfr. Cass. n. 21152/2014), con carattere di decisività, che sarebbe stato oggetto di discussione tra le parti e che la Corte di Appello avrebbe omesso di esaminare; nè, tanto meno, fa riferimento, alla stregua della pronunzia delle Sezioni Unite, ad un vizio della sentenza “così radicale da comportare” in linea con “quanto previsto dall’art. 132 c.p.c., n. 4, la nullità della sentenza per mancanza di motivazione”. E, dunque, non potendosi più censurare, dopo la riforma del 2012, la motivazione relativamente al parametro della sufficienza, rimane il controllo di legittimità sulla esistenza e sulla coerenza del percorso motivazionale dei giudici di merito (cfr., tra le molte, Cass. n. 25229/2015), che, nella specie, è stato condotto dalla Corte territoriale con argomentazioni logico-giuridiche analitiche e convincenti poste a fondamento della decisione impugnata;

che, inoltre, ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c., commi 4 e 5, “in caso di doppia conforme, è escluso il controllo sulla ricostruzione di fatto operata dai giudici di merito, sicchè il sindacato di legittimità del provvedimento di primo grado è possibile soltanto ove la motivazione al riguardo sia affetta da vizi giuridici o manchi del tutto, oppure sia articolata su espressioni o argomenti tra loro manifestamente ed immediatamente inconciliabili, perplessi o obiettivamente incomprensibili” (così testualmente – e tra le molte -, Cass., Sez. VI, n. 26097/2014); che, pertanto, in tali ipotesi, “il ricorso per cassazione può essere proposto esclusivamente per i motivi di cui dell’art. 360, comma 1, nn. 1), 2), 3) e 4)”; e tale disposizione, inserita dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. a), convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134, è applicabile al caso di specie, ai sensi del comma 2 dello stesso articolo (che stabilisce che le norme in esso contenute si applicano ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del citato decreto), essendo stato introdotto il gravame con atto in data 12.3.2014 (v. pag. 5 della sentenza impugnata);

che per tutto quanto in precedenza esposto, il ricorso va dichiarato inammissibile;

che le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza;

che, avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso deve, comunque, rilevarsi che non sussistono, allo stato, i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, poichè G.H.M.L., con Delib. Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino in data 21 maggio 2015, è stata ammessa, in via anticipata e provvisoria, al patrocinio a spese dello Stato.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della non sussistenza, allo stato, dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a

norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 7 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 4 giugno 2020

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