Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10427 del 20/04/2021

Cassazione civile sez. I, 20/04/2021, (ud. 08/03/2021, dep. 20/04/2021), n.10427

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso proposto da:

G.M., rappr. e dif. dall’avv. Iacopo Maria Pittorri,

jacopomariapittorri.ordineavvocatiroma.org, elett. dom. presso lo

studio, in Roma, viale Pietro Mascagni n. 186, come da procura in

calce all’atto;

– ricorrente –

Contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t.;

– intimato –

per la cassazione della sentenza App. Roma 13.11.2019, n. 6943/19, in

R.G. 1628/2018, n. rep. 7742/2019;

udita la relazione della causa svolta dal Consigliere relatore Dott.

Massimo Ferro alla camera di consiglio del 8.3.2021.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

1. G.M. impugna la sentenza App. Roma 13.11.2019, n. 6943/19, in R.G. 1628/2018, n. rep. 7742/2019 di rigetto dell’appello avverso l’ordinanza Trib. Roma 31.1.2018, a sua volta reiettiva del ricorso avverso il provvedimento di diniego della tutela invocata dinanzi alla competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale e da tale organo disattesa;

2. la corte, per quanto qui di residuo interesse, ha ritenuto, all’esito dell’udienza: a) di stretto rilievo familiare la ragione di allontanamento dal (OMISSIS) addotta, una relazione con la seconda moglie di uno zio con la nascita di un figlio e il conseguente timore di uccisione da parte del parente, nonostante il divieto di tale condotta secondo la religione musulmana, stante anche la mancata allegazione di fatti persecutori più specifici e dunque la giustificata mancata attivazione di doveri di cooperazione istruttoria; b) insussistente il danno grave, in ogni fattispecie di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 per la genericità del richiamo alla situazione del (OMISSIS) e alla non dedotta individualizzazione del trattamento temuto, individuata la provenienza del richiedente da zona ((OMISSIS)) non attinta da conflitti; c) assenti i presupposti della protezione umanitaria, per il predetto carattere privatistico del conflitto in (OMISSIS), la mancata allegazione di specifiche vulnerabilità o integrazione, l’età raggiunta (50 anni), l’epoca di espatrio (ai 34 anni) e le condizioni fisiche valenti (alto ben oltre 2 metri) che dunque, per maturità e possibile ricorso alle autorità, mostrano di essere sufficienti ad una difesa dalla paventata vendetta del proprio parente;

3. il ricorrente propone cinque motivi di ricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con i motivi si deducono rispettivamente: a) “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione” su un punto decisivo della controversia, violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 7 e 8 e s’invoca il diritto al riconoscimento della protezione internazionale, nella premessa in realtà credibile della storia di espatrio dal (OMISSIS), secondo i tratti di una fuga originata da timori di grave danno per violazioni dei diritti umani, nonchè un processo penale e la situazione d’indigenza; b) violazione dell’art. 1 Conv. Ginevra, norme CEDU, art. 13 T.U. n. 286 del 1998, anche ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, poichè il diniego dello status di rifugiato è affetto da “scarsa e insufficiente motivazione”, nè tiene conto della situazione in (OMISSIS) e del dovere istruttorio a carico del giudice, per via delle mere perplessità avanzate dalla corte sul racconto reso con richiesta subordinata della protezione umanitaria (sulla “domanda di I.A.”, pag. 9); c) violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 11 e 17, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, art. 115 c.p.c., per erroneità della motivazione in punto di credibilità, non potendo la corte ricorrere al criterio del trasferimento in altra zona del Paese, trattandosi di possibilità non recepita nell’ordinamento italiano, sussistendo comunque i requisiti della protezione umanitaria, anche per il periodo trascorso in Libia (pag. 15), la integrazione raggiunta, il legame in (OMISSIS) solo con il nonno, da cui è fuggito (pag.16); d) la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19 come vizio dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per errato diniego del principio del divieto del non refoulement, stante il prospettato timore di trattamenti degradanti “in caso di rientro in (OMISSIS)” (pag. 20); e) la violazione (di nuovo a carico del signor ” I.A.”, pag.21) della L. n. 1423 del 1956, art. 1, ex art. 13 T.U. n. 286 del 1998 e art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per difetto di traduzione del provvedimento impugnato in lingua comprensibile al richiedente;

2. i motivi, nonostante l’eterogeneità, vanno trattati in via unitaria e sono inammissibili, poichè non appare censurata la ratio decidendi della pronuncia impugnata, laddove essa ha statuito – senza prospettare uno specifico giudizio di non credibilità del narrato, come invece superficialmente dedotto in ricorso – che le ragioni dell’allontanamento dal (OMISSIS) appartenevano ad un contesto di conflitto familiare e comunque privatistico, nè erano stati anche solo allegati riscontri persecutori ovvero di trattamento penalistico o di conflitto armato nella zona di provenienza del richiedente, conflitto invece positivamente escluso; il ricorrente – nell’attuale sede e al di là della miscela di circostanze, norme e riferimenti vaghi e contraddittori, come il richiamo a due Paesi, ad un vissuto processuale generico e al passaggio in Libia, nonchè ad un nominativo diverso da quello iniziale – ha del tutto omesso di riportare i propri originari motivi di gravame, confrontandoli con la citata statuizione denegativa dei requisiti di persecuzione rilevante e di danno grave ex D.Lgs. n. 251 del 2007;

