Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10567 del 30/04/2010

Cassazione civile sez. trib., 30/04/2010, (ud. 18/02/2010, dep. 30/04/2010), n.10567

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MERONE Antonio – Presidente –

Dott. SOTGIU Simonetta – Consigliere –

Dott. BERNARDI Sergio – rel. est. Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

C.L.M., rappresentato e difesa dagli avvocati Claudio

Virgilio e Francesco Du Besse’, presso quest’ultimo domiciliato in

Roma, via Ostriana n. 12, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Economia e delle Finanze, in persona del Ministro in

carica, ed Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore Centrale

pro tempore, domiciliati in Roma, via dei Portoghesi n. 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato che li rappresenta e difende;

– controricorrenti –

e

Ministero dell’Economia e delle Finanze, in persona del Ministro in

carica, ed Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore Centrale

pro tempore, domiciliati in Roma, via dei Portoghesi n. 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato che li rappresenta e difende;

– ricorrenti incidentali –

contro

C.L.M., rappresentato e difesa dagli avvocati Claudio

Virgilio e Francesco Du Besse’, presso quest’ultimo domiciliato in

Roma, via Ostriana n. 12, giusta procura in calce al ricorso;

– intimato –

avverso la sentenza n. 35/9/05 della Commissione tributaria regionale

di Firenze, depositata in data 18.004.2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18.02.2010 dal consigliere relatore dott. BERNARDI Sergio;

udito per l’Amministrazione finanziaria l’avvocato dello Stato

Alessandro De Stefano;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.

SEPE Ennio Attilio, che ha concluso per il rigetto del ricorso

principale e la declaratoria di inammissibilita’ di quello

incidentale.

 

Fatto

L’Ufficio Iva di Arezzo contesto’ a C.L.M., con avviso di rettifica della dichiarazione 1997, omessa fatturazione di operazioni imponibili ed omessa regolarizzazione di acquisti senza fattura, liquidando imposta evasa e sanzioni. La CTP di Arezzo accolse in parte il ricorso del contribuente, dichiarando che dall’iva evasa sui ricavi doveva essere detratta l’iva calcolata sui costi non dichiarati (ottavo motivo del ricorso) confermando nel resto il provvedimento impugnato. Propose appello l’Ufficio, ed in via incidentale il contribuente, ribadendo tutti i motivi non accolti dai primi giudici. Con la decisione la CTR di Firenze ha statuito:

“In riforma della sentenza di primo grado determina dovuta l’Iva sui ricavi accertati e relative sanzioni”. Nella motivazione ha osservato “che il contribuente… non puo’ detrarre nessun importo in quanto non ha provato con idonei documenti che abbia assolto IVA negli acquisti…. Le sanzioni debbono essere applicate in base al valore dell’accertamento dell’Iva sui ricavi. Per i punti appellati nell’appello incidentale del contribuente si conferma quanto sentenziato nella sentenza impugnata”.

Ricorrono per la cassazione della sentenza della CTR entrambe le parti.

Diritto

MOTIVI

Va preliminarmente disposta la riunione dei ricorsi.

Con quello principale, il contribuente spiega sei motivi.

Col primo deduce “omessa e/o insufficiente motivazione circa punti decisivi della controversia”, lamentando che “il semplice rinvio al contenuto della sentenza resa dalla Commissione Tributaria Provinciale appare del tutto incongruo e determina la nullita’ della sentenza per assoluta carenza di motivazione”.

La doglianza e’ premessa dei motivi successivamente sviluppati, ma di per se stessa e’ inammissibile, perche’ non specifica quali siano i fatti cui e’ riferita, oggetto della motivazione resa dai primi giudici fatta propria dalla CTR, e non chiarisce perche’ la loro considerazione sarebbe stata decisiva.

Il secondo, terzo e quarto motivo sono connessi e possono trattarsi congiuntamente.

Col secondo si lamenta violazione della L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 2 e vizio di motivazione su punto decisivo. Si lamenta che la CTP, con motivazione fatta propria dalla CTR, abbia ritenuto irrilevante la contestazione, svolta col ricorso introduttivo, della legittimita’ della perquisizione domiciliare compiuta come primo atto di indagine osservando che l’avviso impugnato non era basato sulle risultanze di quella perquisizione domiciliare ma su quelle degli accertamenti bancari successivamente disposti. Tale motivazione avrebbe eluso il senso della censura mossa da contribuente, che aveva sostenuto la nullita’ della verifica fiscale svolta nei suoi confronti perche’ svolta dalla polizia tributaria senza informarlo delle ragioni che la giustificavano, nemmeno esplicitate nel provvedimento di autorizzazione del procuratore della repubblica.

Col terzo e col quarto motivo si deduce violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52, comma 1, n. 7 e nullita’ del procedimento. Si lamenta che i giudici di merito abbiano rigettato la doglianza di illegittimita’ degli accertamenti bancari che il contribuente aveva motivata col rilievo che erano stati autorizzati dal procuratore della repubblica e non dal comandante di zona della Guardia di Finanza.

Le doglianze sono inammissibili. Col vizio di violazione di legge (art. 360 c.p.c., n. 3) va denunciata la erronea interpretazione della norma giuridica, e col vizio di omesso esame (art. 360 c.p.c., n. 5) la mancata considerazione o insufficiente motivazione in ordine ad un punto di fatto decisivo. La sentenza impugnata non ha affermato che l’ordine di perquisizione domiciliare non dovesse essere motivato con la esplicitazione dei gravi indizi di violazione delle norme tributarie che lo giustificavano, ne’ che le indagini bancarie siano state compiute come atti di polizia tributaria, estranei ad un procedimento penale. Ha mostrato viceversa di ritenere, riportando le difese dall’Amministrazione finanziaria, che in base a provvedimento del procuratore della repubblica idoneamente motivato era stata avviato nei confronti del C. un procedimento penale, le cui acquisizioni sono state utilizzate in sede tributaria col consenso dell’autorita’ giudiziaria. Ne’ (quanto alla doglianza ex art. 360 c.p.c., n. 5) il ricorso chiarisce, coi necessari precisi riferimenti agli atti di causa, quale acquisizione di fatto avrebbe necessariamente imposto una diversa conclusione.

