Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10587 del 28/04/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 28/04/2017, (ud. 08/03/2017, dep.28/04/2017),  n. 10587

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1610-2015 proposto da:

A.G.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

VALADIER 53, presso lo studio dell’avvocato CATALDO MARIA DE

BENEDICTIS, rappresentata e difesa dall’avvocato LUCIA DI SANTO;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.F.

(OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso la

sede dell’AVVOCATURA dell’Istituto medesimo, rappresentato e difeso

unitamente e disgiuntamente dagli avvocati CLEMENTINA PULLI,

EMANUELA CAPANNOLO e MAURO RICCI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1315/2014 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 15/07/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’8/03/2017 dal Consigliere Dott. MANCINO ROSSANA.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1. la Corte d’Appello di Messina, in accoglimento del gravame svolto dall’INPS, ha rigettato la domanda proposta da A.G.S., per il riconoscimento del diritto all’assegno ordinario di invalidità, aderendo alle conclusioni dell’ausiliare officiato nel giudizio di gravame;

2. l’assistita ricorre avverso tale sentenza, con un articolato motivo con il quale deduce violazione di legge (L. n. 222 del 1984, art. 1), in relazione agli art. 360 c.p.c., nn. 5 e 3, ulteriormente illustrato con memoria;

3. l’INPS ha resistito con controricorso ed eccepito l’inammissibilità del ricorso;

4. il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

5. il mezzo d’impugnazione, ex art. 360 c.p.c.. n. 5, così come formulato, è inammissibile alla stregua della riforma operata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 1, (c.d. “decreto crescita”) convertito con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, riforma applicabile ai ricorsi contro le sentenze depositate, come nella specie, dopo il giorno 11 settembre 2012;

6. l’intervento di modifica del n. 5 dell’art. 360 c.p.c., come recentemente interpretato dalle Sezioni Unite di questa Corte, comporta un’ulteriore sensibile restrizione dell’ambito di controllo, in sede di legittimità, sulla motivazione di fatto (v. Cass., Sez. U. 7 aprile 2014 n. 8053), con riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione, ora confinato sub specie nullitatis, in relazione al n. 4 dell’art. 360 c.p.c. il quale, a sua volta, ricorre solo nel caso di una sostanziale carenza del requisito di cui all’art. 132 c.p.c., n. 4, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione;

7. nel caso che ci occupa la motivazione non è assente o meramente apparente, nè gli argomenti addotti a giustificazione dell’apprezzamento fattuale risultano manifestamente illogici o contraddittori;

8. peraltro, con specifico riferimento ai vizi di motivazione nelle ipotesi in cui il giudice respinga o accolga la domanda avvalendosi del parere di un consulente tecnico d’ufficio, tanto più quando è richiesto un accertamento di situazioni rilevabili solo con l’ausilio di specifiche cognizioni o strumentazioni tecniche (come avviene con la consulenza medico – legale), il giudice del merito, come più volte ribadito da questa Corte, non è tenuto a giustificare diffusamente le ragioni della propria adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, ove manchino contrarie argomentazioni delle parti o esse non siano specifiche, potendo, in tal caso, limitarsi a riconoscere quelle conclusioni come giustificate dalle indagini svolte dall’esperto e dalle spiegazioni contenute nella relativa relazione, mentre non può esimersi da una più puntuale motivazione allorquando le critiche mosse alla consulenza siano specifiche e tali, se fondate, da condurre ad una decisione diversa da quella adottata (cfr., ex plurimis, Cass. n. 1660 del 2014);

9. inoltre, per pacifica giurisprudenza di questa Corte, il principio per cui in sede di giudizio di legittimità non possono essere prospettati temi nuovi di dibattito non tempestivamente affrontati nelle precedenti fasi, trova anche applicazione in riferimento alle contestazioni mosse alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio – e, per esse, alla sentenza che le abbia recepite nella motivazione – le quali sono ammissibili in sede di ricorso per cassazione sempre che ne risulti la tempestiva proposizione davanti al giudice di merito e che la tempestività di tale proposizione risulti, a sua volta, dalla sentenza impugnata o, in mancanza, da adeguata segnalazione contenuta nel ricorso, con specifica indicazione dell’atto del procedimento di merito in cui le contestazioni predette erano state formulate, onde consentire alla Corte di cassazione di controllare, ex actis, la veridicità dell’asserzione prima di esaminare, nel merito, la questione sottopostale (cfr., ex plurimis, Cass. n. 795 del 2014);

10. in definitiva, per le contestazioni alle conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio non vi è chiara indicazione di quando ed in quali esatti termini le stesse siano state proposte, onde verificarne, sulla base della sola lettura del ricorso, tempestività, specificità e rilevanza;

11. anche la violazione delle nonne denunciate è tratta dal mero confronto con le conclusioni cui è pervenuto il giudice di merito e la stessa – ad onta dei richiami normativi in essa contenuta – si risolve nel sollecitare una generale rivisitazione del materiale di causa e nel chiederne un nuovo apprezzamento nel merito, operazione non consentita in sede di legittimità;

12. ne discende l’inammissibilità del ricorso;

13. le spese di lite, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza, non sussistendo le condizioni previste dall’art. 152 disp. att. c.p.c., nel testo applicabile ratio ne temporis, per l’esonero dal pagamento delle spese, non avendo la parte, nel ricorso per cassazione, allegato, secondo il principio di autosufficienza (e con le modalità già ribadite da Cass. 5363/2012), di aver diritto – ex art. 152 disp. att. c.p.c. (nel testo risultante dopo la citata modifica apportata dal D.L. 30 settembre 2003, n. 269, art. 42, comma 11, convertito nella L. 24 novembre 2003, n. 326) – all’esenzione dal pagamento di spese, competenze e onorari nei giudizi per prestazioni previdenziali e, quindi, di aver assolto all’onere autocertificativo (come statuito da questa Corte, con la sentenza n. 5896 del 2014);

14. la circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (sulla ratio della disposizione si rinvia a Cass. Sez. Un. 22035/2014 e alle numerose successive conformi) e di provvedere in conformità.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese liquidate in Euro 200,00 per esborsi, Euro 2.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge e rimborso forfetario in misura del quindici per cento. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, dichiara sussistenti i presupposti per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso ex art. 13, comma 1 – bis.

Così deciso in Roma, il 8 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 28 aprile 2017

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