3. appare dunque violato “il principio di autosufficienza – prescritto, a pena di inammissibilità, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, -… volto ad agevolare la comprensione dell’oggetto della pretesa e del tenore della sentenza impugnata, da evincersi unitamente ai motivi dell’impugnazione”,

per cui ne deriva che il ricorrente ha l’onere di operare una chiara esposizione “funzionale alla piena valutazione di detti motivi in base alla sola lettura del ricorso, al fine di consentire alla Corte di cassazione (che non è tenuta a ricercare gli atti o a stabilire essa stessa se ed in quali parti rilevino) di verificare se quanto lo stesso afferma trovi effettivo riscontro, anche sulla base degli atti o documenti prodotti sui quali il ricorso si fonda, la cui testuale riproduzione, in tutto o in parte, è invece richiesta quando la sentenza è censurata per non averne tenuto conto” (Cass. 24340/2018); invero, ” l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un “error in procedendo”, presuppone comunque l’ammissibilità del motivo di censura, onde il ricorrente non è dispensato dall’onere di specificare (a pena, appunto, di inammissibilità) il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata, indicando anche specificamente i fatti processuali alla base dell’errore denunciato, e tale specificazione deve essere contenuta nello stesso ricorso per cassazione, proprio per assicurare il rispetto del principio di autosufficienza di esso” (Cass. 29495/2020);

4. l’omissione impedisce altresì di controllare i vizi di omessa pronuncia ovvero nullità, del tutto genericamente invocati, come la dedotta mancata traduzione del primo provvedimento, di cui la sentenza non dà conto, mentre il ricorrente nulla riporta al riguardo circa le difese pregresse; va invero ripetuto che “i motivi di ricorso devono investire questioni già comprese nel thema decidendum del giudizio di merito, essendo preclusa alle parti, in sede di legittimità, la prospettazione di questioni o temi di contestazione nuovi, non trattati nella fase di merito nè rilevabili di ufficio (cfr. Cass. n. 30044 del 2019, in motivazione; Cass. n. 2038 del 2019; Cass. n. 15430 del 2018; Cass. n. 27568 del 2017); il mancato assolvimento di un simile onere di allegazione impone di constatare l’inammissibilità della censura proposta in ragione della sua novità rispetto alle questioni poste avanti al giudice di merito;

5. nè sorte diversa ha la doglianza, che pur pervade l’intero ricorso, relativa alla situazione del (OMISSIS), rispetto alla quale, in realtà già sul piano documentale, la corte ha dato prova del rispetto del dovere di cooperazione istruttoria, in quanto – sulla scorta di fonti specifiche, non oggetto di alcuna contestazione nè ricostruzione alternativa – essa ha dato atto che nella zona di provenienza del richiedente non sussisteva alcun conflitto armato, nella considerazione rilevante ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c); per gli effetti di protezione invocati, la censura, sul punto, oltre che del tutto aspecifica, non coglie la precisa ratio decidendi adottata dalla corte, poichè non investe criticamente la distinzione per aree operata dal giudice di merito, così trascurando – dunque in termini di pertinenza – le doglianze; tanto più che il ricorrente, come detto, ha l’onere di indicare le COI che secondo la sua prospettazione avrebbero potuto condurre ad un diverso esito del giudizio, con la conseguenza che, in mancanza di tale allegazione, non potendo la Corte di cassazione valutare la teorica rilevanza e decisività della censura, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile (Cass. 22769/2020);

6. peraltro il conflitto armato interno, va ripetuto, rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria, nel senso che “il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia” (Cass. 18306/2019, 5675/2021);

7. quanto al diniego di protezione umanitaria, le ragioni dell’allontanamento e del timore per il rientro, accanto alla descritta condizione attuale di non inserimento del richiedente e distanza temporale dai fatti, nonchè età raggiunta – tutte circostanze e apprezzamenti non oggetto di alcuna censura – mostrano di reagire negativamente anche sul giudizio proprio della protezione umanitaria, non permettendo di attuare una comparazione effettiva sulla situazione di vulnerabilità che graverebbe sul richiedente al rientro; non basta invero e in ogni caso la segnalazione di alcuni indici di inserimento in Italia, rispetto ai quali la motivazione della pronuncia impugnata comunque ha preso posizione, indicando in modo specifico la loro insufficienza, perchè labili, non avendo oltre tutto il ricorrente allegato altre circostanze, oltre al timore per il rimpatrio, motivatamente svalutati dalla corte; nè il ricorrente – anche in questa sede – ha indicato altro fattore oltre alla sua presenza nel territorio italiano e il timore di danni gravi o persecuzioni al rientro, così rispettando il principio per cui già Cass. 23778/2019 (pur sulla scia di Cass. 4455/2018), ha statuito che “occorre il riscontro di “seri motivi” (non tipizzati) diretti a tutelare situazioni di vulnerabilità individuale, mediante una valutazione comparata della vita privata e familiare del richiedente in Italia e nel Paese di origine, che faccia emergere un’effettiva ed incolmabile sproporzione nel godimento dei diritti fondamentali che costituiscono presupposto indispensabile di una vita dignitosa, da correlare però alla specifica vicenda personale del richiedente… altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto col parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 cit., art. 5, comma 6″ (indirizzo ribadito da Cass. s.u. 29460/2019);

il ricorso va dunque dichiarato inammissibile; sussistono i presupposti per il cd. raddoppio del contributo unificato (Cass. s.u. 4315/2020).

PQM

la Corte dichiara inammissibile il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 8 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 aprile 2021

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