Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10523 del 28/04/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 28/04/2017, (ud. 23/09/2016, dep.28/04/2017),  n. 10523

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. GRILLO Renato – Consigliere –

Dott. PICCIALLI Patrizia – Consigliere –

Dott. PEZZULLO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. MANCUSO Luigi Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21669-2010 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

D.C.M.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 80/2009 della COMM. TRIB. REG. di BARI,

depositata il 16/06/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

23/09/2016 dal Consigliere Dott. PEZZULLO ROSA;

udito per il ricorrente l’Avvocato COLELLI che ha chiesto

l’accoglimento;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE

MASELLIS MARIELLA che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. L’Agenzia delle Entrate, a seguito di ispezione della G.d.F. presso la ditta individuale intestata al marito di D.C.M., procedeva ad accertamento sintetico e notificava avviso di accertamento nei confronti di quest’ultima, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 4, essendo risultate disponibilità bancarie in favore della stessa.

2. La contribuente impugnava tale accertamento davanti alla C.T.P. di Bari, che accoglieva il ricorso, rilevando dalle movimentazioni bancarie un saldo negativo e non i rilevanti depositi bancari contestati.

3. L’Ufficio proponeva appello avverso tale decisione e la C.T.R. di Bari respingeva l’impugnazione, evidenziando che le semplici movimentazioni bancarie, con saldo negativo, non offrirebbero alcun elemento certo in grado di avvalorare l’ipotesi formulata dal fisco; inoltre, la mancata risposta al questionario inviato dall’Ufficio non costituiva elemento idoneo ad integrare il deficit probatorio evidenziato.

4. Il Ministero e l’Agenzia delle Entrate proponevano ricorso per Cassazione affidato ad un unico motivo, contro il quale resisteva la contribuente, con controricorso; con tale motivo i ricorrenti lamentavano la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, nonchè vizi motivazionali, evidenziando che non rileverebbe il saldo negativo del conto corrente bancario, ma, da un lato, l’esistenza di accrediti, e da un altro, la possibilità (non fatta propria dalla contribuente) di giustificare gli addebiti scritturali come costi e spese.

5. Con sentenza n. 23690/2007 questa Corte accoglieva il ricorso cassando la sentenza impugnata, con rinvio ad altra sezione della C.T.R. di Bari, rilevando, tra l’altro, come la decisione impugnata fosse in contrasto con i principi di legittimità, secondo cui l’utilizzazione dei dati acquisiti presso le aziende di credito, non è subordinata alla prova che il contribuente eserciti attività d’impresa e che i dati risultanti dai conti correnti bancari possono essere utilizzati, sia per dimostrare l’esistenza di un’eventuale attività occulta (impresa, arte o professione), sia per quantificare il reddito ricavato da tale attività, incombendo al contribuente l’onere di dimostrare che i movimenti bancari che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni non sono fiscalmente rilevanti; che non ha rilievo, a tale proposito, che il conto corrente (nella specie, bancario) risulti avere un saldo negativo, in quanto l’oggetto dell’accertamento sono i movimenti e le scritture relative al conto, considerato in un determinato periodo d’imposta; che rispetto a tali annotazioni la contribuente è stata chiamata a fornire spiegazioni analitiche, in sede procedimentale, e non ha fornito alcuna risposta; che, pertanto, erroneamente la decisione impugnata ha ritenuto tali elementi come sforniti di valenza probatoria, limitandosi a far propria la critica solo generica del contribuente e non, come avrebbe dovuto, a considerare, anche in ragione delle chieste controdeduzioni procedimentali, elementi di spiegazione analitici.

6. L’Ufficio riassumeva la causa dinanzi al Giudice di rinvio che rigettava l’appello, confermando la sentenza annullata, ritenendo, tra l’altro, che i versamenti sui conti correnti bancari non hanno carattere certificativo cui riconoscere una valenza probatoria, ma costituiscono presunzioni semplici, che per assumere rilievo giuridico devono essere conseguenza necessaria di un procedimento fondato su fatti noti e in ogni caso è assurdo e illogico ritenere che presunti versamenti bancari non giustificati possano costituire reddito interamente tassabile, anche in considerazione del fatto che l’Ufficio ha dichiarato di non poter catalogare la fonte di reddito perchè di provenienza ignota ed i versamenti ed i prelevamenti bancari sono indicativi di disponibilità monetarie scaturenti da attività di vario genere.

