Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10432 del 27/04/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 27/04/2017, (ud. 25/01/2017, dep.27/04/2017),  n. 10432

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23105-2014 proposto da:

COOPERATIVA LIBRARIA UNIVERSITARIA S.C.A.R.L., C.F. (OMISSIS), in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA LUIGI SETTEMBRINI 30, presso lo studio

dell’avvocato PAOLO DE MATTEIS, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato ENRICO MONTOBBIO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

B.M., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA COLA DI RIENZO 28, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO ZAZZA,

che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTONINO

GAMBINO, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 101/2014 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 02/04/2014 R.G.N. 1246/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

25/01/2017 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CERONI Francesca, che ha concluso per l’inammissibilità o in

subordine rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

B.M. adiva il Tribunale di Firenze deducendo di avere lavorato alle dipendenze della Cooperativa Libraria Universitaria Società Cooperativa a r.l. dal 1/10/1977 al 28/12/2007, di essersi occupato della intera gestione del negozio di (OMISSIS) anche nel periodo in cui il rapporto di lavoro risultava riconducibile dalle buste paga, alla distinta società P e D s.r.l., e di esser stato licenziato per giustificato motivo oggettivo, con comunicazione scritta del febbraio 2008. Argomentava in ordine alla illegittimità del licenziamento intimatogli ed al non corretto inquadramento contrattuale, rivendicando nei confronti della società datoriale le consequenziali differenze retributive.

Costituitasi, la società resisteva alle domande chiedendone la reiezione. Il giudice adito accoglieva integralmente il ricorso, dichiarava illegittimo il licenziamento e condannava la cooperativa al risarcimento del danno L. n. 604 del 1966, ex art. 8 nella misura di dieci mensilità dell’ultima retribuzione di globale fatto; dichiarava il diritto del B. all’inquadramento nel primo livello funzionale del c.c.n.l. settore commercio e condannava la società al pagamento delle differenze retributive richieste nella misura di Euro 101.064,43.

Detta pronuncia veniva confermata dalla Corte distrettuale sul rilievo essenziale che la prova per testi aveva dato conto dello svolgimento delle superiori mansioni; che la documentazione acquisita dimostrava la continuità giuridica del rapporto sempre alle dipendenze dello stesso datore; che non vi era prova della risoluzione consensuale del rapporto nè del motivo oggettivo posto a base del recesso.

La cassazione di tale decisione è domandata dalla società Cooperativa sulla base di tre motivi.

L’intimato resiste con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dei contratti collettivi di settore. Si lamenta che la Corte distrettuale non abbia correttamente applicato i criteri ermeneutici sanciti dall’art. 1362 c.c. e seguenti, trascurando, nell’interpretazione del quadro probatorio delineato in prime cure, il primario criterio di natura letterale.

Si deduce che entrambi i livelli oggetto di scrutinio – quello rivestito e quello reclamato – fanno riferimento all’autonomia operativa e, tuttavia, la Corte di merito non avrebbe individuato in alcun modo quale sarebbe stata quella particolare funzione organizzativa e quella iniziativa che, aggiungendosi alla autonomia operativa attribuita anche al terzo livello funzionale, qualificava, distinguendolo, il primo livello rivendicato.

2. Il motivo è privo di fondamento.

La Corte distrettuale si è infatti attenuta ai dettami sanciti dalla giurisprudenza di questa Corte secondo cui, nel procedimento logico giuridico diretto alla determinazione dell’inquadramento di un lavoratore subordinato non può prescindersi dalle tre fasi successive, di accertamento in fatto delle attività lavorative in concreto svolte, di individuazione delle qualifiche e dei gradi previsti dal contratto collettivo di categoria, e di raffronto tra il risultato della prima indagine ed i testi della normativa contrattuale individuati nella seconda (ex plurimis, cfr. in motivazione, Cass. 5/4/2012 n.5477, cui adde Cass. 27/9/10 n.20272, Cass., 30/10/2008 n. 26234; Cass.22/8/2007 n. 17896).

Ha, infatti, proceduto alla disamina delle declaratorie contrattuali rimarcando come la articolata attività istruttoria avesse consentito di acclarare che il B. si era occupato in via esclusiva, della gestione cassa, della contabilità, dei versamenti in banca della emissione di bolle e fatture e della relativa registrazione, oltre che della ordinaria attività di vendita e di fornitura libraria. Facendo leva sulla circostanza che egli gestiva “da solo” il punto vendita, con attività articolata e complessa secondo quanto in precedenza riferito, ha individuato in tale elemento, quel requisito di peculiare autonomia operativa che connotava il livello rivendicato e si traduceva nella piena gestione dell’esercizio commerciale, indubbiamente non ravvisabile nel terzo livello, in cui sono inquadrati i lavoratori che, pur in condizioni di autonomia operativa, svolgono lavori che comportano una specifica e adeguata capacità professionale e nel quale sono inquadrati i commessi di libreria o i contabili impiegati amministrativi.

