Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10447 del 21/04/2021

Cassazione civile sez. trib., 21/04/2021, (ud. 13/10/2020, dep. 21/04/2021), n.10447

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. DE MASI Oronzo – Consigliere –

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. FANTICINI Giovanni – Consigliere –

Dott. NOVIK Adet Toni – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15098-2014 proposto da:

V.M.A., HOTEL PALUMBO DI V.M.A. IN

LIQUIDAZIONE SAS, V.A.P.D., elettivamente

domiciliati in ROMA, LUNGOTEVERE DEI MELLINI, 17, presso lo studio

dell’avvocato ORESTE CANTILLO, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato GUGLIELMO CANTILLO;

– ricorrenti –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 700/2013 della COMM.TRIB.REG.SEZ.DIST. di

SALERNO, depositata il 04/12/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

13/10/2020 dal Consigliere Dott. ADET TONI NOVIK.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

– la Società Hotel Palumbo s.a.s. di V.M.A. & c., nonchè i soci V.M.A. e V.A.P.D. (di seguito, i contribuenti,) propongono ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania, sezione staccata di Salerno (CTR), del 28 ottobre 2013, depositata il 4 dicembre 2013, di accoglimento dell’appello proposto dall’agenzia delle entrate di Salerno che aveva riformato sentenza emessa dalla CTP di Salerno e rigettato il ricorso incidentale dei contribuenti;

– la controversia aveva ad oggetto due avvisi di accertamento relativi agli anni 1999 e 2000 (fino al 9 marzo 2000) con cui, in base alla verifica fiscale effettuata dalla Guardia di Finanza, l’ufficio aveva proceduto, ai fini Iva, Irpef e Irap, a rideterminare il reddito di impresa, applicando le relative sanzioni” ed accertato, in conseguenza, un maggior reddito di partecipazione in capo ai soci;

– dall’esame della sentenza di appello, per quanto rileva in questa sede, si evince che i maggiori imponibili erano stati determinati dall’ufficio sulla base delle movimentazioni bancarie effettuate sui conti correnti intestati alla società e ai soci, in relazione ai quali non era stata fornita giustificazione;

– in conseguenza l’Ufficio aveva rettificato il reddito d’impresa e recuperato a tassazione per trasparenza il reddito di partecipazione dei soci;

– ad avviso della CTR, la sentenza di primo grado, che si era avvalsa anche dell’operato di un consulente tecnico nominato d’ufficio, aveva determinato illegittimamente l’inversione dell’onere della provai, laddove, al fine di determinare i ricavi della società, aveva addebitato all’ufficio di aver omesso di riscontrare, neanche a campione, i destinatari degli assegni e degli altri titoli in uscita dai conti personali del socio accomandatario V.M.A.;

– in relazione al ricorso incidentale, con cui i contribuenti avevano censurato che il giudice di primo grado non si fosse allineato alle risultanze della consulenza tecnica, la CTR osservava che l’elaborato peritale non costituiva elemento di prova, “rivestendo lo stesso solo un supporto posto a disposizione del giudice ai fini della formazione delle mettendo giudicato”;

– il ricorso è affidato a quattro motivi; l’agenzia si è costituita con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

– con il primo motivo di ricorso i contribuenti denunciano “violazione del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 52, commi 1 e 2 e art. 112 c.p.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”: si contesta che, per accedere alla sede della società ubicata nell’abitazione di V.M.A., la Guardia di Finanza si sarebbe dovuta munire di autorizzazione dell’autorità giudiziaria;

– la violazione era stata fatta oggetto di apposito motivo di appello incidentale che la CTR non aveva preso in esame, limitandosi a respingere l’intero appello incidentale per non essere stata prodotta alcuna documentazione al suo sostegno;

– la doglianza è manifestamente infondata, in quanto la CTR, a pagina 6 della sentenza, ha dato atto che il giudice di primo grado aveva ritenuto infondate le eccezioni di illegittimità sollevate dalla contribuente “riscontrando dagli atti presenti nel fascicolo l’esistenza sia dell’autorizzazione all’accesso nei locali dell’impresa e in quelli ad uso promiscuo…”: con questa affermazione manca nel ricorso il dovuto confronto;

