Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10431 del 20/04/2021

Cassazione civile sez. III, 20/04/2021, (ud. 09/12/2020, dep. 20/04/2021), n.10431

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27798-2019 proposto da:

F.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA AUGUSTO RIBOTY,

23, presso lo studio dell’avvocato VALERIA GERACE, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende;

– resistente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di ROMA, depositata il 12/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/12/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE CRICENTI.

 

Fatto

CONSIDERATO

CHE:

Il ricorrente F.L. è cittadino della (OMISSIS). Dalla sentenza si apprende che, essendosi convertito alla religione (OMISSIS), ha visto avversata questa sua scelta da parte della sua famiglia, e dei genitori in particolare che lo hanno perciò stesso sottoposto a punizioni corporali. Per sottrarsi a questa persecuzione familiare è fuggito dal suo paese, attraversandone altri, tra cui la Libia, dove è rimasto in stato di sfruttamento lavorativo per circa un anno.

Il Tribunale adito avverso la decisione della Commissione territoriale, non ha creduto al suo racconto; ha esaminato dunque la richiesta di protezione sussidiaria, escludendo che la situazione del paese di origine, in base ad un rapporto di Amnesty International, possa considerarsi caratterizzata da un qualche conflitto armato generalizzato; ha escluso altresì la protezione umanitaria, per via del difetto di una integrazione in Italia e della situazione del paese di origine.

Ricorre F.L. con due motivi. V’è costituzione del Ministero.

Diritto

RITENUTO

CHE:

p..- Il ricorso difetta dell’esposizione del fatto.

Si legge a pagina 3 che “il ricorrente fuggiva dal suo paese di origine perchè perseguitato per motivi religiosi”. Tutto qui.

L’insufficienza di tale esposizione è evidente: altro, infatti, è che la persecuzione provenga da gruppi o da istituzioni rilevanti, altro che provenga da membri della famiglia; almeno quanto allo status di rifugiato v’è una differenza a favore della prima ipotesi. Sapere chi è il soggetto che perseguita per motivi religiosi non irrilevante, e deve essere indicato dal ricorrente, non deve essere ricavato dal provvedimento impugnato.

Il ricorso non rispetta dunque il requisito della esposizione sommaria dei fatti, prescritto a pena di inammissibilità dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, che, essendo considerato dalla norma come uno specifico requisito di contenuto-forma del ricorso, deve consistere in una esposizione che deve garantire alla Corte di cassazione, di avere una chiara e completa cognizione del fatto sostanziale che ha originato la controversia e del fatto processuale, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata (Cass. sez. un. 11653 del 2006). La prescrizione del requisito risponde non ad un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e/o processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato (Cass. sez. un. 2602 del 2003). Stante tale funzione, per soddisfare il requisito imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3 è necessario che il ricorso per cassazione contenga, sia pure in modo non analitico o particolareggiato, l’indicazione sommaria delle reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le hanno giustificate, delle eccezioni, delle difese e delle deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, dello svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni e, dunque, delle argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si è fondata la sentenza di primo grado, delle difese svolte dalle parti in appello, ed in fine del tenore della sentenza impugnata. Poichè il ricorso, nell’esposizione del fatto, non rispetta tali contenuti è inammissibile. Adde: Cass., Sez. Un. 22575 del 2019.

p..- Ad ogni modo qualora si superasse questo aspetto, il ricorrente propone due motivi comunque inammissibili.

p..- Il primo motivo denuncia violazione della L. n. 251 del 2007, art. 14.

Il motivo contiene insieme argomenti utili per lo status di rifugiato ed argomenti utili per la protezione sussidiaria, dovendosi dunque ritenere riferito ad entrambi.

Quanto al primo istituto, si denuncia una erronea considerazione della persecuzione subita, in particolare (p. 5-7) ma in modo generico, ossia riferendo regole giurisprudenziali in argomento senza diretta attinenza al caso concreto. Va ricordato che il Tribunale ha escluso la persecuzione oltre che per non aver creduto al ricorrente, circostanza che autorizzava a non entrare nel merito, altresì per la natura privata del soggetto persecutore (i familiari).

Questa ratio non è contestata.

Quanto alla parte del motivo relativo alla protezione sussidiaria, invece, si contesta una adeguata valutazione della situazione della (OMISSIS).

Il ricorrente oppone alle fonti citate dal tribunale alcune sue indicazioni (spesso prive esse stesse di fonte) da cui si ricava al più un clima di violazione di diritti individuali e di sporadica violenza, ma da cui non risulta un clima di violenza generalizzata come quella richiesta ai fini dell’art. 14 citato, lett. c.

Anche in questo caso dunque la ratio non è censurata.

p..- Il secondo motivo denuncia omesso esame di un fatto rilevante e controverso, consistente nel non avere adeguatamente valutato la storia del ricorrente.

Fatta la premessa che risulta dal provvedimento impugnato che il ricorrente è stato ascoltato anche dal Tribunale, ciò detto risulta chiaramente che il racconto è stato preso in considerazione e che non è stato semmai ritenuto credibile, e non può dunque avanzarsi censura di omesso esame, che presuppone un fatto (la vicenda del ricorrente) del tutto pretermesso dal giudice.

Piuttosto il giudice tiene conto del racconto e lo ritiene inverosimile oltre che irrilevante.

Anche questo motivo, dunque, disattende la ratio della decisione.

Il ricorso va dichiarato inammissibile.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla spese. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da giustificare il pagamento, se dovuto e nella misura dovuta, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, il 9 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 20 aprile 2021

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