8. Avverso tale sentenza l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per Cassazione, affidato a due motivi, deducendo:

– con il primo motivo, la violazione dell’art. 384 c.p.c., comma 2, in relazione al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 4, e art. 360 c.p.c., n. 4;

– con il secondo motivo, la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 4, in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso merita accoglimento per quanto di ragione.

1. Ed invero, con il primo motivo l’Agenzia censura la sentenza impugnata perchè in contrasto con il principio di diritto enunciato nella sentenza di rinvio – secondo cui gli accreditamenti rilevati sui conti correnti bancari costituiscono elementi certi che giustificano la presunzione dell’esistenza di un reddito occulto in mancanza di prova contraria – ha ritenuto invece che tali accreditamenti non fornissero elementi gravi, precisi e concordanti in relazione all’accertamento sintetico operato dall’Ufficio.

1.1. La doglianza è fondata essendo la C.T.R., come dedotto dalla ricorrente, incorsa nella violazione dell’art. 384 c.p.c., comma 2, per non essersi uniformata al principio di diritto enunciato da questa Corte nella sentenza di rinvio. Invero, in caso di cassazione con rinvio, la pronuncia della Corte vincola al principio affermato ed ai relativi presupposti di fatto, onde il giudice del rinvio deve uniformarsi non solo alla “regola” giuridica enunciata, ma anche alle premesse logico-giuridiche della decisione, attenendosi agli accertamenti già compresi nell’ambito di tale enunciazione (Sez. 5, n. 20981 del 16/10/2015).

1.2. Nel caso di specie la C.T.R. era tenuta ad esaminare la vicenda, tenendo conto dei principi enunciati nella sentenza di annullamento confermativi di quanto più volte già enunciato da questa Corte, secondo cui l’utilizzazione dei dati acquisiti presso gli istituti di credito non è subordinata alla prova che il contribuente eserciti attività d’impresa e che i dati risultanti dai conti correnti bancari- sempre che non venga contestata la legittimità dell’acquisizione dei dati risultanti dai conti stessi – possono essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza di un’eventuale attività occulta (impresa, arte o professione), sia per quantificare il reddito ricavato da tale attività, incombendo al contribuente l’onere di dimostrare che i movimenti bancari che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni non sono fiscalmente rilevanti. In tale contesto, pertanto, non ha rilievo, che il conto corrente (nella specie bancario) risulti avere un saldo negativo, in quanto l’oggetto dell’accertamento sono i movimenti e le scritture relative al conto, considerato in un determinato periodo d’imposta e che rispetto a tali annotazioni il contribuente è chiamato a fornire spiegazioni, restando, comunque, la garanzia del diritto di difesa, potendo egli far valere le sue ragioni in sede contenziosa a norma del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 32, depositando documenti e memorie fino alla data di trattazione del ricorso in primo grado (arg. ex n. 9573 del 2007; n. 21132 del 13/10/2011; n. 1418 del 22/01/2013; n. 21303 del 18/09/2013; n. 12276 del 12/06/2015).

1.3. La C.T.R., invece, non ha tenuto conto del decisum di questa Corte, evidenziando, tra l’altro, che l’avviso di accertamento “è basato esclusivamente sul riscontro delle movimentazioni bancari e non è suffragato da altre prove” e che “i versamenti bancari sui quali si basano i rilievi mossi non possono da soli assumere efficacia probatoria circa l’esistenza di maggiori redditi” se non accompagnati “da ulteriori elementi gravi precisi e concordanti” sicchè “è assurdo ed illogico che presunti versamenti bancari non giustificati possano costituire reddito interamante tassabile…”. Tale ragionamento, all’evidenza, ha pretermesso del tutto i punti segnalati nella sentenza di annullamento e, pertanto, la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio ad altra sezione della stessa C.T.R. di Bari, la quale provvederà anche in ordine alle spese di questa fase.

PQM

accoglie il primo motivo di ricorso e assorbito il secondo cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia anche per le spese ad altra Sezione della Commissione Regionale di Bari.

Così deciso in Roma, il 23 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 aprile 2017

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