Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10484 del 21/04/2021

Cassazione civile sez. III, 21/04/2021, (ud. 02/12/2020, dep. 21/04/2021), n.10484

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – rel. Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28562/2019 proposto da:

M.M.N., rappresentato e difeso dall’avv.to GIUSEPPE

LUFRANO, con studio in Civitanova Marche, via Fermi 3,

(avv.lufrano.pec.it) ed elettivamente domiciliato presso la

cancelleria civile della Corte di Cassazione in Roma, Piazza Cavour;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso la sentenza n. 567/2019 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 25/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

02/12/2020 dal Consigliere Dott. ANTONELLA DI FLORIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. M.M.N., proveniente dal (OMISSIS), ricorre affidandosi a due motivi per la cassazione della sentenza della Corte d’Appello di l’Aquila che aveva confermato la pronuncia di rigetto del Tribunale della domanda di protezione internazionale declinata in tutte le forme gradate, da lui avanzata in ragione del diniego opposto in sede amministrativa dalla competente Commissione territoriale.

1.1. Per ciò che qui interessa, il ricorrente aveva narrato di essere un attivista politico del partito (OMISSIS) e di aver ricevuto minacce di morte da parte di esponenti del partito politico avversario, ragione per cui era fuggito, temendo per la propria incolumità fisica.

2. Il Ministero dell’Interno ha depositato “atto di costituzione” non notificato al ricorrente, chiedendo di poter partecipare alla eventuale udienza di discussione della causa ex art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 14, nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio in relazione alla mancata valutazione della situazione esistente in Pakistan.

1.1. Lamenta, al riguardo, che la Corte aveva apoditticamente escluso che ricorressero i presupposti per la protezione sussidiaria senza citare, al riguardo, alcuna fonte informativa attendibile ed aggiornata, ed escludendo erroneamente che ricorresse un alto livello di violenza indiscriminata.

1.2. Il motivo è inammissibile perchè non si confronta con la ratio decidendi della sentenza impugnata.

1.3. La Corte, infatti, contrariamente a quanto è stato dedotto, nel descrivere la situazione del paese di origine, ha richiamato COI affidabili ed aggiornate ed ha valutato anche le produzioni della parte appellante (cfr. pag. 15 e 16 e 20 della sentenza impugnata), specificando che il contenuto di esse non valeva a modificare il convincimento dell’assenza di una condizione generale di violenza indiscriminata, visto che il denunciato fenomeno di “talebanizzazione” non riguardava il distretto da dove proveniva il ricorrente (facente parte della provincia del Punjab) e distante migliaia di chilometri da quelli afflitti da violenza indiscriminata.

1.4. A fronte di ciò la censura – che ignora le argomentazioni correttamente articolate dalla Corte e le COI richiamate (report Easo sul Pakistan e report UNCHR) – riporta il passaggio di una fonte ufficiale diversa (World Report Easo 2018) ma non decisiva per una diversa soluzione della controversia, in quanto non è riferita alla regione di provenienza del ricorrente ed è addirittura indicativa di una riduzione del numero di attacchi dei militanti islamici (cfr. pag. 4 e 5 del ricorso): il motivo, pertanto, maschera una richiesta di rivalutazione di merito della controversia, non consentita in questa sede.

2. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e fala applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per non aver ritenuto sussistenti le condizioni di vulnerabilità del ricorrente, in caso di rientro forzoso in patria.

2.1. Il motivo è inammissibile.

2.2. La censura, infatti, è del tutto generica perchè non indica quali forme di vulnerabilità erano state dedotte oltre a quelle indicate nel racconto narrato, ritenuto non credibile dalla Corte territoriale, con motivazione congrua, logica ed osservante il paradigma interpretativo di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, ed in quanto tale incensurabile.

3. In conclusione, il ricorso è inammissibile.

4. Non sono dovute spese, atteso che il ricorso viene deciso in adunanza camerale, in relazione alla quale – assente la discussione orale – l’atto di costituzione del Ministero risulta irrilevante ex art. 370 c.p.c., comma 1.

5. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte;

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 2 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 21 aprile 2021

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