Può dunque affermarsi che il giudice dell’impugnazione, con congrue, pur se sintetiche argomentazioni, ha calibrato il proprio giudizio in ordine alle mansioni esercitate dal lavoratore, in coerenza con i dettami della contrattazione collettiva settore terziario applicabile alla fattispecie (secondo cui appartengono al primo livello i lavoratori con funzioni ad alto contenuto professionale, anche con responsabilità di direzione esecutiva, che sovraintendono alle unità produttive o ad una funzione organizzativa con carattere dí iniziativa e di autonomia operativa nell’ambito delle responsabilità ad essi delegate), onde la relativa statuizione resiste alle censure all’esame.

3. Con il secondo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c..

La ricorrente si duole che la Corte di merito abbia tralasciato di considerare le dichiarazioni di natura confessoria, rese dal lavoratore in diverso giudizio, nel cui contesto le mansioni da lui esplicate, erano risultate notevolmente ridimensionate.

4. Il motivo presenta profili di inammissibilità.

Innanzitutto non può tralasciarsi di considerare il difetto di specificità che connota la censura, laddove non reca puntuale ed integrale richiamo alle dichiarazioni cui conferisce valore di confessione stragiudiziale e che si assumono erroneamente trascurate dai giudici del gravame.

Qualora il ricorrente in sede di legittimità, denunci un vizio attinente ad un’istanza di ammissione di un mezzo istruttorio o sulla valutazione di un documento o di risultanze probatorie o processuali, ha infatti l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova o il contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, la Suprema Corte deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (vedi Cass. 30/7/2010 n. 17915 cui adde Cass.. 3/1/2014 n. 48).

5. Inoltre non può sottacersi che pur a fronte di denunciati vizi di violazione di legge, in realtà si lamenta principalmente una erronea valutazione dei dati istruttori acquisiti che, se rettamente apprezzati, avrebbero dovuto condurre ad escludere la ricorrenza dei requisiti di inquadramento nel livello rivendicato e, dunque, un vizio motivazionale.

In tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste infatti, nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, solo sotto l’aspetto del vizio di motivazione (cfr. ex plurimis, Cass. 11/1/2016 n.195, Cass. 16/7/2010 n.16698). Nella specie ricorre proprio siffatta ultima ipotesi in quanto la violazione di legge viene dedotta mediante la contestazione della valutazione delle risultanze di causa la cui censura è ammissibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione, che qui non viene denunciato, ma non sotto il profilo della violazione o falsa applicazione di legge.

Le critiche formulate, tendono, dunque, a pervenire ad una rinnovata valutazione degli approdi ai quali è addivenuta la Corte distrettuale, comunque inibita nella presente sede di legittimità anche alla luce dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 nella versione di testo applicabile ratione temporis, di cui alla novella del D.L. 22 giugno 2012, n. 83 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134.

Nella interpretazione resa dai recenti arresti delle Sezioni Unite di questa Corte, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi (vedi Cass. S.U. 7/4/2014 n.8053), la disposizione va letta in un’ottica di riduzione al minimo costituzionale del sindacato di legittimità sulla motivazione. Scompare, quindi, nella condivisibile opinione espressa dalla Corte, il controllo sulla motivazione con riferimento al parametro della sufficienza, ma resta quello sull’esistenza (sotto il profilo dell’assoluta omissione o della mera apparenza) e sulla coerenza (sotto il profilo della irriducibile contraddittorietà e dell’illogicità manifesta) della motivazione, ossia con riferimento a quei parametri che determinano la conversione del vizio di motivazione in vizio di violazione di legge, sempre che il vizio emerga immediatamente e direttamente dal testo della sentenza impugnata.

Il controllo previsto dall’art. 360 c.p.c., nuovo n. 5 concerne, dunque, l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo.

L’omesso esame di elementi istruttori, in quanto tale, non integra l’omesso esame circa un fatto decisivo previsto dalla norma, quando il fatto storico rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti.

Applicando i suddetti principi alla fattispecie qui scrutinata, non può prescindersi dal rilievo che tramite la articolata censura, la parte ricorrente, contravvenendo ai detti principi, sollècita una rivalutazione dei dati istruttori acquisiti in giudizio, esaustivamente esaminati dalla Corte territoriale, auspicandone un’interpretazione a sè più favorevole, non ammissibile nella presente sede di legittimità.

6. Con il terzo motivo si deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 8 e dell’art. 2112 c.c..

Si critica la sentenza impugnata per aver liquidato il risarcimento del danno scaturito dalla illegittimità del licenziamento, nella misura di dieci mensilità non tenendo conto della pregressa cessazione del rapporto di lavoro con la cooperativa.

Il motivo è infondato.

La Corte di merito ha infatti proceduto ad un accertamento della continuità del rapporto nel corso dell’intero periodo dedotto in lite; continuità che non è stata oggetto di specifica impugnazione da parte della odierna società ricorrente, onde la relativa statuizione deve ritenersi cristallizzata per effetto del passaggio in giudicato.

In definitiva, alla luce delle superiori argomentazioni, il ricorso va disatteso.

Per il principio della soccombenza, le spese del presente giudizio si pongono a carico della ricorrente nella misura in dispositivo liquidata.

Si dà atto, infine, della sussistenza delle condizioni richieste dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte ricorrente, a titolo di contributo unificato, dell’ulteriore importo pari a quello versato per il ricorso.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.000,00 per compensi professionali oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 25 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 27 aprile 2017

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