– va in ogni caso ricordato che per la costante giurisprudenza di questa Corte “In tema di accertamento, l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica, prescritta dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52, commi 1 e 2, ai fini dell’accesso degli impiegati dell’Amministrazione finanziaria (o della Guardia di finanza, nell’esercizio dei compiti di collaborazione con gli uffici finanziari ad essa demandati) a locali adibiti anche ad abitazione del contribuente ovvero esclusivamente ad abitazione, è subordinata alla presenza di gravi indizi di violazioni soltanto in quest’ultima ipotesi e non anche quando si tratti di locali ad uso promiscuo. Tale ultima destinazione ricorre non soltanto nel caso in cui i medesimi ambienti siano contestualmente utilizzati per la vita familiare e per l’attività professionale, ma ogni qual volta l’agevole possibilità di comunicazione interna consenta il trasferimento di documenti propri dell’attività commerciale nei locali abitativi. (La S.C., in applicazione del principio, ha cassato la sentenza impugnata, che aveva annullato l’atto impositivo per carenza di motivazione circa la ricorrenza di “gravi indizi” del provvedimento del P.M. di autorizzazione all’accesso all’abitazione del contribuente, omettendo ogni valutazione sull’uso promiscuo dei locali, nonostante la presenza di un collegamento interno tra il locale destinato ad uso abitativo e la sottostante unità immobiliare adibita a ristorante – pizzeria). (Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 7723 del 28/03/2018, Rv. 647700 – 01)”; conformi, Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 28068 del 16/12/2013, Rv. 629877 – 01; Sez. 5 n. 6625/19, in motivazione);

– nel caso in esame, sono gli stessi ricorrenti che riconoscono la coincidenza tra la sede della società e l’abitazione dell’amministratore unico.

– Con il secondo motivo di ricorso i contribuenti denunciano “violazione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32, commi 1 e 2, e del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 52, comma 2, n. 2, 73 (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”, laddove la CTR aveva imputato a ricavi i prelevamenti relativi ai conti personali del socio accomandatario non considerando, al fine del superamento della presunzione legale posta dall’art. 32 cit., che sul punto specifico era stata disposta una consulenza tecnica che era pervenuta “a conclusioni che immotivatamente non erano state accolte (e neppure analiticamente esaminate) dalla commissione tributaria provinciale e perciò erano state fatte valere dai contribuenti con l’appello incidentale, al quale si riferisce il successivo motivo di questo ricorso”;

– la censura è infondata;

– va ribadito che in materia di accertamento conseguente ad indagine bancaria regolamentato dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32, e D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 51, comma 2, n. 2 incombe sul contribuente l’onere di provare, rispetto alla presunzione legale emergente dai dati delle movimentazioni bancarie, che detti elementi non siano riferibili ad operazioni imponibili (in particolare che i versamenti siano registrati in contabilità e che i prelevamenti siano serviti per pagare determinati beneficiari, anzichè costituire acquisizione di utili), mentre l’onere probatorio dell’Amministrazione è soddisfatto, per legge, attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti (Cass. n. 4589 del 2009);

– in particolare, al fine di superare la presunzione posta a carico del contribuente dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 51, comma 2, numero 2, non è sufficiente una prova generica circa ipotetiche distinte causali dell’affluire di somme sui conti correnti, ma è necessario che il contribuente fornisca la prova analitica della riferibilità di ogni singola movimentazione alle operazioni già evidenziate nelle dichiarazioni ovvero dell’estraneità delle stesse alla sua attività, con conseguente non rilevanza fiscale. (Sez. 5, Sentenza n. 21303 del 18/09/2013, Rv. 628565 – 01);

– correttamente, quindi, nell’imputare a ricavi i versamenti e i prelevamenti registrati sui libretti e conti del socio amministratore la CTR ha fatto applicazione della presunzione legale posta dall’art. 32 cit., non condividendo la metodologia di interpretazione fatta propria dei primi giudici e disattendendo le conclusioni cui era giunto il consulente tecnico che, a quanto si afferma nel ricorso, aveva effettuato una valutazione globale delle movimentazioni bancarie, inidoneo a vincere il valore della presunzione legale.

