Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10589 del 28/04/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 28/04/2017, (ud. 08/03/2017, dep.28/04/2017),  n. 10589

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4909-2015 proposto da:

M.G.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE

U. TUPINI 96, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO GUERRINI, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato GAETANO RUSSO;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE SPA C.F. (OMISSIS), in persona dell’amministratore

delegato e legale rappresentante pro-tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, L.G. FARAVELLI 22, presso lo studio

dell’avvocato ARTURO MARESCA, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8105/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 20/08/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’8/03/2017 dal Consigliere Dott. ROSSANA MANCINO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1. la Corte di appello di Roma, in accoglimento del gravame svolto dall’attuale parte intimata e in riforma della decisione di primo grado, ha ritenuto le esigenze di specificità concernenti la fornitura di lavoro temporaneo non dissimili da quelle proprie dell’assunzione a termine, ai sensi della L. n. 56 del 1987, art. 23, richiamando la giurisprudenza di legittimità che ha escluso nell’ipotesi, contenuta nella contrattazione collettiva, della sostituzione di un lavoratore assente per ferie mediante assunzione a tempo determinato, doversi rispettare la prescrizione di indicare il nome del lavoratore sostituito, in analogia a quanto prescritto dalla L. n. 230 del 1962, art. 1, lett. b, per il caso di sostituzione di lavoratori assenti con diritto alla conservazione del posto;

2. M.G.A. ricorre avverso tale sentenza;

3. Poste italiane s.p.a. ha resistito con controricorso, ulteriormente illustrato con memoria;

4. il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

5. la sentenza è impugnata con due motivi di impugnazione (per violazione di legge e violazione dell’onere della prova), illustrati senza alcuna indicazione dei termini e delle parti della sentenza in cui la Corte territoriale avrebbe violato o falsamente applicato la norma della cui violazione la parte ricorrente si duole, ancor più considerato che le premesse in fatto del ricorso si chiudono delimitando l’ambito dell’impugnazione alla parte della sentenza in cui si prevede “che l’ipotesi, contenuta nella contrattazione collettiva della sostituzione di un lavoratore assente per ferie mediante assunzione a tempo determinato debba rispettare la prescrizione di indicare il nome del lavoratore sostituito” (così recita il ricorso);

6. la censura così dedotta, priva della specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità, non consente alla Corte di legittimità di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione;

7. anche il secondo motivo non s fugge alla delibazione di inammissibilità perchè la dedotta violazione dell’onere della prova, incentrata sulla verifica della sussistenza, in concreto, delle esigenze per ricorrere alla prestazione di lavoro temporaneo per fronteggiare le esigenze prevista dalla legge o dalla contrattazione collettiva, non risulta riconducibile in maniera immediata ed inequivocabile ad alcuno dei paradigmi dei vizi tassativamente enunciati dall’art. 360 c.p.c., pur volendo prescindere dall’esatta indicazione numerica di una delle ipotesi indicate dal codice di rito;

8. il ricorso va dichiarato inammissibile;

9. la condanna alle spese di lite segue la soccombenza;

10. la circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (sulla ratio della disposizione si rinvia a Cass. Sez. Un. 22035/2014 e alle numerose successive conformi) e di provvedere in conformità.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese liquidate in Euro 200,00 per esborsi, Euro 2.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge e rimborso forfetario in misura del quindici per cento. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, dichiara sussistenti i presupposti per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso ex art. 13, comma 1 – bis.

Così deciso in Roma, il 8 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 28 aprile 2017

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