Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10492 del 21/04/2021

Cassazione civile sez. III, 21/04/2021, (ud. 02/12/2020, dep. 21/04/2021), n.10492

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 35015/2019 proposto da:

D.M.M., elettivamente domiciliato presso l’indirizzo

di posta elettronica certificato dell’avv. ROMINA POSSIS, che lo

rappresenta e difende per procura speciale in atti;

– ricorrente –

contro

COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE

INTERNAZIONALE PRESSO PREFETTURA UTG MILANO;

– intimata –

e contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS);

– resistente –

avverso la sentenza n. 1593/2019 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 09/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

02/12/2020 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

D.M.M., cittadino della (OMISSIS), propone ricorso articolato in due motivi, notificato l’8 novembre 2019, nei confronti del Ministero dell’Interno, avverso la sentenza n. 41593/2019 della Corte d’Appello di Milano, pubblicata in data 9.4.2019, non notificata.

Il Ministero ha depositato tardivamente una comunicazione con la quale si dichiara disponibile alla partecipazione alla discussione orale.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in adunanza camerale non partecipata.

Il ricorrente sommariamente riferisce in ricorso di essere cittadino della Giunea, analfabeta al momento della partenza dal proprio paese di origine, di etnia (OMISSIS), al centro di sanguinosi scontri, di aver scoperto di essere figlio di persona diversa da quella che riteneva il proprio padre e per questo, rifiutato dalla famiglia, si sarebbe allontanato dal proprio paese, rimanendo per due anni in Libia in condizioni inumane. In Italia avrebbe appreso la lingua, svolto diverse attività di volontariato e trovato un impiego lavorativo a tempo indeterminato come baby sitter.

Con il primo motivo di ricorso, il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 14 e 17, con riferimento all’art. 5 del predetto decreto e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3. Denuncia che la Corte d’appello, nel rigettare la sua impugnazione, non ha fatto corretto uso del potere di cooperazione istruttoria, e che, contrariamente a quanto affermato dalla sentenza impugnata, il suo paese di provenienza, la Guinea, sia attualmente interessato da una situazione di conflitto generalizzato, cosa che la corte territoriale avrebbe negato facendo un generico riferimento ad un rapporto Easo, che tuttavia non colloca nel tempo, non dando così modo di verificare le informazioni tratte ed in violazione dell’orientamento di legittimità che esige che il giudizio sulla ipotesi di protezione disciplinata dall’art. 14, lett. c), si fondi su fonti attendibili e aggiornate.

Il motivo è fondato e va accolto.

Il ricorrente ha formulato uno specifico motivo di appello con il quale contestava il mancato riconoscimento del diritto alla protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), non essendo stato preso in adeguata considerazione dal giudice di primo grado che nel suo paese di origine, la Guinea, esisteva una drammatica situazione socio politica, e che in Libia, paese nel quale aveva trascorso il significativo periodo di due anni, subendo anche un periodo di detenzione, i diritti umani erano calpestati al di sotto di tutti gli standards minimi.

La sentenza rigetta il motivo molto sbrigativamente, limitandosi ad asserire che da “alcune fonti internazionali (cfr. rapporti EASO) emerge infatti che, attualmente, la Guinea non è caratterizzata dalla presenza di un conflitto armato generatore di una situazione di violenza tanto diffusa e indiscriminata da interessare qualunque persona ivi abitualmente dimorante”.

In tal modo, non si conforma, nella applicazione della norma, al principio di diritto già enunciato da questa Corte, secondo il quale in tema di protezione internazionale, il dovere di cooperazione istruttoria del giudice, che è disancorato dal principio dispositivo e libero da preclusioni e impedimenti processuali, se presuppone l’assolvimento da parte del richiedente dell’onere di allegazione dei fatti costitutivi della sua personale esposizione a rischio, comporta però ove tale onere sia stato assolto, il potere-dovere del giudice di accertare anche d’ufficio se, e in quali limiti, nel Paese di origine del richiedente si verifichino fenomeni tali da giustificare l’applicazione della misura, mediante l’assunzione di informazioni specifiche, attendibili e aggiornate, non risalenti rispetto al tempo della decisione, che il giudice deve riportare nel contesto della motivazione, non potendosi considerare fatti di comune e corrente conoscenza quelli che vengono via via ad accadere nei Paesi estranei alla Comunità Europea (vedi in questo senso, tra le altre, Cass. n. 11096 del 2019).

L’obbligo di attivare la propria cooperazione istruttoria, a fronte della specifica allegazione da parte del migrante della esistenza di una situazione di pericolo diffuso o di violenza indiscriminata nel proprio paese di origine, non è soddisfatto dal generico riferimento a fonti di informazione che, di per sè, promanando da organismi pubblici quali l’UNHCR l’Easo, il Ministero degli affari esteri o anche altre agenzie o enti di tutela dei diritti umani operanti a livello internazionale che si occupino di ricostruire e aggiornare la situazione politica, sociale, economica nei paesi del mondo, sarebbero attendibili, se l’informazione tratta non è anche contestualizzata nel tempo in modo tale da consentire la verifica che essa sia anche aggiornata, ovvero sia idonea ad identificare compiutamente la situazione nel paese di provenienza del migrante al momento della decisione.

Il ricorrente deduce, con il secondo motivo di ricorso, la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, o comunque un errato giudizio comparativo tra la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel suo paese di origine e il livello di integrazione raggiunto in Italia.

Il motivo rimane assorbito dall’accoglimento del motivo precedente. Il giudice di merito dovrà rifare sia la valutazione sulla protezione sussidiaria dando conto della esistenza o meno di una situazione di pericolosità diffusa sulla base della indicazione di COI aggiornate, sia, ove non ritenesse di concederla, esaminare se sussistono i presupposti per il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria. Il primo motivo va quindi accolto, il secondo rimane assorbito, la sentenza impugnata è cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Milano in diversa composizione anche per le spese.

PQM

La Corte accoglie il primo motivo, assorbito il secondo, cassa e rinvia alla Corte d’Appello di Milano in diversa composizione che deciderà anche sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di Cassazione, il 2 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 21 aprile 2021

 

 

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