– Con il terzo motivo di ricorso, i contribuenti denunciano “omessa pronuncia: violazione dell’art. 112 c.p.c. e del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, artt. 52 e ss. (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), per non aver la CTR tenuto in considerazione le conclusioni della consulenza dii ufficio dalla quale si evinceva chiaramente che: – per il periodo di imposta 1999 era stata riscontrata una lieve differenza tra il totale dei versamenti rispetto al volume di affari ed ai ricavi dichiarati, mentre i costi erano superiori ai prelievi; – per il periodo di imposta 2000 il totale dei versamenti e dei prelevamenti erano stati inferiori, rispettivamente, rispetto ai ricavi dichiarati ed ai costi;

– con il quarto motivo di ricorso, i contribuenti denunciano “violazione dell’art. 116 c.p.c., comma 1 e art. 191 ss. c.p.c.; in subordine, omesso esame di fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5)”, per aver la CTR omesso esame della consulenza;

– i due motivi di ricorso, che concernendo il tema dell’esame della consulenza disposta nel giudizio di primo grado possono essere esaminati congiuntamente, sono inammissibili, e comunque infondati;

– in primo luogo, si osserva che sussiste omessa motivazione, quando il giudice di merito omette di indicare nella sentenza gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero indica tali elementi senza una approfondita disamina logico-giuridica, rendendo in tal modo impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento (Cass. n. 890/2006, n. 1756/2006, n. 2067/1998); inoltre, non ricorre il vizio di omessa pronuncia, nonostante la mancanza di espressa statuizione sul punto specifico, quando la decisione adottata comporti una statuizione implicita di rigetto sul medesimo (v. in particolare, Cass. n. 5351 del 2007);

– nel caso in esame, la CTR ha deciso la controversia facendo applicazione della presunzione legale e ha dato conto delle ragioni per cui “la metodologia di interpretazione indicata da parte dei primi giudici” non era condivisibile in quanto introducente una inversione dell’onere probatorio; con tali affermazioni ha implicitamente disatteso gli esiti della consulenza tecnica perchè le conclusioni raggiunte si ponevano in contrasto con i criteri legali;

– va aggiunto che “L’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, nel cui ambito non è inquadrabile la consulenza tecnica d’ufficio – atto processuale che svolge funzione di ausilio del giudice nella valutazione dei fatti e degli elementi acquisiti (consulenza c.d. deducente) ovvero, in determinati casi (come in ambito di responsabilità sanitaria), fonte di prova per l’accertamento dei fatti (consulenza c.d. percipiente) – in quanto essa costituisce mero elemento istruttorio da cui è possibile trarre il “fatto storico”, rilevato e/o accertato dal consulente. (Nella specie, la Corte ha dichiarato inammissibile il motivo di ricorso in quanto la ricorrente non aveva evidenziato quale “fatto storico” decisivo fosse stato omesso nell’esame condotto dai giudici di merito, limitandosi a denunciare una omessa valutazione delle risultanze della CTU). (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 12387 del 24/06/2020, Rv. 658062-01)”;

– per le stesse ragioni di cui sopra, in ogni caso, l’omesso esame di una consulenza non è inquadrabile in una violazione di legge, dal momento che un elaborato peritale non è elemento di prova, ma un semplice ausilio del giudice nella valutazione dei fatti;

– in conclusione il ricorso deve essere respinto;

– le spese processuali seguono il criterio della soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

PQM

La Corte respinge il ricorso; condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese di legittimità, liquidate in Euro 7500,00, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 13 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 21 aprile 2021

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