Col quinto motivo si deduce violazione del D.P.R. n. 6433 del 1973, art. 51, comma 2, n. 2. Si sostiene che in base a tale disposizione (“i singoli dati ed elementi risultanti dai conti sono posti a base delle rettifiche… se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto nelle dichiarazioni…”) si dovevano considerare inerenti all’attivita’ d’impresa sia gli introiti che gli esborsi rilevati sul conto corrente bancario del contribuente, sicche’ il maggior volume di affari sul quale calcolare l’IVA evasa doveva ritenersi costituito dalla differenza fra i costi ed in ricavi non dichiarati, e non dall’intero importo dei ricavi come ritenuto dalla CTR. La doglianza e’ infondata. Nel meccanismo dell’Iva il “valore aggiunto” sul quale calcolare l’imposta da assolvere e’ quello della differenza fra l’importo delle vendite e quello degli acquisti in quanto questi abbiano a loro volta assolto l’imposta. Nella specie, la CTR ha accertato che il contribuente non aveva assolto l’imposta sugli acquisti non dichiarati, in quanto cio’ non era presumibile e non era stato provato, come sarebbe stato necessario, con la esibizione delle fatture registrate (D.P.R. n. 633 del 1972, art. 25). La decisione che l’iva fosse dovuta “sui ricavi accertati” (e non sulla differenza fra i ricavi ed i costi non dichiarati) e’ pertanto corretta.

Il sesto motivo lamenta ultrapetizione perche’ la CTR ha statuito come dovuta “l’Iva e le relative sanzioni”, laddove – si sostiene – il primo giudice (avendo ritenuto che dall’Iva evasa sui ricavi dovesse essere detratta l’iva calcolata sui costi non dichiarati) aveva determinato la base di commisurazione delle sanzioni sul minore importo di tale differenza, ed in punto sanzioni l’Ufficio (ancorche’ sull’erroneo presupposto che la relativa doglianza del ricorso introduttivo fosse stata respinta) aveva espressamente dichiarato di non proporre appello.

Anche questo motivo e’ infondato, perche’ non e’ condivisibile la tesi secondo la quale la determinazione dell’imposta evasa in un importo inferiore a quello addebitato con l’avviso impugnato comportasse una corrispondente determinazione delle sanzioni dovute.

Lo stesso ricorrente aveva stilato punti autonomi di ricorso, per l’imposta (punto 5) e per le sanzioni (punto 9), e la CTP ha accolto il primo motivo e “confermato nel resto l’operato dell’Ufficio”.

Sicche’ la affermazione della CTR che “le sanzioni debbono essere applicate in base al valore dell’accertamento dell’Iva sui ricavi” non aveva un autonomo valore decisorio ma era solo ricognitiva della decisione adottata sul punto dalla CTP. Col ricorso incidentale l’Amministrazione lamenta che la statuizione della CTR (“In riforma della sentenza di primo grado determina dovuta Viva sui ricavi accertati e relative sanzioni”) viola il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 41, penultimo comma, nel testo vigente per l’anno di imposta in riferimento (1997). Quella disposizione (poi abrogata dal D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 471, art. 16, lett. a) e sostituita dallo stesso D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 6, comma 8 a decorrere dal 1.04.1998) prevedeva infatti che il cessionario o committente che nell’esercizio di imprese, arti o professioni avesse acquistato beni o servizi da un soggetto obbligato ad emettere la fattura e non la avesse ricevuta entro quattro mesi dalla data di effettuazione dell’operazione, dovesse autofatturare l’operazione medesima nei trenta giorni successivi pagando la relativa imposta. Poiche’ l’accertamento concerneva l’anno 1997, la CTR non avrebbe pertanto potuto dichiarare dovuta soltanto l’imposta iva “sui ricavi accertati”, essendo del pari dovuta, in forza della normativa vigente all’epoca della violazione contestata, anche l’Iva evasa sugli acquisti.

Il motivo e’ inammissibile, perche’ e’ fondato su una erronea lettura della sentenza impugnata, e rivolto avverso una statuizione che essa non contiene. La CTR ha limitato la riforma della sentenza di primo grado alla affermazione che fosse dovuta l’iva accertata sull’intero ammontare dei ricavi accertati (e non anche sulla differenza fra essi ed i costi non dichiarati). Nel resto, ha confermato la decisione di primo grado, che aveva accolto il ricorso del contribuente solo sulla questione oggetto della riforma statuita con l’appello, confermando su tutti gli altri punti l’operato dell’ufficio.

Va quindi respinto il ricorso principale e dichiarato inammissibile quello incidentale. La parte privata e’ sostanzialmente soccombente e va condannata al rimborso delle spese del giudizio, liquidate in Euro 7.200,00 di cui 7.000,00 per onorari.

P.Q.M.

Riunisce i ricorsi; rigetta il ricorso principale e dichiara inammissibile quello incidentale. Condanna la parte privata al rimborso delle spese del giudizio, liquidate in Euro 7.200,00 di cui 200,00 per esborsi.

Cosi’ deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 18 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 30 aprile 2010

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